Leggiamo i mosaici ravennati
di // pubblicato il 31 Ottobre, 2009
Tra il IV e il V secolo d.C. , in un periodo di grande disfacimento politico e sociale, tra guerra, invasioni di popoli stranieri abitanti nel centro e nell’est europeo, scorrerie di tribù sbandate dedite a ruberie, incendi e saccheggi, vengono eretti a Ravenna monumenti mirabili, che ancor oggi stupiscono per bellezza e fulgore. Furono quelli, tempi anche di grande confusione religiosa, con eresie che proliferavano e compromettevano la saldezza della fede cristiana, con lunghe dispute teologiche sulla divinità e umanità di Cristo, sulla questione del peccato originale, sul dominio del bene e del male nel mondo, ecc. I templi ravennati vennero eretti quindi, come manifestazione della presenza sicura e forte della fede in tanto degrado, come porto sicuro aperto alla luce della speranza.

Per questo, e non certo per una ricerca puramente estetica, i templi vengono arricchiti di preziose superfici musive: si rivestono di tessere vitree absidi, cupole e volte, in una vasta rappresentazione sacrale e liturgica del mondo ultraterreno, legati a motivi vetero e neotestamentari, alla simbologia dell’Apocalisse ed agli episodi evangelici.
In genere oggi questi mosaici sono apprezzati ed ammirati per la loro splendida bellezza, per l’iridescenza che fa sfolgorare i colori e vibrare le figure al trepido movimento delle luci che penetrano dalle finestre; ma non era soltanto questo l’intendimento di chi le realizzò, arricchendole inoltre di simboli che alludevano a precisi momenti interiori, di fede, di speranza nella vita eterna, di promesse celesti e di inviti alla virtù, alla morigeratezza dei costumi, alla penitenza.
La lettura di questi mosaici perciò, al di là del primo e superficiale impatto estetico, richiama un concetto ben presente nell’antichità: la bellezza come strumento, sussidio e stimolo alla comprensione di valori più alti e sublimi, indagati ed approfonditi mediante l’interpretazione del simbolo.
La visione dei mosaici ravennati, come peraltro anche di quelli presenti in alcune antiche basiliche romane, ed in genere bizantini, esige diversi piani di lettura e di conseguente interpretazione: uno storico-biblico, uno teologico, uno simbolico ed infine, volendo, uno artistico-estetico.

Non essendo possibile svolgere dettagliatamente tutti questi aspetti, anche soltanto riferibili ai soli mosaici ravennati, ci limiteremo ad esemplificare un tipo di lettura, limitandoci al solo Mausoleo di Galla Placidia, ed offrendo poi una modesta sintesi interpretativa di alcuni dei simboli ricorrenti nei mosaici ravennati, ed in genere nell’iconografia cristiana di questo periodo. Simboli che ancor oggi in alcuni casi sono fruiti in immagini sacre, e per questo ancora leggibili e di non difficile interpretazione; altri, meno consueti ed ormai tralasciati, non dicono più nulla all’osservatore di oggi, mentre un tempo erano immediatamente compresi e decifrati anche dal popolo, generalmente analfabeta e tuttavia lettore delle immagini e dei simboli che più facilmente di oggi intuiva e comprendeva.

MAUSOLEO DI GALLA PLACIDIA
Il Mausoleo di Galla Placidia fu fatto probabilmente costruire dalla stessa Augusta, reggente dell’Impero d’Occidente per conto del piccolo figlio Valentiniano (poi imperatore Valentiniano III) e morta a Roma nel 450.
In alto, un ampio mosaico azzurro è trapunto di stelle dorate che assumono la forma di piccole croci sfavillanti. Esse brillano alla luce delle piccole finestre, che rischiarano appena la penombra misteriosa del luogo. Rappresentano la luce, che nella concezione medievale era testimonianza di vita, origine delle cose, immagine di Dio e di Cristo: “Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre ma avrà la luce della vita “ (Giovanni, 8, 12). Dante riprende questi motivi, concependo il Paradiso come luogo fatto di luce: “E vidi un lume in forma di riviera / fulvido di fulgore, intra due rive / dipinte di mirabil primavera. / Di tal fiumana uscian faville vive, / e d’ogni aperte si mettien ne’ fiori / quasi rubin che oro circoscrive” (Paradiso, XXX, 61 – 66).
È una descrizione che sembra proprio quella della volta del Mausoleo, al cui centro sta la Croce, punto di riferimento di ogni cosa, intorno alla quale ruota l’universo. La croce è pure in mano al Buon Pastore, ed è raffigurata in modo da unire cielo e terra. Essa infatti va dal basso, mondo della morte indicato dalla piccola rupe ai piedi del Cristo-Buon Pastore, fino all’alto dei cieli.

