L’anniversario unitario celebrato dai Vespri di Pizzi al Regio di Parma

di Carmelo Antonio Zapparrata // pubblicato il 23 Ottobre, 2010

Dopo Il Trovatore, il secondo titolo presentato al Teatro Regio di Parma per il Festival Verdi – cornice musicale che sino al 28 ottobre animerà le terre natie del compositore parmense - è I Vespri Siciliani, senza dubbio l’opera più patriottica e rivoluzionare di Giuseppe Verdi. Debuttata il 10 ottobre scorso nel sontuoso tempio voluta dalla duchessa Maria Luigia con la regia di Pier Luigi Pizzi, la direzione musicale di Massimo Zanetti e un cast di tutto rispetto - con Leo Nucci, Daniela Dessì, Fabio Armiliato, Giacomo Prestia - l’opera felicemente ci introduce al prossimo anniversario dei 150 anni dell’Unità italiana.

Nato come Les Vêpres Siciliennes per l’Opéra di Parigi e debuttato proprio nella Ville Lumière nel 1855, il dramma verdiano risente del clima infiammato avvertito in tutta Europa durante i moti del ’48, e non ben accetto dall’establishment politico coevo. Per la prima italiana, data lo stesso anno proprio al Regio di Parma, con rielaborazione librettistica in Italiano di Arnaldo Fusinato, l’opera fu censurata e il titolo modificato in Giovanna di Guzman. L’azione, spostata in Portogallo, presentava la dominazione spagnola sui portoghesi durante il ‘600. Si comprendono bene le preoccupazioni dei monarchi italiani nel trattare l’argomento censurato, visto che i Siciliani, proprio nel ’48, erano insorti e dopo aver dichiarato deposta la dinastia borbonica e restaurato il Regno di Sicilia, ne avevano offerto la corona al Duca di Genova.

L’interesse verso la rivolta medioevale dei siciliani contro i soprusi degli odiati angioini, risoltasi con arrivo degli aragonesi - vista come esempio patriottico da seguire – era riaffiorato in quegli anni grazie anche al testo da poco pubblicato di Michele Amari, La Guerra del Vespro. Censurato dal regime borbonico, in seguito l’autore fu costretto a riparare in esilio in Francia, proprio lì dove il Savoia attento guarda con interesse a un possibile alleato per l’allargamento dei propri domini.

La trama dell’opera racconta la storia del difficile amore tra Elena (Daniela Dessì), duchessa in lutto per l’uccisione del proprio fratello dall’occupatore francese, e Arrigo (Fabio Armiliato), giovane siciliano non appartenente all’elite aristocratica ma che in seguito si scoprirà essere figlio della violenza arrecata dal governatore angioino Guido di Monforte (Leo Nucci) alla madre. La sconcertante notizia arriva proprio dopo che Arrigo ha giurato all’amata di vendicarne il fratello in pegno d’amore. Come se non bastasse, il tutto è ulteriormente complicato dalla figura di Giavanni da Procida (Giacomo Prestia) patriota siciliano, architetto di varie congiure sino alla riuscita rivolta popolare finale. Il segnale per i rivoltosi sarà proprio dato dalle campane del vespro che suonano per annunciare la lieta unione tra Elena e Arrigo, e con essa la sperata pace tra siciliani e francesi.

Colpi di scena, congiure, incastri drammatici in successione e infinito struggimento dei personaggi in balia dei dubbi che attanagliano le loro coscienze, sbandanti tra adempimento ai doveri patri o sincera adesione ai propri affetti, costituiscono l’asse portante della grand opéra di Scribe, non a caso conosciuto come l’autore della pièce bien fait.

Per il Regio di Parma la scelta registica di Pizzi, già confrontatosi con l’opera verdiana in una precedente messa in scena per il Teatro Alla Scala negli anni novanta - nel quale fu riproposto persino il ballo de Le Quattro Stagioni e che qui non abbiamo potuto ammirare, è improntata a un’identificazione del soggetto trattato con gli umori e gli avvenimenti coevi o di poco successivi agli anni della prima assoluta. L’allestimento, quindi, è totalmente calato in una dimensione ottocentesca. La festa da ballo, al III atto, pare presentare un ricevimento descritto dalla penna di Tomasi di Lampedusa. I costumi sono di foggia ottocentesca, le divise degli ufficiali francesi sembrano ricordare quelle delle truppe borboniche.

Essendo I Vespri un’opera di popolo, è il Coro dei Siciliani a costituirne la struttura portante. Pizzi gioca nell’identificazione di questi col pubblico della platea. Il regista sceglie deliberatamente di far cantare i protagonisti, co-protagonisti e coristi proprio in platea. Inoltre, impegna il coro in movimenti continui che muovono dall’udienza al proscenio, coinvolgendo per prossimità gli stessi spettatori della platea e designando a testimoni degli avvenimenti gli spettatori dei palchi, in una vera e propria ascesa irrefrenabile alla rivolta.

Una mise en scéne che premia l’essenziale quella di Pizzi: per la scenografia scelte semplicissime tendenti a sottolineare pochi elementi cardine nell’economia del dramma. Le barche, dalle quali verrà la salvezza con gli aragonesi (I atto), i divani e gli specchi del salotto simbolo della classe siciliana che si è compromessa con lo straniero mantenendo il proprio status (III atto), le sbarre della prigione, quale emblema della dura tenaglia repressiva a danno del popolo oppresso (IV atto). E infine l’altare (V atto), strumento atto a suggellare giuramenti e dove si consumerà un doppio sacrificio, quello umano di Guido di Monforte ad opera dei rivoltosi e quello simbolico del secondo lutto di Elena che vede sottrattasi la propria felicità a beneficio della nazione.

Come di consueto la scena finale si risolve con il tripudio del tricolore nazionale italiano. I rivoltosi sventolano bandiere sull’altare, altri salgono armati di fucile sul palco passando tra gli spettatori. Lo stesso loggione partecipa attivamente lanciando bandierine in cui campeggia il tricolore sabaudo. L’assimilazione dell’intreccio all’anniversario dell’Unità italiana è totale nella scelta di Pizzi per il Regio. I gesti e le pose degli interpreti, magniloquenti e grandiose, si inseriscono nel filone della tradizione retorica operistica, accettabili poiché coerenti col senso di orazione patriottica di vari momenti del dramma, tendenti a destare le coscienze degli isolani. Salvo qualche imperfezione della prima, dovuta alla stanchezza delle prime voci, l’operazione parmigiana pare abbastanza in sintonia con il ricordo di un valore unitario passato in cui si credeva e che adesso irrimediabilmente sentiamo sfaldarsi giorno dopo giorno.

 

Dettagli

In foto:

scena finale de I Vespri Siciliani
© Roberto Ricci

F. Armiliato e D. Dessì nei ruoli di Arrigo e Elena
© Roberto Ricci

La condanna a morte di Elena e
Giovanni da Procida

© Roberto Ricci


I Vespri Siciliani opera in cinque atti

libretto di Eugéne Scribe e Charles Duveyrier
versione italiana di Arnaldo Fusinato
musica di Giuseppe Verdi
regia, scene, costumi Pier Luigi Pizzi
luci Vincenzo Raponi
maestro concertatore e direttore
Massimo Zanetti
coreografia Roberto Maria Pizzuto
Orchestra e Coro del Teatro Regio di Parma

10, 13, 17, 20, 24 ottobre 2010
Teatro Regio, Parma

Festival Verdi. Parma e le Terre di Verdi
dal 1 al 28 ottobre 2010

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Dove e quando

  • Indirizzo: Teatro Regio, via Garibaldi 16/a, 43100 Parma
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