L’arte del mettere da parte
di // pubblicato il 22 Febbraio, 2012
Nel frattempo gli oggetti erano andati al potere. La loro prima vittoria era stata il superamento del concetto di utilità. Piano piano avevano occupato anche gli spazi più nascosti delle nostre case e da lì ci spiavano. Nessuno se n’era accorto all’inizio, anzi la loro silenziosa presenza sembrava piacevole e confortante, era difficile intuirne il senso sovversivo. Dopo anni di schiavitù gli oggetti tentavano la strada del dominio…
Giorgio Gaber, “Gli oggetti”, 1978
Sono ubique e innumerevoli le riflessioni sugli oggetti nella società dei consumi. Oggetti come status, palliativi, feticci, spreco, dominio, dipendenza. Riflessioni magari scritte a penna, a computer, apposte su cartelloni, esposte in un museo, quasi sempre mediate da altri oggetti. Nel riconoscere – complici – la natura superflua dei vari ammennicoli fra cui ci recintiamo, abbiamo a volte sviluppato una schizofrenia, un rapporto nevrotico con le cose che ci servono e quelle che no, con quelle che ci danno soddisfazione e quelle altre solo sensi di colpa, o piaceri furtivi, tutte quelle di cui possiamo fare a meno per vivere e quelle che ci sono indispensabili; talvolta celebrando, talvolta rinnegando, quella stessa natura di primati che ci orienta a vivere mediante l'apprendimento e l'espediente.

Waste not è il nome dell'estesa e toccante installazione dell'artista cinese Song Dong, in mostra gratuitamente al Barbican di Londra dal 15 Febbraio al 12 Giugno 2012. Il suo nome proviene da un motto della rivoluzione culturale cinese: wu jin qi yong, monito che invitava appunto a “non sprecare”, in tempi di carestia, le poche risorse disponibili. Un suggerimento che la madre dell'artista, Zhao Xiangyuan, ha interiorizzato al punto da conservare qualunque cosa abbia usato in oltre cinquant'anni. Questo suo comportamento è ricordato, in un'introduzione dello stesso Song Dong, come un fatto generazionale ancor prima che individuale. Inizialmente sistematica, la raccolta di oggetti è diventata disordinata e affastellata dopo la morte del marito a seguito di un infarto, nel 2002. Allora, come terapia di “ricongiungimento familiare”, l'artista le ha proposto di allestire come opera d'arte tutti gli oggetti accumulati nella sua vita. Insieme, nel 2005 i due hanno così organizzato a Pechino il primo allestimento dell'opera che da allora, anche dopo la morte della madre nel 2009, ha continuato a girare il mondo, assieme a una serie di caratteri al neon – rivolti al cielo – che recitano “Papà non preoccuparti, Mamma e il resto della famiglia stanno tutti bene”.

Lo spazio espositivo dedicato all'installazione si rivela particolarmente adeguato: The Curve è un lungo corridoio che avvolge dall'esterno la sala da concerto del Barbican. Le migliaia di oggetti non appaiono così tutte ad una volta, ma vanno scoperte piano, procedendo cautamente fra imballaggi e bambole, tappi e bottiglie di liquore, oggetti da cartoleria e scarpe. Non solo gli oggetti riutilizzabili – infatti – vengono conservati, ma anche tubetti di dentifricio usati, scatoloni, seggioloni sfondati, pezzi di polistirolo che diventano improbabile scultura non-figurativa lungo le pareti. Giunti alla fine del percorso, si resta con l'impressione che gli oggetti non appartengano ad una sola vita, bensì a cinque o sei vite diverse e leggermente sfasate nel tempo.

Ma forse questo avviene perché, abituati a buttare l'inutilizzabile – e a non riutilizzare il buttato – è difficile farsi un'idea di quanti oggetti passino per le nostre mani in una vita; un numero quasi inconcepibile, e forse poco utile da calcolare, come le stelle dell'universo o i mozziconi di sigaretta sul marciapiede. Questa celebrazione della parsimonia, però, non è necessariamente un commento sullo spreco. Fin dall'inizio è invece pervasa da un'atmosfera domestica, familiare, e anche se possono suscitare altre riflessioni, gli oggetti trasformano il tempo in materia ed espandono fino ai limiti del possibile quella che Song Dong considera la parte invisibile dell'opera: la casa della madre. Tale intimità è anche prodotta dal fatto che l'opera è introdotta solamente da un testo dell'artista, e da uno scritto della madre a proposito di saponi.

Waste not permette di affacciarsi su una cultura distante (e in rapido avvicinamento), di conoscere la filosofia di vita di una generazione, ma anche di riflettere sul nostro rapporto con gli oggetti. Possiamo credere di vivere attraverso di essi, oppure che siano semplicemente le nostre tracce lasciate qui e lì nel corso di una vita. Dopo aver attraversato l'installazione di Song Dong e Zhao Xiangyuan, però, l'assedio degli oggetti – come descritto da Giorgio Gaber nel suo monologo – può essere contemplato da un nuovo lato, intriso di dolcezza.