Le idi di marzo
di // pubblicato il 23 Dicembre, 2011
Stephen Meyers, brillante addetto alla comunicazione nello staff del Governatore Mike Morris, in corsa contro il Senatore Pullman alle primarie dei democratici per la candidatura alla Casa Bianca, è un idealista innamorato del lavoro e del suo candidato, a cui riconosce l’integrità e la capacità di fare la differenza.
Quando si opera a così alti livelli però non sono ammesse debolezze, non c’è appello e al primo errore si è fuori dal gioco, e commettere errori è prerogativa umana.
Il giovane scoprirà a sue spese che in un mondo di continue manipolazioni, dove tutto si muove governato da inconfessabili e mai troppo limpidi rapporti di forze, anche lui può essere pedina sacrificabile.
Il nuovo film da regista del divo George Clooney, Le idi di marzo, raggiunge gli schermi mentre volge al termine il primo mandato della presidenza Obama ed è inevitabile considerarlo in qualche modo frutto della disillusione di quel sogno infranto. Il primo Presidente afroamericano nella Storia degli Stati Uniti ha tentato di portare il cambiamento promesso, si pensi alla riforma della sanità, ma spesso la sua strada è stata sbarrata da interessi di lobby che in gran parte gli avevano pagato la campagna elettorale, come i banchieri di Wall Street, e trovarsi a gestire tempi di recessione non ha certo aiutato.

In realtà Clooney lavorava al progetto già nel 2004, ma quando il film stava per esser realizzato l’ondata d’entusiasmo per l’ascesa elettorale di Barak Obama ha fatto pensare che non fosse il momento giusto per un film incentrato sul cinismo del mondo politico.
Beau Willimon, autore dell’opera teatrale da cui è tratta la sceneggiatura, ha preso parte a diverse campagne elettorali basando il testo sulle sue esperienze personali. Molti dei comportamenti e delle macchinazioni moralmente discutibili che vediamo nel film sono pura realtà, al punto che lo scrittore ha dichiarato: “Non è possibile rispettare le regole del gioco se si vuole arrivare alla Presidenza.”
Strutturato come un vero e proprio thriller in cui gli unici a essere uccisi sono gli ideali, l’etica e la rettitudine morale che chi si accosta all’esercizio della politica, intesa come gestione della cosa pubblica nell’esclusivo interesse della collettività, dovrebbe avere, il film che ha aperto l’ultima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia 2011, smaschera l’ipocrisia di uomini senza ideali che inseguono il consenso a qualsiasi costo.
Il titolo del testo originale è Farragut North, dal nome di una fermata della metropolitana di Washington vicina alla zona dove hanno sede molte lobby americane, ma lo stesso regista George Clooney ha imposto un più colto riferimento con Le idi di marzo, a sottolineare che la natura umana e il suo essere corruttibile dal potere è sempre la stessa dalla notte dei tempi.

Interessi del mercato dominano la politica troppo spesso in queste nostre democrazie del XXI secolo, in certi casi è il mercato stesso ad andare al governo con risultati disastrosi che sono sotto gli occhi di tutti, e persino l’offrirsi di vergini all’imperatore è pratica comune ancora in uso molti secoli dopo il crollo dell’Impero Romano.
"La lealtà è l’unica moneta spendibile" dice al protagonista Paul Zara, il capo ufficio stampa del Governatore interpretato da Philip Seymour Hoffman, ma nei fatti è il ricatto l’unica vera moneta in corso di validità; e qui torna alla memoria la recente stagione nostrana dei "dossieraggi".
Quarta regia per George Clooney dopo i precedenti Confessioni di una mente pericolosa, Good night and good luck e In amore niente regole, il film è fortemente intriso dello spirito del cinema politico della nuova Hollywood degli anni’70, al punto che è sufficiente la visione del protagonista con guanti neri a un telefono pubblico per evocare il Robert Redford del classico I tre giorni del Condor di Sidney Pollack.
La bellissima partitura originale di Alexandre [il grande] Desplat, già autore di colonne sonore come Lussuria, Il discorso del re e The tree of life, contribuisce a creare l’atmosfera di minaccia incombente che si respira per tutto il film.

Ryan Gosling, star del momento apparso anche nel recente Drive di Nicolas Winding Refn, nel ruolo del protagonista è praticamente in scena per tutto il film e la sua bravura gli consente di gestire al meglio la grande responsabilità che ciò comporta. Il rampante Stephen Meyers che disegna è pieno d’entusiasmo e di ideali, ma in fondo a suo agio in quel mondo spietato anche prima di perdervi l’innocenza. La sequenza in cui costruisce a tavolino le promesse elettorali giocando sulla psicologia dell’elettore, senza preoccuparsi della fattibilità concreta di ciò che si va a promettere, è destinata a restare a lungo nella memoria.
Completano il cast una serie di grandi attori, perfetti nell’orchestrare la sinfonia delle loro interpretazioni, come Paul Giamatti, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood e lo stesso Clooney che usa tutto il suo fascino per rappresentare la seduzione dell’ambiguità nel Governatore Morris.

La potente sequenza che chiude il film ha lo stesso sapore di tragedia morale del finale di Elizabeth di Shekhar Kapur, il dramma universale di una crisalide umana che ormai completamente svuotata d’ogni sentimento, muta e attonita assiste alla sua stessa mutazione e si consegna al Potere.