L’artista viandante. La pittura di paesaggio nell’Ottocento lombardo.
di // pubblicato il 06 Maggio, 2010
Nulla di più bucolico che passeggiare lungo sottili corsi d’acqua, al profumo dell’erba appena tagliata, nel bagliore della luce di un tardo mattino primaverile nel roseto monzese della Villa Reale. Il vialetto attraversa i curati cespugli dai fiori non ancora sbocciati e conduce all’ingresso dell’elegante struttura neoclassica del Serrone. Non poteva essere deputata sede migliore per la mostra “Il Paesaggio dell'Ottocento a Villa Reale", allestita in questo antico luogo adibito alla coltura di varie specie vegetali, e curata da Ferdinando Mazzocca, grazie alla promozione della Rete Museale dell’Ottocento Lombardo e realizzata dal Comune di Monza con il Consorzio Villa Reale e Parco di Monza.
Il rigoglio frondoso del parco di Monza e il roseto ben curato appena varcato, preannunciano, introducendoli, i temi dominanti dell’esposizione: vedute, scorci, vegetazione, natura e sentimenti suscitati nel contatto con essa. È la pittura di paesaggio, così varia nelle sue manifestazioni, eterogenea nelle tipologie in cui si differenzia, ricca per movimenti, protagonisti e soggetti.
La metamorfosi tematica e stilistica nel perdurare della sua pratica, ha dimostrato come da un medesimo genere pittorico potesse scaturire una molteplicità di declinazioni.
Indagando l’Ottocento lombardo come arco temporale in cui avvenne il riavvicinamento alla pittura di paesaggio, dopo che nel secolo precedente vi fu una sorta di astensione alla pratica e affermazione dello stesso, la mostra ricrea il percorso evolutivo di un genere che fece della Lombardia sia la patria dei pittori che in quello si affermarono che soggetto prediletto delle opere, coi suoi luoghi pianeggianti e alpini, ricchi di poesia e immaginario.
Le sette sezioni disposte nel percorso con un ordine cronologico lineare scandiscono la visita, rendendola chiara, diretta e leggera nella fruizione. “Il paesaggio ideale della tradizione classica. I pittori lombardi a Roma” introduce il tutto, coerentemente con quanto avvenne, dal punto di vista storico artistico, nell’ambito della pittura, ossia un riavvicinamento al repertorio e le norme del paesaggismo classicista.

Sulla scia di Poussin e Lorrain e della pittura di genere Seicentesca, i protagonisti del periodo in questione (primi decenni dell’Ottocento), Marco Gozzi e Luigi Bariletti, traspongono sulla tela con mirabili oli l’idealizzazione della natura mediterranea. Paesaggi mitologici, pascoli, prospetti di costruzioni elleniche abitano gli spazi dipinti, dove tutto è silenzio o belare di greggi e il crepuscolo serale vira i colori in un’avvolgente tonalità ambrata. Il saggio del primo anno presso Roma della poco conosciuta pittrice bergamasca Rosa Mezzera, che ottenne nel 1802 un finanziamento per il pensionamento artistico presso la Città Eterna, testimonia come il genere emergente di una pittura ancora ignota stesse inserendosi con vigore, venendo di lì a poco recuperata e confermata dalle istituzioni artistiche, accademie ed esposizioni, dai collezionisti e dal mercato artistico.

Dopo il primo approccio prettamente neoclassico, sopraggiunse un periodo di stabilizzazione del genere che venne assunto come pittura ufficiale d’indagine topografica del territorio lombardo da parte del Viceré Eugenio de Beauharnais. La commissione nel 1815 a Carlo Gozzi di dodici dipinti che dovevano documentare il territorio lombardo in una serie di punti strategici dove più apparivano gli interventi legati a nuove attività industriali e alla creazione di una moderna rete viaria, diedero vita a fedeli riproduzioni del vero. Il Ponte di Varallo del 1818 è uno stupendo spaccato di ambiente montano, dove il ribassato punto di vista ingigantisce le dimensioni della valle fluviale di cui il ponte è l’elemento unificante. Ai personaggi contemporanei si accosta il pescatore erculeo che, nudo, esce dall’acqua profonda e cristallina. L’idealizzazione classica sopravvive in questi tentativi di realismo, testimone di un tempo non ancora maturo per ricevere le influenze del romanticismo centroeuropeo. Ai lati dell’ingresso dell’accogliente Rotonda, due tavolette del milanese Appiani costituiscono il fulcro originario cui si vuole ricondurre la fortuna del genere paesaggistico nell’ambiente lombardo. I miti di Marte e Venere e di Diana e Atteone del 1801 introducono agli affreschi appianeschi, Le Storie di Psiche, che ornano le pareti aperte da grandi finestre dello spazio circolare del Serrone, luogo di oziose conversazioni e degustazione di caffè. Gli sfondi naturalistici e ariosi delle scene mitologiche continuano visivamente, all’apertura delle immense finestre, nel verde ambiente del Parco Reale. Ben presto l’empatia bucolica con la natura svanì e venne sostituita dall’interpretazione del paesaggio come riflesso degli stati d’animo, propria del Romanticismo. Il vincolo matrimoniale stretto dal pittore Massimo d’Azeglio con la figlia di Alessandro Manzoni ben testimonia come le descrizioni vedutiste di quest’ultimo influissero profondamente sulle tematiche pittoriche in questione.

