Le avventure di Tintin – il segreto dell’unicorno
di // pubblicato il 25 Novembre, 2011
Un viaggio a rotta di collo tra misteri e inseguimenti, solcando oceani, attraverso deserti o in volo su mezzi precari affrontando tempeste, alla ricerca di indizi per risolvere un enigma e lottando contro il tempo per impedire ai “cattivi” di arrivare primi alla meta.
In altre parole l’essenza stessa dell’avventura, questo in sunto il nuovo meraviglioso giocattolo tecnologico firmato Steven Spielberg.
Tratto da tre delle ventiquattro avventure a fumetti di Tintin, l’avventuroso giornalista nato dalla matita del belga Hergé [Georges Remi] nel 1929, il film è stato realizzato con la stessa tecnologia impiegata per creare il pianeta Pandora di Avatar. Attori con tute piene di sensori, dotate di piccole telecamere per catturarne ogni espressione facciale, hanno recitato l’intero film in grandi spazi vuoti con solo qualche oggetto funzionale ai movimenti. Per simulare la difficoltà di camminare sulle dune del deserto ad esempio Jamie Bell e Andy Serkis, rispettivamente Tintin e il capitano Haddock, hanno dovuto scalare una collina di materassi mentre il regista davanti al suo monitor poteva visualizzare all’istante i personaggi di quel mondo virtuale così come sarebbero poi apparsi sullo schermo.

Qualcuno definisce il nuovo Tintin prodotto con questa tecnica “film d’animazione” forse perché prossimo ai cartoon digitali, ma io che amo soprattutto l’animazione tradizionale, quella disegnata a mano dei classici Disney o dei capolavori di Hayao Miyazaki per intenderci, preferisco non mischiare i due mondi che reputo ben distinti e distanti.
Forse anche per questo nutrivo pregiudizi verso Le avventure di Tintin – Il segreto dell’unicorno, alimentati anche da repulsioni precedenti per gli orribili film di Robert Zemeckis tipo A Christmas carol, che inseguendo il realismo fotografico finivano col presentare personaggi umani che parevano di plastica. Davanti a queste visioni invariabilmente la domanda era sempre la stessa: non sarebbe stato meglio girarlo semplicemente con attori in carne e ossa invece di portare sullo schermo goffi simulacri così tanto brutti da vedere?

Con il nuovo Tintin non si ha la stessa percezione negativa e la scommessa vinta dal film non è semplicemente frutto di un evidente progresso tecnologico dei mezzi a disposizione, ma soprattutto della felice intuizione di regista e produttore, quel Peter Jackson autore della trilogia cinematografica de Il signore degli anelli tratta da Tolkien, di trovare la giusta mediazione tra realismo fotografico delle ambientazioni e aspetto caricaturale dei personaggi originali.
Sostituendo i pallini neri del fumetto con occhi “umani” decisamente più espressivi, ma lasciando inalterate le forme morbide e eccessive di nasi fuori da ogni proporzione reale, la nuova tecnologia risulta l’unico mezzo possibile per realizzare un progetto fedele al mondo di Hergé.

Avvincente fin dai bellissimi titoli di testa Le avventure di Tintin – il segreto dell’unicorno riesce a portare sullo schermo tutta l’atmosfera di mistero e la magia esotica delle tavole originali, con una rappresentazione coloratissima e romantica dell’oriente degna dei migliori pittori Orientalisti.
Un film che è puro intrattenimento senza alcun’altra implicazione, divertimento di prima qualità ricco di gag molto fisiche, del genere cosiddetto slapstick tipico del cinema muto.
Persino l’essere sempre all’altezza di ogni situazione del protagonista Tintin, che nel fumetto a volte può risultare un po’ irritante, nel film si risolve in duetti comici davvero divertenti tra lui e il capitano Haddock, come quando per giustificare il suo saper pilotare un aereo con tanta sicurezza ed esperienza dichiara al compagno d’avventure: “Una volta ho intervistato un pilota!”

Il film rappresenta il primo episodio di un’immancabile trilogia che prevede l’inversione dei ruoli tra Peter Jackson e Steven Spielberg, rispettivamente regista e produttore del futuro secondo capitolo, mentre il film conclusivo sarà co-diretto a quattro mani da entrambi.
Poco noto in USA il personaggio di Tintin era sconosciuto a Spielberg finché in una recensione all’uscita sugli schermi del suo I predatori dell’arca perduta non vide Indiana Jones paragonato all’intrepido ragazzino creato da Hergé, mentre Peter Jackson ha sempre nutrito fin dall’infanzia una vera passione per le avventure del giovane esploratore a giro per il mondo.

Nonostante le avventure originali siano connotate da una certa ingenuità, piene di “misteri” mai spiegati (dove sono i genitori di Tintin? Perché non ci sono mai personaggi femminili?), il film ha una solida sceneggiatura ben strutturata, personaggi dalla psicologia complessa e situazioni che sembrano sempre senza via d’uscita a tenere desta l’attenzione. Un'ora e tre quarti d’avventure che scorrono via veloci senza alcuna caduta di ritmo, in tutta questa abbondanza l’uso del 3D diventa davvero superfluo, un qualcosa di più che niente aggiunge al piacere della visione.