Le rane a Parma: una commedia classica che racconta di noi
di // pubblicato il 10 Dicembre, 2011
- di Davide Villani -
“Perché la nostra città possa salvarsi e mantenere il suo teatro”. Lo slogan di Dioniso viene ripetuto insistentemente nel corso dello spettacolo ed il parallelismo con l’oggi si crea in un istante: un’intera società caduta profondamente in crisi che deve trovare la via della sopravvivenza mentre il mondo dell’arte e della cultura sono minacciate da un lento ed inesorabile processo di annientamento dettato dai potenti. In questo modo Le rane di Aristofane parlano di noi. E lo fanno oggi, con le stesse parole di allora, senza che ci sia alcun bisogno di ritoccare in maniera drastica quanto scritto, nel 405 a.C., dal commediografo greco: la storia della resurrezione di un poeta per ritrovare la luce perduta, un viaggio negli inferi per riportare in superficie la speranza e nuovo vigore per gli uomini.

Il tormentato percorso di Dioniso e del suo servo Xantia alla ricerca di Euripide va in scena al Teatro Due di Parma che proprio quest’anno festeggia i quarant’anni di attività proponendo una ricca stagione di prosa in grado di alternare titoli classici a spettacoli certamente meno noti al pubblico. L’allestimento in questione de Le rane, curato dall’Ensemble di Fondazione Teatro Due, mantiene inalterata la drammaturgia originale a partire dalla netta divisione in due parti distinte della vicenda: in un’Atene devastata dalla guerra del Peloponneso, Dioniso (Gigi Dall’Aglio) decide di riportare alla luce il grande poeta Euripide (Luca Nucera), recentemente scomparso, perché possa con le sue parole aiutare la città nel suo difficile, quanto catastrofico momento. Dopo un’ardua discesa nell’Ade caratterizzata da insidie, incontri e colluttazioni spassose dovute ad equivoci, prende vita la sfida finale tra Euripide ed Eschilo (Paolo Bocelli), un autentico testa a testa poetico e politico per decretare il più meritevole all’ascesa sulla terra.
Una trama ideale per uno specifico raffronto con il presente: nonostante la felice scelta di restare fedeli al testo, l’Ensemble non si esime dall’inserire sporadicamente allusioni implicite e meno alla realtà quotidiana (spesso si citano politici italiani contemporanei) in grado di provocare la risata e, allo stesso tempo, la tacita riflessione ricercata.
Parole, dunque, che risuonano in una ben definita costruzione scenica realizzata attraverso le scene di Alberto Favretto e la regia collettiva dello stesso Ensemble: in uno spazio scenico piuttosto spoglio, essenziali ma determinanti elementi caratterizzano le diverse scene richieste dalla storia (la porta di Eracle, la divertente quanto macabra barca di Caronte a forma di bara, l’enorme megafono utilizzato dal coro nell’Ade, etc.). I bei costumi di Marzia Paparini ricalcano l’essenza stessa dei personaggi, dai grappoli d’uva sulla testa di Dioniso alla testa di leone di Eracle, ma contribuiscono anche alla creazione di una nuova dimensione temporale in cui, ancora una volta, l’antico e il moderno continuano a parlare una sola lingua senza tralasciare la comicità fondamentale dell’opera: ne è un esempio lampante la concezione del coro delle rane, intese come un appariscente ed esilarante trio canoro da gran varietà.
Una prima parte dinamica, pertanto, segnata dal lungo cammino di Dioniso e Xantia (Roberto Abbati), con il coro quasi onnipresente che via via modifica il proprio aspetto e funzione a seconda del contesto, ed una seconda di stampo decisamente differente in quanto scenario del duello-dibattito tra Eschilo ed Euripide: la sfida assume le sembianze di un vero scontro elettorale in cui ogni candidato deve difendere i propri scritti dagli attacchi dell’avversario. Geniale, in tal senso, la consegna al pubblico, nel corso dell’intervallo, di alcune schede con i volti dei contendenti stampati sopra: solo il popolo sovrano può decretare il vincitore, come democrazia vuole.
E proprio qui la successione drammaturgica subisce una piccola ma sostanziale trasformazione: le posizioni di Eschilo ed Euripide vengono prima sottolineate attraverso le esposizioni metateatrali di alcune loro opere (Fedra e I Persiani) per poi giungere al giudizio finale di Dioniso con la prova della “leggerezza” poetica, contrariamente a quella della “pesantezza” prevista dal testo.
I versi di Eschilo volano più alti mentre quelli di Euripide si fermano a mezza altezza, ma il verdetto non si può basare solo su questo: bisogna effettuare lo scrutinio. Si passa alla lettura dei voti del pubblico ma sono altri i nomi impressi sopra: lentamente Dioniso elenca grandi drammaturghi della storia (Brecht, Weiss, Beckett, Sofocle…) e le loro parole, echeggianti nella scena, volano alte ed armoniose come palloncini bianchi per raggiungere la terra, le orecchie e i cuori degli uomini.
Ottima la prova degli attori che confermano l’elevato livello tecnico dell’Ensemble: Gigi Dall’Aglio è un convincente Dioniso lunatico, sbruffone e codardo mentre divertono Roberto Abbati nella parte di Xantia e Marcello Vazzoler, chiamato a ricoprire più ruoli tra cui quello di Eaco che colpisce a martellate i due viaggiatori per stabilire chi dei due sia il vero Dioniso. Molto apprezzata, infine, la prova del coro multiforme (Cristina Cattellani, Laura Cleri e Luca Nucera, quest’ultimo impegnato anche nel ruolo finale di Euripide), capaci di far sorridere con abilità e sintonia.
I lunghi applausi finali sono un riconoscimento dovuto per uno spettacolo che racconta di noi in modo esplicito, concreto, pur usando parole antiche che il teatro, fortunatamente, non dimentica.