Le più antiche icone della Russia
di // pubblicato il 18 Ottobre, 2011
È da più di 1000 anni che la Russia ha ricevuto il battesimo cristiano (988) da prelati inviati dall'Imperatore Bizantino durante il principato di Vladimir il Santo a Kiev.
La Rus’ di Kiev della fine del X – inizio del XI secolo è uno stato potente e unito, ma già con i suoi eredi, l’antico stato si suddivide in principati autonomi, tanto che dalla metà del XII secolo inizia un lungo periodo di disgregazione politica.
All’inizio del XIII secolo le terre russe subirono i primi seri attacchi dal potentissimo esercito mongolo, sotto il comando del khan Batu nipote di Gengis Khan, tanto che nella metà del XIII secolo circa, quasi tutti i principati russi si trovarono sotto il potere dell’Orda d’Oro. Contemporaneamente, nell’Impero romano d’Oriente governa la dinastia Macedone (metà del IX – metà del XI secolo); con essa si avrà una nuova fioritura delle arti, denominata dagli storici come “rinascimento macedone”.

Con l’arrivo del cristianesimo in Russia si iniziano a costruire le prime chiese in muratura, e con esse, si da impulso alle nuove arti – musive, pittoriche (affreschi, icone e miniature) e le arti applicate in genere. L’imponenza e la straordinaria portata di questi edifici servivano a enfatizzare la grandezza del nuovo stato cristiano e dei principi di Kiev.
Non a caso per la costruzione della Cattedrale di Santa Sofia a Kiev (1037), durante il principato del Jaroslav il Saggio, fu preso come modello la struttura architettonica più celebre dell’epoca, ovvero la basilica di Santa Sofia a Costantinopoli. La volontà dei principi di Kiev era di superare l’originale greco: invece di tre navate come nell’originale, ne furono erette cinque più le due gallerie perimetrali, tredici cupole e grandi cori principeschi.
Qualche anno dopo, nella lontana terra di Novgorod, a Nord, fu edificata Santa Sofia di Novgorod (1045); leggermente più piccola rispetto a quella di Kiev, ma anch’essa con cinque navate, cinque cupole e con una sola galleria. All’interno, fin dal progetto originale, non fu dotata, come la cattedrale di Kiev di importanti cicli pittorici con imponenti affreschi, ma essa era custode di preziosissime icone.
Le icone più antiche a noi pervenute, sono databili tra XI - inizio XII secolo; molte di queste, sono state poi portate a Mosca, nel XVI secolo, dallo zar Ivan il Terribile, sostituendo le originali e lasciando lì sul luogo delle coppie.

Nella Cattedrale della Dormizione, presso il Cremlino di Mosca, si conserva una di queste icone, di grandi dimensioni, dipinta sui due lati – La Madonna Odigitria con Bambino (metà del XI secolo), usata per le processioni. Sul retro troviamo l’immagine di San Giorgio, martire e guerriero, in ottime condizioni rispetto all’immagine principale, mostrante la lancia nella mano sinistra e la spada in quella destra.
Di norma sul lato anteriore delle icone usate per le processioni venivano dipinte l’immagine della Madonna e sul retro – la Croce o la Crocefissione o l’immagine di un santo martire come manifestazione della Passione di Cristo.
L’antica immagine della Theotokos, purtroppo, risulta assai rovinata: i riflessi, le ombreggiature, ma soprattutto lo sguardo malinconico di Maria, stilisticamente, collocherebbero l’opera nel XIV secolo, periodo in cui sarebbe stata pesantemente rimaneggiata. Della vecchia immagine del XI secolo, sono rimaste solo le grosse proporzioni e le pieghe appesantite dell’abito.

La composizione densa e intensa, la resa voluminosa delle forme, con allusione alla realtà, trapela invece nell’immagine di San Giorgio, sia nel volto, sia nelle mani, sia nell’armatura dipinta con straordinaria verosimiglianza e precisione, soprattutto nella riproduzione delle giunture delle diverse placche della corazza. L’immagine eroica dell’irriducibile sostenitore e difensore della fede cristiana si manifesta grazie alle grandi proporzioni: infatti, la figura arriva quasi a toccare i margini della tavola. Il colore del volto, straordinariamente chiaro e luminoso, così diverso dalla scelta artistica del secolo successivo, rende quest’opera veramente unica. L’insolita luminescenza del volto nasce dall’uso di una tecnica speciale: sulla base preparatoria bianca (che nel XII secolo diventerà più scura, tendente quasi all’ocra) viene eseguito un disegno fine sopra al quale vengono aggiunti strati quasi trasparenti di ocra tali da lasciar penetrare la luce. Nella figura del santo, le varie parti si combinano come se viste da diverse angolazioni: i capelli sono dipinti come se visti dall’alto, il volto ed il corpo, invece, sono visti frontalmente.
Questo procedimento riesce ad arricchire l’immagine di ieraticità e di un aspetto ancor più monumentale. La figura trionfante del santo cristiano ricorda i volti dei santi ravennati del VI secolo, ma troviamo corrispondenza anche nella pittura bizantina della stessa epoca, e stilisticamente è possibile collocarlo alla così detta corrente bizantinizzante della pittura novgorodiana. La datazione di questa icona, XI – inizio XII secolo, si rafforza con la sua somiglianza artistica agli affreschi della cattedrale di Santa Sofia di Kiev.

