Le statue parlanti
di // pubblicato il 03 Maggio, 2010
Spesso, camminando per le strade di Roma, ci si imbatte in statue: possono essere integre o frammentarie, antiche o moderne, di bronzo o di marmo, belle o anche francamente sgraziate. Poche di queste hanno il dono della parola. Le si può contare sulle dita di una mano, e chiamarle a raccolta: Pasquino, Abate Luigi, Madama Lucrezia, Facchino, Marforio.
A questi cinque se ne aggiunge di solito un'altra, il Babuino, che però sembra essere meno ciarliera delle prime.
Ma di che statue si tratta, si chiedono i non romani, e quando hanno cominciato a parlare? Ma soprattutto, cosa mai avranno da dirsi?

La loro storia è molto antica, e risale al passato glorioso della Roma imperiale: le statue ornavano, assieme a tante altre, strade, templi, edifici pubblici e privati. Sepolte dall’incuria e dimenticate per secoli, tornano alla luce a partire, grossomodo, dal XV secolo ed è più o meno in questo periodo che cominciano a parlare. Dopotutto c’è da capirle: dopo aver passato secoli sotto terra, senza mai vedere nessuno, avranno avuto una gran voglia di fare quattro chiacchiere!
La più celebre di queste statue è senza dubbio Pasquino.
Si tratta di un grosso frammento, databile al III secolo a.C., rappresentante il gruppo di Menelao che trascina fuori dal campo di battaglia Patroclo ormai morente. Pasquino viene riscoperto nel 1501 in una piccola piazzetta a due passi da piazza Navona. Lì abita il cardinale Oliviero Carafa, che decide di far lastricare l’area davanti alla sua residenza (l’odierno Palazzo Braschi, oggi sede del Museo di Roma): durante i lavori ecco comparire questo pezzo antico che, seppur frammentario, si rivela subito essere un’opera di grande valore, tanto che il cardinale decide di collocarla su di un piedistallo e lasciarla esposta in quel luogo.

In poco tempo la statua entra a far parte del panorama del rione, tanto da divenire fulcro della processione che si svolgeva ogni anno il 25 aprile, per la festa di San Marco. In questa occasione infatti la statua viene abbigliata alla maniera antica e sul suo piedistallo si affiggono componimenti poetici in latino scritti dagli studenti del vicino ginnasio, che si ispirano a fatti contemporanei.
Si tratta in realtà di epigrammi abbastanza pedanti e prolissi, ma hanno comunque il merito di rendere la statua protagonista della festa: Pasquino comincia quindi a vivere una vita propria, che va oltre il 25 aprile, e che riguarda molto da vicino i vizi della società romana del tempo.
I dotti testi in latino lasciano infatti il loro posto a versi (anonimi) ironici, sferzanti e pungenti, che mettono alla berlina i personaggi più in vista della città.
Bersaglio favorito è senza dubbio il papa, qualsiasi papa, l’autentico sovrano della città che, pur essendo capo della cristianità, non è immune alle debolezze, anzi: corruzione, nepotismo, avidità sono solo alcuni dei termini associati alla figura del pontefice.

Qualche esempio? Essendo stato ritrovato sotto il pontificato di Alessandro VI, Pasquino pronuncia le prime parole facendo proprio riferimento alla famigerata famiglia Borgia:
“Son questi Borgia inver sul buon cammino,
oprando gesta gloriose e degne
del serpente, di Giuda e di Caino”.
Qualche anno più tardi sarà invece preso di mira Leone X, papa Medici, che trasforma la Curia in una vera e propria corte rinascimentale, nella quale però il concetto di moralità risulta abbastanza vago.
Proprio in questo periodo un semplice monaco tedesco, Martin Lutero, visita la città e rimane sconvolto dall’imperante clima di corruzione e di lascivia, ma soprattutto dalla pratica della vendita delle indulgenze, che porterà nelle casse pontificie i denari necessari alla costruzione della nuova basilica di San Pietro.
Pasquino non si lascia sfuggire quest’ultimo dato e, in seguito alla morte del papa nel 1521 appaiono questi versi:
“Gli ultimi istanti per Leon venuti,
egli non potè avere i sacramenti:
perché da tempo già li aveva venduti”

Pasquino non parla certamente da solo, ma ha una serie di interlocutori che rispondono alle sue imbeccate.
Il “compare” per eccellenza è il Marforio, monumentale statua fluviale, dal nome ancora misterioso (forse deriva dal ritrovamento all’interno del foro di Augusto, nei pressi del tempio di Marte Ultore) che oggi adorna il cortile del Palazzo Nuovo di piazza del Campidoglio.

Poco distante, l’unica donna del gruppo, Madama Lucrezia (in piazza San Marco), che forse in origine doveva rappresentare la dea Iside o una sua sacerdotessa. Lucrezia, che ricorda nel nome un’amante, molto acuta ed intelligente, di Alfonso d’Aragona, comunque non si esprime mai troppo.

L’abate Luigi ed il facchino di via Lata completano il quadro: il primo è la statua di un togato romano, forse console o senatore, ritrovato nei pressi della chiesa di Sant’Andrea della Valle e collocato per questo lì accanto; il secondo è invece una fontanella in una traversa di via del Corso, fino a qualche tempo fa soffocata da motorini ed annerita dallo smog.
Fortunatamente, tutte le statue parlanti hanno recentemente subito una pulitura e anche il facchino (chiamato così per la somiglianza con tale Abondio Rizio, che di professione faceva proprio il facchino) può finalmente respirare un po’.

Le cinque statue discutono amabilmente per più di trecento anni (ma ancora oggi Pasquino è il punto di riferimento per chiunque abbia qualcosa da dire o qualche critica da fare alla società ed ai suoi amministratori) sottolineando tutte le malefatte della Curia romana; alcune pasquinate sono diventate celebri (quod non fecerunt Barbari, fecerunt Barberini), altre hanno avuto invece meno fortuna.

Per concludere però scegliamo quella che è unanimemente considerata l’ultima, ritrovata alla vigilia del 20 settembre 1870 quando, con l’entrata dei bersaglieri in città, il papa perde definitivamente il potere temporale sulla città, che diventa capitale del nuovo regno d’Italia.
Con un’incredibile lucidità, Pasquino anticipa gli eventi:
“Santo Padre benedetto,
ci sarebbe un poveretto
che vorrebbe darvi in dono
questo ombrello. È poco buono,
ma non ho nulla di meglio.
Mi direte: a che mi vale?
Tuona il nembo, Santo Veglio;
e se cade il temporale?”