L’architettura invisibile di Giuseppe Terragni
di // pubblicato il 31 Ottobre, 2012
“Il Razionalismo in Architettura è un prodotto della civiltà attuale come il Rinascimento fu un prodotto della cultura Umanistica.” Giuseppe Terragni
Fino al 9 dicembre il CIAC – Centro Italiano di Arte Contemporanea di Foligno propone la mostra Giuseppe Terragni – Il primo architetto del tempo, curata da Attilio Terragni (Centro Terragni) e Italo Tomassoni (CIAC). Attraverso disegni, schizzi autografi, modelli e materiali d’epoca, l’opera del grande architetto è presentata a partire dal contesto storico e culturale in cui si inserisce e collegata al gruppo di architetti, artisti e filosofi che hanno contribuito a delineare la visione contemporanea del mondo.

L’attività professionale di Giuseppe Terragni (1904 – 1943) aveva preso avvio dopo la laurea in architettura conseguita al Politecnico di Milano dopo un’esperienza universitaria deludente, contraddistinta dall’insofferenza dello studente per l’ambiente accademico: il Politecnico era infatti all’epoca una scuola stanca, i cui insegnamenti si improntavano ancora su modelli di stampo ottocentesco e su memorie neoclassicheggianti. Fuori dall’università il quadro non era molto più stimolante: indifferente a quei fermenti che avrebbero portato alla diffusione del razionalismo in tutta Europa, il dibattito architettonico italiano degli anni Venti non era riuscito a calarsi nella attualità, privando di una mediazione intellettuale le radicali trasformazioni sociali ed economiche in atto nel Paese, avviato dal regime fascista alla riconversione postbellica e allo sviluppo industriale.

I giovani architetti che guardavano all’estero, tra cui lo stesso Terragni, risposero con entusiasmo e partecipazione agli slogan provocatori proclamati nel 1925 da Le Corbusier nel suo Vers une Architecture, in cui si enunciavano i principi fondativi di una nuova architettura, moderna e funzionale. Si riunirono in gruppi di azione, parteciparono a mostre ed esposizioni, pubblicarono interventi nelle riviste di settore, avviando un’opera di sensibilizzazione all’architettura funzionale e contribuendo attivamente alla ricerca razionalista con opere che di fatto riportarono l’Italia all’attenzione internazionale e al passo con i tempi. La nuova architettura aspirava ad un rinnovamento formale che mantenesse tuttavia un rapporto con la tradizione. Raggiunse esiti così alti da suscitare il vivo interesse del regime, che non esitò a ricorrervi quando voleva fregiarsi di modernità ed efficienza anche se, dopo la svolta in senso autoritario del ‘25, aveva progressivamente affidato la propaganda ufficiale alle solennità monumentali della cultura accademica.

La ricerca di Terragni muove dall’urgenza di aggiornare l’architettura, che doveva dotarsi di un programma funzionale flessibile rispetto alle vecchie regole e avvalersi dell’innovazione tecnologica e costruttiva, e raggiunge risultati sublimi per il rigore e la coerenza con cui applica l’assunto razionalista di ordine e chiarezza.

Mentre si accingeva a progettare la Casa del Fascio di Como – emblema della sua poetica e capolavoro dell’architettura razionalista italiana – Terragni aveva appena ventotto anni. Nel progetto dell’edificio, un cubo rivestito di pietra bianca e dall’aspetto severo, l’architetto rivisita la tipologia tradizionale del palazzo, che finisce per assumere i caratteri della struttura urbana nella sua composizione di opposti (pieno/vuoto, opaco/trasparente, alto/basso, dentro/ fuori), riproposti nel ritmo armonico dei suoi prospetti.

In un estremo sforzo di sintesi, gli elementi complessi dell’architettura sono ricondotti a poche forme desunte dalla sintassi neoplastica (moduli geometrici, piani, linea retta); la perfetta assonanza tra regola geometrica e necessità strutturale approda all’astrazione pura: come ribadisce Tomassoni, “la concezione di una architettura che comprenda, nelle sue definizioni, l’impiego del vuoto e dell’aria, porta al superamento della fisicità percettiva dei materiali inerti, all’alleggerimento delle compressioni dei piani e dei volumi spaziali risolvendo nella luce, nella leggibilità del progetto e nella razionalità delle soluzioni geometriche le tensioni e le spinte delle forze costruttive e dei condizionamenti esterni”.

Scomparso prematuramente a soli 39 anni, lascia una serie di progetti estremamente significativi, accomunati da una poetica di “aspirazione alla tonalità sospesa”, “di un’architettura come sogno della ragione” (M. Tafuri). La preziosa eredità sarà raccolta dalla pittura astratta comasca guidata da Mario Radice, che svilupperà ricerche affini, sublimando la sua architettura nell’Arte.
