L’architettura del Ventennio a Firenze
di // pubblicato il 18 Novembre, 2010
Del complesso della stazione ferroviaria di Firenze, inaugurata il 30 ottobre 1935, fanno parte anche la Palazzina Reale, le pensiline lungo i binari, l’edificio delle poste su via Alemanni e la centrale termica con la cabina apparati centrali della stazione.
Edifici che sembrano nascere da uno stesso linguaggio, ma che ad uno sguardo più attento, evidenziano le loro diverse nature.

La Palazzina Reale fu progettata individualmente dall’architetto Michelucci e la sua funzione era di ricevere il convoglio del Re e della Regina. Lo stile usato dal progettista è sempre funzionale, fondato su una rigorosa geometria che viene esaltata dall’uso dei pieni sui vuoti.
L’utilizzo del marmo bianco è adeguato alla destinazione d’uso elitaria e rientra in una retorica di carattere littorio che tende alla fusione di moderno con il classico.
Una decorazione statuaria, che rappresenta simbolicamente l’Arno e la sua valle con, realizzata dallo scultore Griselli è posta in facciata; a completamento viene creata una vasca d’acqua a sfioro pavimentata a mosaico e conclusa da un emiciclo in cui doveva svettare il tricolore e le altre bandiere del regno italiano.
Gli interni sono estremamente eleganti, i materiali usati tutti rigorosamente di provenienza toscana, dai marmi della scala curvilinea a quelli del bellissimo bagno della regina.

La stanza principale, decorata da arazzi di manifattura romana, con soggetti di carattere fascista, è ornata da un prezioso mosaico in tessere oro cangianti, esaltato dall’illuminazione zenitale. I lampadari, a cominciare da quello del portico d’ingresso, sono disegnati dall’architetto e ancora oggi ci appaiono di design moderno e raffinato.
Se questa edificio di Giovanni Michelucci è il più vicino allo spirito dell’architettura amata da Mussolini, la centrale termica e la cabina apparati centrali sono il più chiaro esempio di razionalismo europeo con accenti futuristi presente a Firenze, progettati dall’architetto Angiolo Mazzoni fra il 1927 e il 1929 insieme al cavalcavia su viale fratelli Rosselli, il dopolavoro ferroviario, l’edificio delle Poste e Telegrafi; i lavori terminarono nel 1934.

La funzione della centrale era quella di bruciare carbone per riscaldare i locali della stazione e i vagoni passeggeri fermi; è, quindi, principalmente una struttura funzionale con diverse destinazioni d’uso nei vari locali.
Formato da una serrata articolazione di volumi tra loro compenetrati, le inedite soluzioni sono enfatizzate dall’aggressivo colore rosso scuro.
Le quattro caldaie caratterizzano all’esterno l’edificio, con i camini raccordati da una passerella in ferro e da una scala elicoidale, ancorati al tetto piano da tiranti; le funzioni tecnologiche della struttura sono rese palesi da questi elementi, che svettano sopra il blocco geometrico dell’edificio.
Questo, dal lato su via delle Ghiacciaie, è tagliato orizzontalmente da finestre a nastro, unica interruzione al colore rosso mattone con cui è dipinta la muratura. L’ imponente elemento cilindrico di testa, dal colore più chiaro, è contraddistinto dal forte sbalzo della copertura, che prosegue per tutto il fronte verso i binari ma si interrompe obliquamente amplificando l’idea di sospensione nell’aria.
Il fronte posteriore è affacciato direttamente sui binari, con una partitura articolata da grandi finestre.

Particolare pezzo di design industriale fiorentino, è sicuramente debitore delle avanguardie europee del momento, con un forte richiamo alle architetture dei dipinti di Sironi, il quale sembra avesse consigliato il Mazzoni sul colore da adottare, proponendogli il nero.
Ancora oggi è uno degli edifici più belli ed originali del panorama architettonico fiorentino contemporaneo.

