Le rovine del presente

di Luigi Conidi // pubblicato il 26 Ottobre, 2011

Una corrente che sta in equilibrio fra il “teorico” e il “teatrale”; che nei Totems di Ettore Sottsass (1965-7) mescola arte sacra indigena e pompe di benzina; i cui materiali di partenza, nelle parole di Bruno Zevi (1967), possono essere Las Vegas e Versailles; che a loro volta non si escludono ma si combinano, con il principio del “sia/che” (both/and) piuttosto che quello del “o/o” (either/or). E ancora, un movimento che fa coesistere costruzione e distruzione, con l'architetto Isozaki che progetta il futuribile Tsukuba City Centre (1979-83), al contempo disegnandolo in rovina; che sembra transculturale, anche se è eurocentrico; che scardina il genere, rendendo “maschio” e “femmina” problemi “premoderni”. È proprio encomiabile che i curatori del Victoria & Albert Museum siano riusciti a ricostruire le vicissitudini del postmodernismo, inquadrando questo torrente di idee che sembra spesso travolgere tutto (e il suo contrario).
Vista di una sala della mostra
Il più grande museo di design al mondo ospita Postmodernism: Style and Subversion 1970-1990 dal  24 Settembre al 15 Gennaio 2012, mostra che si trasferirà al MART di Rovereto dal 25 Febbraio al 3 Giugno prossimi. L'ambizione è quella di costruire una storia del movimento postmoderno, affrontata da un punto di vista ragionevolmente selettivo: il percorso parte dall'architettura, per arrivare alla moda, al design e alle arti performative. Mostrando chiaramente come, da frattura antiutopica rispetto agli ideali modernisti di progresso, il pensiero postmoderno sia sgocciolato in ogni campo della vita quotidiana, fino all'arredamento.
Venturi, Scott Brown and Associates, “Vegas”
La demolizione delle case popolari Pruitt-Igoe a St. Louis, Missouri, avvenuta il 15 Marzo 1972, segna per il teorico Charles Jencks “la fine del modernismo”. Una gigantografia dell'evento inaugura l'esposizione, che prosegue con le sculture degli italiani Mendini e Sottsass, e i progetti architettonici di Robert Venturi e Denise Brown. Questi ultimi, ispirandosi al paesaggio di Las Vegas con i suoi edifici da leggere “a 35 miglia orarie”, manifestano già il crollo della fede nelle linee pure e negli spazi funzionali; dimensioni sfasate, dettagli enormi, che annullano lo scarto tra utile e decorativo. Con la successiva sequenza di progetti, partoriti nel corso degli anni '70, emerge un'altra caratteristica del postmoderno: il recupero del passato, indiscriminatamente accostato a presente e futuro. Alcuni estratti dalla mostra Roma interrotta, organizzata nel 1978 da Piero Sartogo, mostrano l'insegna del casinò Caesar's Palace sostenuta da effettive colonne corinzie – ancora una volta Vegas, l'estrema frontiera del capitalismo e l'antichità classica (per alcuni, sacro e profano). La compresenza che oggi, ingenuamente, capita di vedere come kitsch, si opponeva all'”idioma monolitico” del modernismo; da qui, però, il postmoderno cessa di definirsi in contraddizione col moderno e comincia ad assumere caratteristiche identificabili. Se il progresso non è più credibile e tutto è attuale, ogni accostamento diventa lecito,  e la mediazione che ha portato all'oggetto si troverà sempre ad essere – squarciata la coltre dell'oggetto stesso – la vera attrattiva.
Frank Schreiner (for Stiletto Studios), “‘Consumer’s Rest’ chair”
Attraversando la scultura (Giulio Paolini) e la moda (Vivianne Westwood), la mostra prosegue negli anni '80, quando avviene il vero boom del postmodernismo: ovvero quando, veicolata da musica e riviste, l'arte entra nella vita quotidiana con i suoi abbinamenti esagerati, i colori sgargianti, e ogni gesto può diventare un meta-gesto, un'”affermazione di stile”. Un grande spazio è dedicato ai due collettivi di design milanesi Studio Alchymia (1978) di Mendini, e Memphis (1981) di Sottsass: il bricolage culturale, il redesign (grazie al quale ogni oggetto storico può ridivenire nuovo), informano i beni di consumo. Ma da riflessione sull'oggetto, l'arte ritorna così oggetto: e, nell'esigenza di chiudere la parabola del postmoderno, il Victoria & Albert indvidua la morte del movimento nel suo matrimonio con la società del consumo, il brand, l'artista superstar. L'imponente Dollar sign (1981) di Warhol apre l'ultima sezione della mostra, che si chiude nel segno del denaro corruttore. Forse una storia romanzesca, ma ben argomentata, per sigillare un movimento che sembra non accettare confini; i curatori riconoscono che, se il postmodernismo è finito, non lo è la sua influenza. Sarà perché siamo noi i primi a essere postmoderni, e questa essenza è assieme la nostra conquista e la nostra rassegnazione? È ancora difficile dimostrare se la corrente è morta, e forse, se lo è davvero, è perché abbiamo smesso di porci i problemi che ha sollevato. A chi abbiamo delegato le risposte? Alla finanza? Alle multinazionali del cibo e della moda? Alle gallerie private? Il più grande pregio della mostra è il risuscitare questo tarlo, accantonato appena venti (lunghissimi) anni fa.
Cinzia Ruggeri, “Homage to Lévi-Strauss”
Un'altra menzione speciale va riservata all'organizzazione dello spazio espositivo, non funzionale ma sinceramente postmoderno. Stanze e passaggi si stringono e allargano a piacimento in forme irregolari come le case di Gehry, dando l'impressione dell'improvvisato, del non finito. In apertura può capitare di scorrere plastici, disegni, progetti per poi imbattersi in un'etichetta di una foto “invisibile”: allora si nota la grana del muro e, indietreggiando, si contempla l'immagine già percorsa senza accorgersene. Alcuni tendaggi di plastica fluorescente suggeriscono un proseguimento della mostra verso quelle che in realtà sono uscite antincendio, o vicoli ciechi. Infine, un'insegna luminosa ci indica il negozio, colmo di magliette, dischi, spille, lecca-lecca parlanti. Il percorso della mostra, allora, sembra una profezia che si autoavvera – il negozio la sua ultima sezione, con un'ironia tutta postmoderna.
Cartello del negozio

 

Traduzioni

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Vista di una sala della mostra
    © V&A Images
  2. Venturi, Scott Brown and Associates, “Vegas”
    1966, © Venturi, Scott Brown and Associates
  3. Frank Schreiner (for Stiletto Studios), “‘Consumer’s Rest’ chair”
    1990, © V&A Images
  4. Cinzia Ruggeri, “Homage to Lévi-Strauss”
    dress Autumn/Winter collection 1983–4, © V&A images
  5. Cartello del negozio
    © Luigi Conidi 2011

In copertina:
Jean-Paul Goude,
1979, © Jean-Paul Goude

Mappa

Dove e quando

Postmodernism: Style and Subversion 1970-1990

  • Date : 24 Settembre, 2011 - 15 Gennaio, 2012
  • Sito web

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