L’arte dell’amicizia secondo Matteo Ricci
di // pubblicato il 12 Agosto, 2010
"Più si fa nella Cina con libri che con parole… La vera ragione per cui si mette qualcosa per iscritto è che essa viaggia per migliaia di miglia, mentre quando parli essa si spegne dopo cento passi." Matteo Ricci
Torniamo ancora a parlare di lui. Vi avevamo promesso una serie di eventi legati al Progetto Padre Matteo Ricci e all’Anno Culturale della Cina in Italia… eccovi accontentati. Dopo la mostra itinerante “Matteo Ricci. Incontro di civiltà nella Cina dei Ming”, “Li Madou” torna a far discutere di sé e del suo lascito intellettuale con la rassegna espositiva “In opera 2010”, ospitata nelle sale affrescate del Museo di Palazzo Buonaccorsi di Macerata fino al 12 settembre 2010.

La mostra nasce dall’iniziativa della Commissione Diocesana per le Celebrazioni del IV Centenario di Padre Matteo Ricci di invitare gli artisti contemporanei a riflettere sul tema dell’amicizia, sulla scia di quanto fece il gesuita, nel 1956, con il suo De Amicitia.
Si tratta della prima opera che il maestro scrisse in lingua mandarina durante la sua permanenza a Nanchang. E’ qui che decise di mutare il nome e l’abito di bonzo e di assumere le vesti di letterato per essere accolto favorevolmente dai Mandarini e godere dell’amicizia dei grandi del regno. Il testo, strumento essenziale per la conoscenza della cultura europea nella Cina dei Ming, pone la relazione “io-tu” al centro dei rapporti tra le persone e tra le culture.

Si legga una frase del tipo: “Prima di contrarre amicizia, bisogna osservare; dopo averla contratta, bisogna fidarsi”, tenendo ben presente che nella cultura cinese il legame dell’amicizia è uno dei vincoli sociali da cui dipende il funzionamento della società e dello stato.
La mostra si articola in due sezioni. La prima è costituita da 46 opere di artisti del calibro di Nino Migliori, Omar Galliani, Luigi Mainolfi, tutti accreditati nel sistema dell’arte contemporanea e invitati direttamente dal Comitato Scientifico presieduto dal direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci. La seconda, che conta circa 50 opere, riunisce una selezione di artisti che hanno aderito liberamente e i cui lavori sono stati selezionati da una Commissione giudicatrice.
Ogni opera può essere vista come luogo di incontro e confronto tra due differenti istanze egualmente storicizzate nel trattato di Ricci: da una parte l’estraneità, come carattere della diversità, dall’altra l’ospitalità, come sua traduzione in un sistema di simboli e rituali. Ciascuna resta pur sempre un’elaborazione personale del testo e dell’operato del gesuita ottenuta con l’ausilio delle tecniche più disparate, dall’olio su tela all’acquaforte, dalla fotografia digitale all’installazione. Tante soluzioni per un unico risultato: un ponte culturale tra Marche e Cina.
