L’eleganza a Palazzo. Nuove espressioni di moda nella Galleria del Costume
di // pubblicato il 17 Gennaio, 2010
Fra i tanti musei fiorentini, ce n’è uno che è veramente un “unicum”: la Galleria del Costume di Palazzo Pitti.
Nata nel 1983 e situata nell’elegante palazzina della Meridiana, unita al lato meridionale della reggia e prospiciente il giardino di Boboli, è l’unico museo nazionale dedicato al costume e alla moda. Ed è naturale che sia nella reggia di Pitti, dove la Sala Bianca è stata teatro delle prime importanti sfilate di moda degli anni Cinquanta, nel clima fervido dell’industria dell’abbigliamento fiorentino in ascesa.
L’immenso patrimonio che la Galleria possiede - più di seimila pezzi e quasi tutti arrivati grazie alle donazioni - non può essere esposto in contemporanea, sia per motivi di spazio sia per ragioni conservative; per questo con cadenza mediamente biennale, all’interno delle vetrine è allestita una selezione d’abiti e accessori, che rende questo museo un’istituzione viva.
Così, mercoledì 13 Gennaio 2010 è stata inaugurata la nuova selezione espositiva della Galleria del Costume, che ci accompagnerà per i prossimi due-tre anni come “una mostra a lungo termine”, secondo la felice e puntuale definizione della Soprintendente Cristina Acidini.
Questa collezione è dedicata al tema Moda fra analogie e dissonanze: un dialogo fra antico e moderno, alla ricerca di similitudini e contrapposti nelle forme che hanno da sempre caratterizzato la moda femminile.

Il percorso che accoglie il visitatore non è più cronologico ma dà modo di confrontare le fogge che sono state definite nel corso dei secoli per l’abito femminile, le loro rivisitazioni e i loro contrari, in un turbinio di modelli e colori che non smettono di stupire ad ogni passo. In questo modo sono stati valorizzati “i punti di contatto tra la moda di ieri (e si pensa in specie a quella, fastosa e ancora ispiratrice, del Settecento) e la moda del Novecento polifonico e rievocativo” (Cristina Acidini), in un’intrigante interpretazione della forma. Ciò che viene proposto è un gioco continuo di confronti che possono aprire letture stilistiche e sociologiche particolari, rendendo la visita coinvolgente e intellettualmente stimolante.
Inoltre, è stata posta grande attenzione alla luce che illumina le sale e le vetrine, in modo da rendere con la massima luminosità i preziosi ricami, le paillettes, i velluti di questi abiti che entrano a buon diritto fra le opere d’arte.

Ma la seduzione di questo nuovo allestimento non finisce qui. Gli arredi delle stanze sono stati accordati al tema dell’esposizione, e così possiamo trovare sulle pareti i quadri di Campigli, Donghi, o altri artisti del Novecento, pronti al dialogo e al confronto col passato delle volte affrescate. La dott.sa Caterina Chiarelli, curatrice della Galleria, ha potuto scegliere le opere nel deposito della Galleria d’Arte Moderna, messe a disposizione dalla direttrice Annamaria Giusti, in una proficua e intelligente collaborazione fra i due musei di Pitti.
Gli abiti e gli accessori che formano il patrimonio della Galleria sono stati oggetto di una catalogazione digitale che ora è stata resa fruibile anche al visitatore. In una delle sale infatti, sono collocati due computer che permettono di poter vedere e conoscere più approfonditamente circa 4000 pezzi tra quelli conservati in Galleria, sia esposti sia in deposito; come in un moderno sito web di moda, ogni abito può essere guardato da vari punti di vista grazie a delle riproduzioni digitali d’alta qualità. E’ questo uno strumento veramente importante per chi desidera conoscere più a fondo questa Galleria e la moda italiana, senza essere uno studioso dell’argomento.
La visita si presenta come una fantastica sfilata di moda, e non è un peccato lasciarsi andare a commenti da shopping di fronte a questi abiti! La partenza sembra ancora legata alla tradizione, con un abito del Settecento, detto all’Andrienne, ma immediatamente smentito dal confronto che ci viene proposto con un abito di Ferrè del 1989. Sono passati secoli, ma la forma dei due capi ci rivela il filo comune, la fonte – la Storia - alla quale i grandi stilisti hanno sempre fatto riferimento, naturalmente con sviluppi ed evoluzioni che derivano anche dal diverso ruolo che la donna è andata a ricoprire nei secoli. Anche i manichini esprimono chiaramente questo cambiamento.
Piccolo, con le spalle scese e strette, un piede molto piccolo ed una vita sottile, quello della robe-a-la-française, spalle più larghe dalla forma disegnata e andatura disinvolta per il manichino della donna di Ferré.

S’incontrano abiti di metà Ottocento, dalle ampie gonne con crinolina che entrano in dialogo con le vesti degli anni Cinquanta del Novecento, dove la forma rileva un’eleganza ricercata ed esaltata da incredibili rasi di seta ricamati e arricchiti con applicazioni di velluto o ciniglia.
La linea verticale ci presenta poi una donna più naturale, che desidera liberare il corpo dalle gabbie dei bustier e apparire sotto stoffe leggere: appare nella moda neoclassica, si ripropone negli Anni Venti, con forte carica d’eversione e desiderio d’indipendenza della donna, e ancora negli Anni Settanta del Novecento. La valenza estetica però, è sempre presente, e gli abiti sono tutti di un’eleganza raffinata, dove il plissé, la stampa su stoffa, i ricami, sono usati per caratterizzare le linee fluide delle vesti.

Non mancano gli abiti dalla forma sinuosa, a sirena, che le forme sartoriali hanno, in alcuni periodi, alterato, come per i primi del Novecento con bustini steccati ad effetto remboursé che creano un’innaturale linea ad S. Stecche ed imbottiture fanno capolino anche nella moda anni Cinquanta del secolo scorso, ma l’abito diventa sempre più seduttivo, con l’esaltazione della vita, dei fianchi, fino a portarci di fronte al gioco della guepière di J.P.Gaultier divenuto capo da sera.

Il guardaroba maschile è sempre stato d’ispirazione per quello femminile, trovando la sua perfetta evoluzione nel tailleur, capo fondamentale della donna sin dall’Ottocento. Giacche e gilet di grand’eleganza, fra cui spicca un incredibile tailleur in panno di lana color sabbia utilizzato da Luchino Visconti nel film “Morte a Venezia” del 1971.
Pellicce e piume sono presenti per cappottini e cappelli che sembrano usciti dalle favole dei bambini, ma che hanno permesso alle donne che li hanno indossati di apparire ogni volta in modo differente e trasmettere sensazioni diverse.
Sensazioni che ancora oggi si possono provare, passeggiando nelle stanze di questa Galleria, dove si ha l’opportunità di “godersi un défilée lungo tre secoli” (Acidini)