Le Stanze dei Tesori
di // pubblicato il 29 Novembre, 2011
“Vivere in una città ricca di musei e non frequentarli è come rinunciare a entrare nella stanza più bella della propria casa” (C. Acidini)
Se si pensa alla realtà museale fiorentina, viene automatico associare il nome del capoluogo toscano a quello di Uffizi, Accademia, Bargello, Palazzo Vecchio e Palazzo Pitti. Fermo restando che questi spazi sono imprescindibili per la conoscenza del fare artistico rinascimentale, è giusto ricordare che Firenze è anche altro, molto altro, e per questo può essere paragonata ad uno scrigno prezioso che custodisce tanti bellissimi e inattesi tesori.
Partendo da questa consapevolezza, per il 2011 l'iniziativa Piccoli Grandi Musei, giunta quest'anno alla settima edizione, pone l'attenzione sulle vicende collezionistiche che hanno interessato una fitta trama di musei del centro storico e dei dintorni di Firenze, custodi di perle tanto rare quanto poco conosciute. Raccolte poste in essere da personalità eccezionali che hanno un comune denominatore: la passione travolgente per l'arte unita a quella per il collezionismo. Qualità che caratterizzano anche la città.

Museo Bardini, Horne, Stibbert, Bandini, Museo della Casa Fiorentina Antica in Palazzo Davanzati, Fondazione Salvatore Romano e Museo Bandini costituiscono l'orgoglio di questa realtà. Per l'occasione, ciascuno di essi ha previsto iniziative (specificate a lato) volte a promuovere le rispettive raccolte. Ma è anche possibile vederne una summa nella mostra Le Stanze dei Tesori, allestita a Palazzo Medici Riccardi fino al 12 Aprile 1012, una ideale prosecuzione della Biennale Internazionale dell'Antiquariato per la qualità altissima dei poco noti capolavori esposti.
Ad eccezione del canonico Angelo Maria Bandini, antesignano dei futuri antiquari - raccolse opere di arte sacra sul finire del Settecento, quando il gusto per i “Primitivi” era ancora ad uno stato embrionale, come documenti dell'antichità del cattolicesimo - le altre collezioni sono il risultato di un evento che ha avuto una portata sconvolgente.

Per far fronte alle difficoltà economiche dello stato italiano di recente unificazione, a partire dal 1866 furono presi una serie di provvedimenti coatti, noti come “leggi eversive”, volti a sopprimere gli enti religiosi, negando loro la capacità patrimoniale; di conseguenza, i beni ecclesiastici furono confiscati e demanializzati. Se i beni immobili (monasteri, chiese, edifici conventuali) furono sottoposti a progetti di rifuzionalizzazione al servizio dello stato (caserme, scuole, ospedali, tribunali, manicomi), una quantità enorme di beni mobili, contenuti all'interno di quegli stessi edifici, di altissima qualità e di importanza storica assoluta, inondarono il mercato antiquario, che allora come non mai divenne polo d'attrazione e luogo di speculazione.
Se da un lato la mancanza di leggi di tutela determinò la dispersione del patrimonio, dall'altro il commercio antiquario andò ad assecondare - e fomentare - il gusto per i Primitivi italiani, testimonianze della fede cristiana dei primordi, dal XIII al XV secolo, il cui gusto allora poco diffuso in Italia era invece molto apprezzato fuori dai confini nazionali.
A quel tempo Firenze, da sempre sinonimo di prestigio in campo artistico e culturale, era anche capitale; come naturale conseguenza divenne allora protagonista del mercato d'arte nel panorama internazionale. Città colta e cosmopolita, dalla seconda metà dell'Ottocento fino almeno ai primi due decenni del Novecento, qui confluì una moltitudine di intellettuali, studiosi, collezionisti, antiquari da tutto il mondo, attratti dalla concentrazione di un patrimonio così spettacolare.