La stagione fascista vedrà anche la costruzione della casa della Gioventù italiana del Littorio, inaugurata nel 1938 sull’area degli ex Pratoni della Zecca, attigua a piazza Beccarla, su progetto dell’architetto Aurelio Cetica, professore della facoltà d’architettura di Firenze, in collaborazione con l’ingegnere Fiorenzo De Reggi; oggi purtroppo distrutta, per far posto poi all’Archivio di stato, era caratterizzato da una pianta a ferro di cavallo, su cui sorgevano tre edifici raccordati fa loro da due snodi semicircolari.
Essenziale e funzionale, le superfici erano bucate da finestre quadrate o rettangolari incorniciate di travertino, e logge chiare che contrastavano con il colore rosso scuro delle pareti.
All’interno c’era una piscina coperta, una palestra e la “galleria dei cimeli” affacciata sul cortile triangolare, e affrescata dagli allievi della Istituto d’arte di Porta Romana.
Dalla parte del parco delle Cascine sorgeranno in questo periodo altri due importanti complessi: la manifattura tabacchi e la scuola di guerra aerea.
Quest’ultima viene realizzata, fra il 1937 e il 1939, da Raffaello Fagnoni in collaborazione con Antonio Abram, Dino Bertolacci, Giovanni Stralanchi, Giorgio Gori, Leone Mannozzi e l’ingegner Jaccod.
La scelta del sito fu stabilita alla metà degli anni Trenta per poter spostare gli impianti torinesi dell’aeronautica, troppo esposti all’aviazione d’oltralpe; la mimetizzazione fu completata con la scelta del parco storico della città, nel quale gli edifici trovano posto fra gli ippodromi del trotto e del galoppo delimitati da via del Barco, dal fosso Macinante e il vivaio comunale.
Costruito con grande celerità, il progetto ha seguito le direttive dell’aeronautica, sia per la dislocazione degli edifici che per i materiali, così da poter conferire una sorta di cifra stilistica riconoscibile per le costruzioni dell’aviazione italiana in tutta la penisola.
I paramenti in cotto con cornici marcapiano di travertino caratterizzano ogni edificio, progettato con una architettura essenziale dal disegno accurato, specialmente in corrispondenza delle aperture; l’orizzontalità degli edifici è marcata dalla cornice in travertino della linea di gronda.
Gli interni del padiglione di comando, dall’impianto a corte, sono decorati in marmo e legno; tempere del pittore Colacicchi decorano l’alloggio ufficiali, mentre l’edificio delle aule presenta al piano terra un atrio porticato, con volte a crociera ribassate rivestite in tessere vitree, dove i progettisti hanno probabilmente potuto creare qualcosa di più personale rispetto all’insieme.
Interessante è la progettazione di tutti gli arredi in accordo con il tema del volo, comprese le porte, le maniglie, le luci, le sedie realizzata da Fagnoni stesso e ancora oggi al loro posto.

Poco distante, fra piazza Puccini, il fosso Macinante e il torrente Mugnone, nel 1940 viene inaugurata la nuova sede della Manifattura Tabacchi, che si sposta dalle due sedi in cui era sistemata fino a quel momento, ovvero la sconsacrata chiesa di San Pancrazio e l’ex convento di Sant’Orsola, nel centro storico della città.
L’opera si snoda su un’area vasta e i corpi di fabbrica occupano un intero isolato, di forma trapezoidale; in un quartiere povero di attrattive architettoniche, sorto fra la fine del XIX e i primi decenni del XX secolo, il corpo principale della Manifattura, connesso con il dopolavoro che sorge come struttura d’angolo, creano un forte riferimento ancora oggi.
La struttura ad esedra degli uffici segue l’andamento curvo del lotto del terreno; ricoperto di marmo travertino, ha un corpo centrale tripartito da grandi aperture architravate, con portali al piano terra e alte finestre al piano superiore.
La balaustra è decorata con tre bassorilievi di travertino che raccontano le fasi della lavorazione del tabacco, opera dell’artista Coccia.
L’edificio d’angolo, oggi sede del teatro Puccini, conclude in modo curvilineo questa pianta dall’andamento sinuoso, svettando con l’alta torre in vetro che sembra cercare un dialogo con l’analoga dello stadio di Campo di Marte.
Non si hanno notizie certe sul probabile progettista dell’edificio, poiché i documenti riportano solo la generica definizione di “tecnici del Monopolio”.
I lavori furono affidati a due ditte che facevano capo all’ingegner Nervi, costruttore dello stadio di Firenze inaugurato nel 1932; se alcuni edifici che compongono il complesso sono anonimi, è evidente la maestria con cui è condotta invece la parte degli ingressi, con una architettura austera ma dinamica e bilanciata nella giustapposizione di pieni e di vuoti.
Le ultime critiche attribuiscono quindi una parte importante di questo lavoro all’ingegner Nervi, constatando anche la affinità dell’elemento del pennone illuminato, presente sia qui che allo stadio, che hanno creato un punto di riferimento fra due distanti quartieri della nuova Firenze.
Una stagione ,quindi, quella del Ventennio fascista, che per Firenze è stata incredibilmente fertile di nuovi linguaggi espressivi in campo architettonico, riuscendo a perforare con alcuni episodi, lo spessore del granitico conformismo fiorentino.