Leonardo Drew a Napoli, la ri-vitalizzazione degli oggetti
di // pubblicato il 16 Settembre, 2011
Nell'epoca del consumismo in cui ci troviamo immersi anche l'arte e gli artisti, con la loro predisposizione al linguaggio dei simboli e delle metafore, possono dare un contributo attivo ad una nuova riedificazione del rapporto tra l’oggetto e il suo utilizzo, a partire dall’operato creativo.
E' il caso di Leonardo Drew, artista afroamericano nato in Florida nel 1961, che esporrà, dal 23 settembre al 19 novembre, presso gli spazi della galleria d’arte partenopea Napolinobilissima.

Diplomatosi all’accademia di belle arti a New York nel 1985, l'artista, di cui una delle prime esperienze significative è rappresentata dalla residenza presso lo Studio Museum di Harlem nel 1991, si muove dapprima nell'ambito della pittura per poi passare alla scultura, o meglio, alla lavorazione della materia e dei materiali; distinzione necessaria se si desidera partecipare a questa condivisione filosofica, oltre che estetica.
Dietro ad una prima riflessione sul recupero dell'objet trouvé (e quindi dell'oggetto decontestualizzato e re-inserito in un ambito che è "altro" rispetto a quello di origine); dietro alla poetica delle "accumulazioni" in cui la complessità materica di elementi quali il legno o il vetro si fonde per creare una modularità artistica, ciò che permea, in questa mostra, la ricerca di Leonardo Drew è la volontà di recuperare l'archetipo nascita- morte- rinascita ridando una vita a tutti quegli oggetti che, una volta gettati, sembrano essere destinati a "morire nelle discariche".

Qualcuno faceva notare che "dai diamanti non nasce niente", ebbene, le sculture di Drew sembrano tradurre questo concetto attraverso un iter creativo particolarmente complesso, per certi versi misterioso, che potremmo definire “alchemico”.
Partendo da oggetti trovati abbandonati nelle discariche l'artista sottopone i materiali stessi ad un processo di invecchiamento e deperimento che si avvale anche dell'ausilio degli elementi costitutivi della natura quali l'acqua e il sole, che sommati al tempo ossidano la materia stessa che verrà successivamente rimodellata e dipinta.
Di importanza centrale in questo processo "naturalmente artificiale", emblema dell'ordine e del rigore, è l’utilizzo, come strumento di lavoro, di una struttura a griglia, ovvero una matrice in cui si inseriscono gli elementi costitutivi e che volutamente ristabilisce un ordine in qualcosa che prima della ri- nascita è immerso nel caos.

Il cerchio si chiude osservando i titoli delle opere stesse, non parole o elementi descrittivi, bensì unità numeriche consequenziali che sembrano tradurre episodi della lavorazione.
In tal modo, questa sorta di incasellamento, che ha origine dalle singole sezioni della griglia, si manifesta nella sua totalità nell’intero corpus scultoreo.
Sebbene volutamente concepito anche come ricerca sulla modularità l’operato di Leonardo Drew risulta essere tutt’altro che staticamente rigido; si tratta di un lavoro fortemente esplosivo, interiore e per certi versi autobiografico, capace di riassumere al suo interno le molteplici influenze dell’artista stesso e di renderle manifeste.

L’accumulazione di elementi in matrice ordinata ricorda la planimetria della Grande Mela, città in cui l’artista vive e lavora e sembra quasi chiamare in causa gli elementi di una cultura sviluppatasi attraverso la sovrapposizione di differenti tasselli; dalle radici degli abitanti alle tendenze, fino alle mode e alla molteplicità di voci che si intersecano in una delle metropoli più polifoniche del pianeta.
Dall’altro lato troviamo quell’impatto espressivo e quella matericità organica che sembrano rimandare ai fondamenti dell’arte africana, e lo stesso utilizzo di elementi naturali nella creazione dei lavori ricostruisce un equilibrio quasi primitivo e ancestrale con la natura, appunto, che viene invece progressivamente a mancare nell’evolversi della dimensione urbana.

La somma di questi elementi, anche qui come in una sorta di alchimia, è un linguaggio scultoreo evocativo, frutto di una serie di paradossi tra il concetto di “rifiuto” e l’esigenza di conferire a questo nuova vitalità sfruttando l’esposizione dell’oggetto stesso/ materia prima alle condizioni atmosferiche.
Nello specifico, al fine di ottenere tali risultati, oltre allo studio newyorkese l’artista opera in un secondo spazio lavorativo nell’area di San Antonio in Texas, in cui realizza in parte i suoi lavori grazie alle condizioni atmosferiche del luogo.
In occasione della mostra di Napoli saranno esposti in totale diciassette lavori realizzati negli ultimi anni, rigorosamente numerati (8 I; 9 I; 10I; 11 I... e così via in successione), di cui uno realizzato appositamente per la galleria.
Già protagonista nel Belpaese con una mostra al Palazzo delle Papesse nel 2006 l’artista ha collaborato con gallerie d’arte private e con i maggiori musei degli Stati Uniti.
Quello che ci si aspetta è di certo una mostra che oltrepassi la dimensione strettamente concettuale legata al recupero e alla rielaborazione della materia e che oltre ad avere un notevole impatto a livello visivo possa anche attivare una riflessione su una possibile "seconda vita" degli oggetti in grado di vedere oltre il semplice concetto di “riciclaggio”, che in questo caso risulterebbe fortemente riduttivo.