Tutto l’impianto iconografico è strutturato su questo asse centrale, che divide in due settori i diversi elementi: da una parte, vegetali e animali, che appartengono alla terra, dall’altro gli animali alati, che appartengono al cielo, mentre le colombe segnano il confine tra le due entità. Esse, come i cervi, si dissetano alla fonte che rappresenta la vita eterna, resa possibile dal Cristo, sorgente di vita: “Se qualcuno ha sete, venga a me e beva” (Giovanni, 7, 38).
Di fronte all’immagine del Buon Pastore, si trova quella di San Lorenzo, che si avvia verso la graticola ardente. Il fuoco è elemento che metaforicamente favorisce il passaggio dalla terra al cielo, anche per il suo simbolico movimento ascensionale. San Lorenzo tiene pure lui la Croce, la cui asta sembra segnare il percorso e il traguardo, puntata com’è verso il cielo stellato.
I Dodici Apostoli completano la composizione, testimoniando l’itinerario verso la luce con l’esempio della loro vita. Allora il cielo si aprirà e il Signore mostrerà la sua gloria, come scrive San Paolo nella II Lettera ai Tessalonicesi: “ Il Signore apparirà dal Cielo con gli Angeli della sua potenza, in un fuoco fiammeggiante” (I, 7 – 8).

INTERPETAZIONE DI ALCUNI SIMBOLI
Vediamo ora alcuni dei principali simboli presenti a Ravenna e in genere nei mosaici del IV – VI secolo (ed anche nelle prime pitture murali cristiane) e, in sintesi, la loro interpretazione:
- Acqua: ha vari significati: vita eterna, purificazione, lavacro dalle colpe, immagine della Grazia, fonte della salvezza, vita eterna alla quale ciascuno è invitato ad attingere.
- Agnello: simbolo dell’innocenza, ed anche dell’umiltà. Vittima sacrificale (Agnus Dei, qui tollis peccata mundi)
- Albero: Vita spirituale (si eleva verso l’alto, allude alla vita che trionfa sulla morte). L’albero secco allude alla morte, l’albero verdeggiante alla vita, intesa come rinascita, resurrezione e vita eterna
- Ape: Simbolo di speranza e anche di concorde operosità comunitaria
- Candelabro: Luce spirituale
- Cervo che si disseta alla fonte: Anima del fedele che si abbevera alla grazia
- Colomba: Simbolo della pace; anche figura dello Spirito Santo
- Fenice: Simbolo di Cristo e della Resurrezione
- Fuoco: immagine della fede ardente che si trasforma e illumina. Anche segno di purificazione
- Giardino: Simbolo del Paradiso terrestre e di quello celeste. Luce: Simbolo della vita, di felicità e di salvezza. Monte: Simbolo della salita, della fatica per realizzarsi e raggiungere la salvezza
- Nave: Figura della Chiesa (la barca di Pietro; il tempio a figura di nave, da cui ‘navata’)
- Palma: Emblema di vittoria; simbolo del martirio come vittoria del martire sulla morte
- Pavone: Simbolo solare, che richiama la resurrezione del corpo (il pavone in autunno perde le penne, che riacquista in primavera)
- Pastore: Figura di Cristo, Buon Pastore. Da qui, appellativo dei sacerdoti e dei vescovi
- Pecore: Il gregge dei fedeli
- Quercia: Simbolo di immortalità
- Roccia: Parola di Dio (“Tu sei il mio Padre, il mio Dio e la roccia della mia salvezza”, Salmo 89, 27) Stella: Ha diversi significati: segno, guida, figura di Cristo (“stella radiosa del mattino”, Apocalisse, 22, 12) e della Vergine (“Stella mattutina”, nelle litanie lauretane)