Le quattro volte
di // pubblicato il 04 Giugno, 2010
Le quattro volte coraggiosamente racconta l’invisibile. Una chiave di lettura è offerta da ciò che dice la voce fuori campo nella pubblicità del film citando a grandi linee una frase di Pitagora, tramandata però a noi da un allievo dato che il grande matematico greco non ha mai voluto scrivere le sue idee in carteggi.
“Abbiamo in noi quattro vite successive incastrate l’una dentro l’altra. L’uomo è un minerale perché formato da sale, acqua e da sostanze minerali. L’uomo è vegetale perché come le piante si nutre, respira e si riproduce. E’ animale in quanto dotato di conoscenza del mondo esterno, di immaginazione e di memoria. Infine è un essere razionale perché possiede volontà e ragione. Abbiamo in noi quattro vite distinte e dobbiamo quindi conoscerci quattro volte.”
Composto da quattro episodi in sequenza che si compenetrano senza una netta divisione, il film segue gli ultimi giorni di un vecchio pastore solitario, ammalato e convinto di curarsi bevendo ogni sera sciolta nell’acqua la polvere raccolta dal pavimento della chiesa. Alla morte del vecchio assistiamo alla nascita di un piccolo capretto bianco, seguendolo nei suoi primi mesi di vita, fino alla prima volta in cui condotto al pascolo si perde nel bosco allontanandosi dal gregge e fermandosi tra le radici di un albero. Un grande abete bianco viene tagliato via dal bosco e portato in paese per la festa della pita, una specie di albero della cuccagna, a festeggiamenti conclusi viene tagliato a pezzi e portato in una carbonaia, dove attraverso un antichissimo processo di combustione sarà trasformato in carbone di legno.

Se pensiamo alle idee pitagoriche sulla metempsicosi, la trasmigrazione dell’anima, è chiaro l’intento di raccontare la storia di uno spirito invisibile che attraversa tutti gli stadi della vita materiale, da umana a minerale passando per animale e vegetale. Un percorso di reincarnazione giunto all’apice nell’ultima inquadratura con la fumata bianca che invade lo schermo, rappresentazione visiva di un mistico annullamento, il perseguire una pace interiore liberandosi dal desiderio aspirando a essere nulla, a diventare nulla.
Un po’ documentario un po’ finzione il film è completamente privo di musica o di dialoghi, le pochissime parole che si odono non danno alcuna informazione narrativa, sono poco più di un bisbiglio e hanno lo stesso valore del soffio del vento; per questo la colonna sonora risulta molto importante nel restituire la realtà della natura, in cui ogni cosa sembra avere un anima e l’uomo non è il centro dell’universo ma solo una presenza, spesso ingombrante, tra le altre specie viventi.
Portando sullo schermo luoghi arcaici spogli ed essenziali, dove non c’è niente di tutto ciò che affolla le nostre vite moderne, per contrasto il niente del vuoto è uguale al tutto e il film invita a riconsiderare il valore dell'esistenza inserita nel ciclo naturale delle cose. Come un circolo chiuso destinato a perpetuarsi all’infinito il film si apre sulla costruzione umana degli scarazzi, covoni di legno per la trasformazione in carbone e si chiude sul carbone bruciato per dare calore a un’umana dimora. L’esistenza umana è così solo una forma di vita tra le altre nell’universo dove animali, vegetali e minerali hanno pari dignità.

In quest’ottica anche la terrificante indifferenza della natura alle vicende umane fa meno paura. Spesso mi son scoperto atterrito nel considerare l’impassibilità degli alberi al vento davanti al dolore di un’assenza umana, la morte è un mistero e nonostante secoli d’evoluzione il genere umano fatica ancora a comprenderne il valore e ad accettarne l’esistenza. Se iniziamo però a pensare all’essere umano come elemento in connessione con la natura intera, ammettendo la possibilità di trasformazione dell’anima, anche l’uomo sarà meno solo nel suo vuoto esistenziale.
Il pulviscolo che vola nel raggio di luce dentro la chiesa ha la magia di una favola, davvero possiamo credere a proprietà curative di questa polvere di cielo. I movimenti fluidi della macchina da presa davvero ci trasportano nel mondo animale, spingendoci ad assumere l’inedito punto di vista del capretto nel gregge. La carrellata con punto di vista molto basso tra le capre del gregge che attraversano i vicoli del paese rappresenta un momento di rara bellezza, i primi piani delle capre con i loro occhietti vivi non hanno meno valore di umane interpretazioni d’attore e il ritorno del gregge nell’ovile con i piccoli rimasti dentro ad aspettare, comunica tutto il pathos emotivo e la tenerezza di un reale ricongiungimento familiare. Assistere al graduale spostamento del punto di vista, dal mondo umano in cui gli animali sono parte del paesaggio a quello animale in cui è l’uomo a finir fuori fuoco sullo sfondo, è molto interessante e rivela l’ottima capacità del regista a tessere il racconto visivo solo attraverso le immagini.

Le figure umane del film sono persone per molti versi ai margini, o sul confine come ama definirle l’autore Michelangelo Frammartino. Lo sono i carbonai che svolgono ancora oggi un’attività antichissima e in via d’estinzione perché i loro figli non hanno voluto imparare il mestiere che morirà con loro, ma lo è anche il pastore protagonista del primo episodio del film. La figura del pastore è insieme un tramite tra l’umano e l’animale, perché trascorre gran parte del suo tempo in solitudine nelle campagne col gregge, a contatto stretto con gli animali, ma è anche tradizionalmente tramite tra umano e divino se consideriamo che nel Vangelo, come rappresentanti dei più umili del mondo, proprio i pastori furono i primi a partecipare alla lieta novella, invitati alla grotta di Betlemme a rendere omaggio al Salvatore.
Michelangelo Frammartino con Le quattro volte è al suo secondo lungometraggio dopo l’esordio con Il dono, nato a Milano da una famiglia completamente calabrese, ha trovato naturale andare a girare il film in quella terra dove stanno le sue origini genealogiche. Da bambino i suoi nonni gli proibivano di giocare con i bambini dei pastori, ritenuti persone troppo in familiarità con le bestie e quindi un po’ selvatici per poter godere della loro fiducia e non dover averne timore, questo ha alimentato la curiosità del piccolo Michelangelo verso le persone semplici discriminate anche dai loro stessi compaesani.

Un film come Le quattro volte è per sua natura opera che sfugge ogni classificazione, è poetico cinema dell’anima che nelle intenzioni del regista richiede allo spettatore una partecipazione attiva, chiamato a colmare quei vuoti narrativi che volutamente sono lasciati indefiniti perché ognuno possa trovarvi le sue connessioni, arrivando a far parte a pieno titolo e in prima persona del processo creativo del film stesso, un’opera viva perché in costante evoluzione. Frammartino a proposito del suo primo film, ha detto che i molti incontri e discussioni con il pubblico nei cineforum hanno cambiato la sua percezione della pellicola stessa, rispetto all’idea originale che aveva quando l’ha realizzata.
Lo spettatore che raccolga la sfida vedrà schiudersi davanti ai suoi occhi lo scrigno meraviglioso della natura, tangibile della materia e invisibile delle idee. Dimostrando una grande dose di fiducia e rispetto per l’intelligenza dello spettatore, Michelangelo Frammartino con Le quattro volte ci introduce al mondo naturale, forse a volte dimenticato, che vive e palpita intorno a noi, in cui l’essere umano è un elemento tra gli altri, non supremo e arrogante centro di tutto come spesso la nostra cecità ci porta a credere.