Sostituendo ai “pastori e bestiami” una “colonia di paladini, cavalieri e donzelle erranti”, s’introduceva la nuova formula del “paesaggio istoriato” che rispondeva alla passione del pubblico per le vicende nazionali. “L’ammirazione per gli effetti atmosferici, determinati dallo scorrere delle stagioni e dalle differenti ore del giorno, e per la verità locale con cui sapeva rendere la ‘verità’ dei luoghi dove aveva lavorato all’aria aperta, realizzando una quantità di studi utilizzati per l’esecuzione dei suoi dipinti in atelier, fece consacrare Giuseppe Canella come il protagonista di una svolta decisiva che avrebbe cambiato per sempre la pittura di paesaggio lombarda, passando dalla minuzia descrittiva della resa topografica del territorio a una nuova libertà espressiva.” (Fernando Mazzocca, Il bel «cielo di Lombardia» e la «nostra pianura». La pittura di paesaggio in Lombardia nell’Ottocento tra Alessandro Manzoni e Carlo Cattaneo in Il Paesaggio dell’Ottocento a Villa Reale Le raccolte dei musei lombardi tra Neoclassicismo e Simbolismo, catalogo della mostra Umberto Allemandi & C., Torino, 2009). Avvertita e metabolizzata la corrispondenza tra gli scritti manzoniani e i propri ideali artistici, pittori come Piccio, Ronozoni, oltre a D’Azeglio e Canella, indagano il paesaggio nel suo aspetto atmosferico, visionario tramite una “una maniera forte, immaginosa, un pennello rapido e sicuro, un tinteggiar lucido e vivace, grande intelligenza di prospettiva, e faconda varietà di accidenti nelle masse e nella luce”. A metà Ottocento si avvertì il cambiamento di rotta intervenuto nella pittura di paesaggio, tra la crisi progressiva del realismo topografico e l’affermazione del nuovo naturalismo. La trasformazione del paesaggio campestre scaturita dall’imperante diffusione dell’industria, spinse i pittori a ritirarsi in ascetiche contemplazioni del paesaggio alpestre, desolato e riflessivo.

Montagne innevate, ruscelli rumorosi e frastuono di cascate colpiscono per la precisione di restituzione del vero, mentre il lavoro dell’uomo nei campi e delle mondine nelle risaie diventano soggetti di uno sguardo realista attento e partecipe. Alla fine del secolo l’olio assunse una consistenza materica grossolana, spessa, densa. Filamenti di colore definiscono alberi in controluce, superfici specchianti dei laghi alpini, tramonti e albe su spazi incontaminati. Era giunto il momento del Divisionismo e del Simbolismo. I paesaggi d’alta quota o le campagne ricoperte da una tremula rugiada sono immersi in questi quadri da una dimensione onirica irreale, oltre il tempo. Segantini, Gubricy de Dragon, Belloni e Previati cercarono l’assoluto dell’universo in quei luoghi e il proprio Io interiore nei dipinti.

Filamentosi paesaggi di verdi, rossi, blu sovrapposti, in una ricerca cromatica raffinata e scientifica, alla costruzione di un effetto visivo, di una sensazione. Fino all’11 luglio sarà possibile esperire le intenzioni di grandi pittori, seppure dai nomi poco conosciuti, che dedicarono al paesaggio la propria attività artistica, di viaggiatori e sognatori. Una dedica alla natura lombarda, per ritrovarvi angoli e luoghi di un presente raccontati mediante l’occhio ispirato del viandante ottocentesco.