Sempre proveniente da Novgorod, e dal XVI secolo collocata sempre nel Cremlino di Mosca, è Il Redentore Riza d’Oro (XI secolo). L’icona considerata una tra le più importanti della Santa Sofia di Novgorod, è di probabile provenienza greca. L’icona prende nome dalla preziosa e perduta copertura d’argento dorato che la decorava in antichità. Il Cristo è seduto su un trono ed indica con la mano destra il libro del Vangelo: questo particolare sembra riproducesse un antico archetipo bizantino. Nel 1655 fu inserita nell’iconostasi della Cattedrale della Dormizione di Mosca, ma nel 1700 la pittura antica fu grattata via e ridipinta di nuovo. L’autore della “nuova versione” ha comunque mantenuto l’iconografia antica ed il gesto insolito della mano destra del Cristo. Alla pittura arcaica perduta risalgono anche la forma antica dello schienale retto del trono, la posizione frontale, la figura imponente del Cristo e le pieghe regolarmente arcuate dell’abito sulle ginocchia, poste allo stesso livello. Con la ricca decorazione d’oro delle vesti, il pittore ha voluto forse “giustificare” l’antico nome dell’icona (in assenza della copertura perduta), comunque, tale decorazione ci riporta all’antica idea di Cristo portatore di Luce nel mondo, come troviamo scritto proprio nel testo evangelico: “Io sono la luce del mondo; chi mi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8:12).

Sempre da Santa Sofia di Novgorod proviene anche la terza delle icone più antiche – i Santi Pietro e Paolo (XI secolo), adesso al Museo di Novgorod. I due santi sono rappresentati in figura completa, ognuno con i propri attributi – San Pietro con le chiavi e la croce, San Paolo con il libro.
L’idea complessa, percepita e tramandata con la predicazione, dalla Dottrina Cristiana, risulta chiaramente espressa dalle loro immagini, nell’icona. Nella parte superiore dell’icona, infatti, troviamo la figura di Cristo, al quale sono rivolti i due discepoli; da esso ricevono la Grazia dello Spirito Santo. La loro gestualità, appunto, è la manifestazione dell’immediata ricezione della Grazia divina. Gli Apostoli ascoltano Cristo e trasmettono ciò che hanno udito al mondo dei fedeli nelle loro prediche. Le due figure non sono rappresentate rigidamente frontali, ma posti di tre quarti; le pieghe degli abiti, apparentemente quasi lumeggianti, sono dipinte con toni diafani, puri e con numerose sfumature sottili. Riutilizzando il metodo antico, derivante dalla pittura bizantina, gli artisti medioevali prestarono molta attenzione alla differenza dei drappi, rendendo le pieghe dei chitoni, la sottoveste, più piccole rispetto alle pieghe dei himation soprastanti.
Secondo la leggenda, l’icona fu portata dalla città bizantina di Cherson in Crimea, da cui prende l’appellativo, dal principe Vladimir detto il Monomaco. Secondo però l’accademico Viktor Lazarev, le dimensioni imponenti dell’icona indicano la probabile provenienza da Novgorod, dove, era forse destinata ad essere collocata su uno dei pilastri della Cattedrale. Solo alcuni anni dopo viene creata apposta sull’icona la preziosissima copertura d’argento dorato con, a rilievo, delle piccole figure di santi.
L’icona è stata portata via da Novgorod tre volte: nel XVI secolo da Ivan Terribile, nella II Guerra Mondiale dai tedeschi e nel 2002 dai restauratori di Mosca, ma sempre tornado in sede. Nel restauro del 1951 l’opera fu coperta da uno strato ceroso che la proteggeva, ma ne oscurava le fattezze: solo con l’ultimo restauro è stato tolto, cosi che si è potuto correggere gli errori del restauro precedente. La copertura è stata smontata in più di 600 piccoli frammenti e pulita; questo ha permesso di scoprire lo strato della doratura originale che superava di qualità le lavorazioni successive eseguite dai vari orafi che ripararono la “riza”.
Dopo il restauro e montaggio della copertura stessa, è stata presa la decisione di non ricoprire più l’icona e di esporli uno accanto all’altro come opere d’arte con la medesima importanza. La superficie pittorica dell’icona risulta abbastanza rovinata e della pittura originale del XI secolo sono rimasti solo pochi frammenti dello sfondo e delle vesti, eseguiti con delle combinazioni di azzurri, bianchi, rosa e gialli dorati, ed un frammento di color ocra verde-marrone sul collo del Apostolo Paolo. La pittura antica dei volti, delle mani e dei piedi dei due santi risulta, purtroppo, completamente persa; su questi frammenti non è stata trovata pittura più antica del XV secolo. Nonostante il rimaneggiamento dell’icona anche nel XVI secolo, l’impianto delle sagome dei volti risulta sommariamente conservato trasmettendo, ancor oggi, il senso della profondità, del volume e la fisiognomica, insieme all’impianto tondeggiante delle mani, tipico del XI secolo.

Per la mentalità medioevale l’icona era considerata soprattutto il tramite tra l’uomo e Dio, e per questo veniva venerata e trattata come un oggetto di culto e non vissuta come opera d’arte. Le preziose icone, anche quelle antichissime, per coprire i danni del tempo venivano rinnovate, reintegrando le parti rovinate, così da ridare una nuova vitalità all’opera. Quindi non deve stupire se queste icone così importanti sia dal punto di vista religioso, sia dal punto di vista artistico sono arrivati a noi in condizioni non troppo perfette: queste rimangono sempre una parte importante del patrimonio artistico nazionale e mondiale.