Le Pulle di Emma Dante
di // pubblicato il 20 Febbraio, 2010
Puellae, girlfriends o mogli?
No, no. Meglio Pulle
Lavoro di carattere musicale che ha preceduto il trionfo scaligero della Carmen dai sapori mediterranei, Le Pulle di Emma Dante, regista a capo della compagnia Sud Costa Occidentale da lei fondata nel 1999, è approdato a Bologna presso il Teatro delle Celebrazioni il 17 febbraio, dopo una tournée in varie città francesi, svizzere e italiane che prevede come prossime tappe il Teatro degli Industri di Grosseto e il Teatro Kismet di Bari.
"Pulla" in dialetto palermitano é sinonimo dell'italiano "Puttana". Il sottotitolo, "operetta amorale", spiega la Dante, sta a definire "un atto unico di carattere popolare in cui la recitazione si alterna col canto e l'argomento che viene trattato non ha relazione con la comune morale". Nell’ Operetta dai toni quasi allegorici, le tre fate, quella “snodata”, “quella più intonata” e quella “che sa fare incanti e magie con le parole”, guidate dalla “levatrice delle fate” Mab, una sorta di meneur de jeu vestita di nero, accompagnano cinque pulle, quattro travestiti e un trans, in una sorta di viaggio onirico che fa rivivere loro fobie, desideri, sogni, timori. Creature ibride nelle quali prevarica il femminile sul carattere fisiologico maschile con tanto di conclusione a le mariage dans église.
Come spiega Carmine Maringola, ideatore dello spazio scenico dello spettacolo in questione e di Cani di bancata, altro lavoro della regista, e attore all’interno dell’operetta nel ruolo di Stellina, che si è gentilmente offerto di essere intervistato, è, nella sua semplicità, costituito da teli e fondali in tessuto rosso damascato e sei quinte di forma triangolare che, azionati dalle fate o da Mab, plasmano la scena come i tagli di vari lussuosi privé all’interno di un bordello. Un sorta di spazio polivalente-evocativo che assume i toni, sia di una strada, sia di un ipotetico palcoscenico da gran teatro per balletti cijaikovskiani, sia di una casa privata con tanto di orologio che segna le ore, sino ad arrivare alla bottega di un ciabattino e ad una chiesa. Tutto ciò potenziato dalle sapienti luci firmate da Cristian Zucaro.
Il lavoro corporeo delle tre fate assume caratteri poliritmici e forsennati, una sorta di corpo letteralmente “fatto a pezzi”, con ascendenze di artaudiana memoria, pronto a disarticolarsi, contorcersi, piegarsi, darsi in difficilissime combinazioni acrobatiche, forse a simboleggiare il carattere non umano delle fate in questione. Carmine ci aiuta a comprendere: la visione della regista è partita da un <<lavoro sulle bambole>
Ma dal canto loro anche le cinque Pulle offrono ricche performances dei loro corpi. All’inizio dello spettacolo sembra di trovarsi di fronte alle vetrine di bordelli tipici dell’area fiamminga, Bruxelles, Amsterdam, Anversa, dove le meretrici in abiti succinti si mettono in mostra e, attraverso le vibrazioni sibilanti della lingua, una sorta di fonema ancestrale, richiamano l’attenzione visiva e uditiva dei probabili clienti, per poi passare ai toni caldi di una Italia meridionale, probabilmente Palermo, dove si parla una lingua “al-limite”, dialetto palermitano e napoletano innestato sull’italiano. Scene di vita comunitaria, una sorta di aggregazione spontanea tra soggetti dello stesso status che fortifica il singolo e rende possibile in gruppo la sopravvivenza, seguono questa sorta di coming out catartico personale delle Pulle, le quale vivono sotto l’influsso delle fate momenti salienti della loro vita. E così inizia in maniera quasi spontanea questa passerella.
Rosy racconta del biglietto per Il lago dei Cigni ricevuto in regalo per il suo compleanno che si conclude poi in un inseguimento con una volante telecomandata, sorta di pas de deux che recupera alcuni stilemi della danse d’école in senso ironico sotto le note della partitura ciajkovskiana.
Sara per la sua fobia di ingrassare non mangia e vomita tutto quello che ha mangiato, Moira rivive il suo rapporto d’odio con la madre che l’ha indotta a prostituirsi per miseria a dodici anni. Ata in un momento di sconforto lascia le compagne di vita e ritornata dal padre ciabattino, incarnato da due prefiche vestite di pizzo nero con volto coperto che lavorano incessantemente su calzature maschile e femminili, per palesarsi nella sua nuova natura. E Stellina vive i sogno di potersi sposare col suo amato Rocco in una Chiesa con abito da sposa, invitati e ricevimento. Tutto con canti, testi di Emma Dante e musiche di Gianluca Parcu, Alias Lu, da toni neomelodici al rapping. Songs dal sapore brechtiano? semplici arie da operetta degli anni duemila? O residuo degli stasimi greci?
Sapiente attenzione ai costumi femminili, intimo strass e paillettes, acquistati dalla stessa Dante durante una tournée a Parigi, come ci rivela Carmine, e calze da donna che coprono i volti, residuo del mercato settimanale palermitano. Una interessante poetica degli oggetti che in alcuni momenti assumano una valenza da bio-oggetto kantoriano. Come nel caso del matrimonio di Stellina che le maschere degli invitati si trasformano in simulacri, pupazzi in lattice gonfiati dagli stessi attori in scena, della presenza maschile. Contraltare peccaminoso alla concezione morale di Stellina, dice Carmine il creatore del ruolo, che vede in maniera pura e diversa dal comune intendere, “amorale” appunto”, il proprio sposalizio con un uomo che lei ama. Una ironica visione che li associa a situazioni di fertilità coi i peni eretti ben messi in evidenza, sorta di falloforie rituali?
Che sia un rito vero e proprio? Trucco, vita comunitaria, in-profumazione, vestizione, professione, ricordo, spoliazione, tutto sotto gli occhi attenti di Mab vestita di nero e delle tre fate, ricordo forse delle “donni i notti” tipiche della tradizione siciliana?
Con un interessante prassi recitativa basata sul ritmo e sulla creazione di suoni onomatopeici frutto di laboratori guidati da Emma, dove la regista lavora sui silenzi che si avvertono negli interstizi della partitura attorica. Tutto conclusosi in un abbraccio matrimoniale tra Stellina e il suo Lui anonimo e nei cerchi rituali creati dal waltzer di una delle fate che danza con gli stessi simulacri di quegli uomini, ormai sgonfiati e privi di quella linfa vitale data proprio dalle donne.
Uomo che esorcizza con derisione le diversità ma che al contempo se ne nutre, in un universo da sempre governato da una coesistenza degli opposti, dove il famoso “vizio greco” penetra nel mondo occidentale proprio dalla Sicilia, e dove proprio nella Roma imperiale le prostitute più apprezzate erano di provenienza egizia, siriana e siciliana.