Le sculture del Giardino di Boboli torneranno a splendere grazie alle biotecnologie

di cierre // pubblicato il 25 Novembre, 2010

Non posso negare che la parola “biotecnologie” potrebbe far scorrere un brivido lungo la nostra schiena! In questo caso, state tranquilli, quello che è stato proposto non è la modificazione genetica di qualche organismo ma bensì l’ottimizzazione del lavoro di microrganismi per ottenere un grande risultato.
Il 16 novembre, alle ore 11.30, presso l’Opificio delle Pietre Dure a Firenze si è tenuta la cerimonia di consegna del premio Invito a Palazzo assegnato dall’Associazione Bancaria Italiana (ABI) al miglior diplomato restauratore della Scuola di Alta Formazione dell’Opificio delle Pietre Dure. 
“Le banche – ha detto il Presidente della Commissione Regionale ABI Toscana, Ferdinando Quattrucci – investono milioni di euro l’anno per salvaguardare e valorizzare il patrimonio artistico e culturale italiano. In questa direzione, il premio all'Opificio delle Pietre Dure è un’ulteriore testimonianza dell’attenzione e della sensibilità del settore per l’arte e la cultura, in continuità con la tradizione del mecenatismo bancario che vide i Medici, potenti banchieri e mecenati, fondare il prestigioso istituto fiorentino”.

Il premio è stato conferito ex aequo agli allievi Eleonora Gioventù e Stefano Pasolini, del Settore di restauro dei materiali lapidei, e consentirà di restaurare due sculture seicentesche del Giardino di Boboli a Firenze: il Perseo della Vasca dell’Isola e Amore che colpisce un cuore con il martello, entrambe attribuite a Giovan Battista Pieratti (1622-23).

Sulla statua lapidea Amore che colpisce un cuore con il martello sarà adottato il nuovo metodo di rimozione delle croste nere(1) basato sull’utilizzo di batteri (Desulfovibrio vulgaris subsp. vulgaris) sperimentato durante il lavoro di tesi di laurea di Eleonora Gioventù su Allegoria della Morte di Giuseppe Lazzerini (Cimitero degli Inglesi, Firenze). I vulgaris (messi a punto dal Dipartimento di Scienze e Tecnologie Alimentari e Microbiologiche dell’Università di Milano, che da anni si occupa dello sviluppo di biotecnologie per i Beni Culturali) aggrediscono e riducono, quasi totalmente, i solfati delle incrostazioni consentendone una più facile rimozione. È affascinante immaginare il lavoro certosino di questi piccoli esseri operai.

E prima di oggi cosa veniva utilizzato? Le opere lapide venivano forse lasciate in balia delle croste nere?
Al momento, e chi sa ancora per quanto, il bicarbonato di ammonio, veicolato nella maggior parte dei casi con impacchi di polpa di cellulosa, è il prodotto maggiormente impiegato. Questo metodo tradizionale, esercita un’azione desolfatante riuscendo a trasformare il gesso (croste nere) in solfato di ammonio più solubile e facilmente asportabile a seguito di lavaggi con acqua.

Fino ad oggi i bassi costi, la facilità di applicazione, l’elevata efficacia del bicarbonato di ammonio sembravano non lasciare spazio a nuovi prodotti anche altamente tecnologici. I vulgaris sembrano invece soppiantare i tradizionali metodi. Grazie alla loro efficacia anche su superfici particolarmente degradate, specie i marmi, ma soprattutto è significativo il fatto che operino senza attaccare la patina del tempo caratteristica imprescindibile dell’opera.
Ci sono segni che il tempo ha lasciato depositare sulle opere senza ritegno, ma ci sono segni che il tempo regala alle opere d’arte che l’ingegno umano è in grado quasi magicamente di creare per renderle più preziose, talvolta, ma sicuramente più affascinanti, quindi perché cancerlarli!!

 

Dettagli

DIDASCALIE IMMAGINI

  • Perseo della Vasca dell'Isola,
    Giovan Battista Pieratti (1622-23)
    (prima del restauro)


NOTA

(1) Le piogge acide delle aree urbane, ricche di acido solforico, aggrediscono i monumenti lapidei esposti all’aperto causando la trasformazione chimica del carbonato di calcio insolubile in gesso. Durante la cristallizzazione del gesso il particolato, presente nell’atmosfera inquinata delle nostre città, viene inglobato nella matrice minerale causando un annerimento della superficie “attaccata”.