Nello stesso 1866 il giovane Stefano Bardini, schierato al fianco di Garibaldi nella Seconda Guerra d'Indipendenza, vinceva una onoreficienza militare in occasione della Battaglia di Bezzecca. Ma ben altre furono le glorie per cui il suo nome è passato alla storia. Ambizioso e avveduto, povero ma dotato di buon gusto, seppe approfittare della situazione. Al ritorno dalla guerra, si dedicò al commercio antiquario, accerchiandosi di uno staff specializzato nel raccoglimento, riconoscimento e restauro delle opere. E divenne incredibilmente ricco. Nel corso della sua esistenza vide passare tra le sue mani un numero incommensurabile di capolavori, oggi dislocati nei più importanti musei del mondo, tra Parigi, Berlino, Londra e gli Stati Uniti; al punto che, se per la maggior parte non fossero stati venduti, forse oggi la sua collezione saprebbe competere persino con quella degli Uffizi.
Negli anni estremi della sua vita, conscio di aver privato il territorio italico di una quantità enorme di opere, si dedicò alla costituzione di una propria galleria (1172 oggetti, a cui si aggiungeva il Palazzo in Via dei Mozzi), che decise di donare a Firenze.
Bardini, il “principe degli antiquari”, è il caso più straordinario di queste personalità, ma non è affatto un caso isolato. Negli stessi anni Elia Volpi, che inevitabilmente entrò in contatto con Stefano, a sua volta divenne un mercante formidabile. Acquistò e fece ristrutturare Palazzo Davanzati, per farne uno show room visitato da collezionisti italiani e stranieri.

Status symbol per eccellenza, indice di buon gusto e di prestigio sociale, l'opera d'arte era ora alla portata di tutti coloro che avessero disponibilità economica, non più soltanto appannaggio di un mecenate principesco. Bardini e Volpi, dunque, organizzano le prime vere e proprie “case d'asta”, precorrrendo la lunga tradizione che perdura tutt'oggi.
Ancora, Frederick Stibbert, nato a Firenze ma di origini inglesi, dedicò la sua vita e alla eclettica collezione di ceramiche, armi e armature antiche, provenienti da diversi continenti, e radunate nella sua Villa di Montughi, nel quartiere di Rifredi; come Bandini e Bardini, anche Stibbert donò alla città la sua raccolta, una delle più importanti al mondo nel suo genere.
Straniero era anche Herbert Percy Horne, che però sognava di essere un magnifico messere della Firenze Medicea; seguendo questa linea si fece antiquario e collezionista, arrivando a circondarsi di un nucleo di opere di altissima fattura. Non avendo eredi, anche Horne lasciò tutto alla sua seconda patria.
Infine Salvatore Romano, campano di nascita e fiorentino di adozione, mise insieme una pregevole collezione di frammenti di sculture, architetture, pitture dei grandi maestri rinascimentali, di elementi di arredo e di “arte minore”, tutti superstiti di complessi più ampi oggi smembrati o distrutti. Ancora in vita, lasciò la sua collezione a Firenze, perché fosse esposta Oltrarno, nel Cenacolo di Santo Spirito.

Queste furono le modalità attraverso le quali nacquero i “piccoli grandi musei” fiorentini. Collezionismo antiquario, amore per l'arte e mecenatismo si intrecciarono, contribuendo alla formazione del gusto delle dimore fiorentine, che a loro volta divennero modelli per gli allestimenti dei musei di tutto il mondo, che proprio in quegli anni si andavano formando. Ne Le Stanze dei Tesori, dunque, le opere si fanno portatrici di un valore ulteriore: non sono soltanto espressione di valori estetici o storici legati al gusto dell'epoca che le ha prodotte, ma raccontano la storia di coloro che fecero dell'arte e del collezionismo una ragione di vita e che, come abbiamo visto, nella maggior parte dei casi donarono a Firenze la propria eredità. Un segno di riconoscenza alla città che aveva reso possibile il loro sogno.
Finita quest'epoca eccezionale per il mercato antiquario, lo stato italiano ha giustamente posto dei freni al commercio delle opere. Tutt'oggi è fondamentale trovare un compromesso fra il diritto pubblico di tutela delle opere e quello della proprietà privata e libero mercato. “Perché deprimere oltre misura il mercato significherebbe deprimere il collezionismo e la stessa scienza storico artistica”, ci spiega Antonio Paolucci, presidente del comitato scientifico della mostra. Ma d'altra parte, continua, “favorire il liberismo mercantile vorrebbe dire colpire a morte il patrimonio. A Firenze, da sempre, soprintendenti e antiquari, collezionisti e mercanti cercano di trovare, con pragmatica duttilità, il necessario punto di equilibrio”.