Le laude
di // pubblicato il 27 Novembre, 2011
La poesia cortese italiana non conosce quella stretta unione di arti che ha caratterizzato l’esperienza dei trovatori francesi: nonostante i soggiorni in Italia di alcuni tra i più famosi trovatori francesi e la nota influenza esercitata dalla letteratura provenzale sulle prime forme della letteratura italiana, non è rimasta traccia di una musica che si accompagnasse ai poeti cortesi.
Una delle poche tracce di un musico – poeta è rinvenibile nel Secondo Canto del Purgatorio, dedicato da Dante a Casella, con il quale il Poeta ricorda i tempi andati della giovinezza, i primi esperimenti letterari e il fiorire del Dolce Stil Novo.
La musica era, invece, diffusa tra il popolo: nella Cronica, Frate Salimbene riporta che era consuetudine sentire la musica nelle strade italiane.
La predicazione di San Francesco fu lo spartiacque per unificare la musica, il sentimento religioso e la semplicità del linguaggio popolare. Francesco esortava i suoi fratelli ad essere giullari del Signore: egli fu l’artefice di quella saldatura tra l’espressione religiosa e l’espressione profana, che poi ha trovato la propria esemplificazione nel Cantico delle creature, fin dall’origine accompagnato dalla musica, come comprovato dalla presenza, sul manoscritto, di righi musicali purtroppo quasi illeggibili se non bianchi.
Nel nuovo clima spirituale creatosi con la nascita degli ordini mendicanti (francescani e domenicani in primis), apparve nella Prima Metà del Duecento un nuovo genere di canto religioso, in lingua volgare ed in versi, la cosiddetta lauda. Strettamente legato a quest’ultimo è l’avvento di confraternite, dette dei Laudesi, il cui fine principale era quello di andare in città in città, di borgo in borgo, di contrada in contrada cantando la grandezza dell’Altissimo ed il Suo amore: come i Flagellanti ed i Battuti davano l’esempio e si avvicinavano al Signore con i più vari atti penitenziali, i Laudesi avvicinavano il Popolo a Dio attraverso una musica fatta anche di parole semplici e di facile linguaggio.
Questi due diversi mezzi di unire l’uomo al Divino trovarono una fusione nella lauda drammatica della confraternita perugina dei Disciplinati, con la quale si arrivò, nel Trecento, a quelle forme di teatro religioso denominate devozioni.
Sono soltanto due i codici della lauda giunti fino a noi con tanto di notazione musicale: il Laudario di Cortona, redatto verso la Fine del Tredicesimo Secolo da una confraternita del borgo aretino, ed il cosiddetto Laudario Magliabechiano, realizzato nel Trecento nella città di Firenze.
Le laude sono composte e modellate sulla forma della ballata, con quel susseguirsi di ritornelli e strofe che rimanda all’esecuzione alternata tra solista e coro; i testi sono tanto semplici quanto espressivi e la musica è al tempo stesso austera, quasi gregoriana, e caratterizzata da esplosioni ora festose ora di dramma. Ne risultano componimenti di notevole immediatezza espressiva e di spiccato carattere popolare.