Lampi di design. Dino Gavina a Bologna
di // pubblicato il 02 Novembre, 2010
Da bolognese DOC, parlare di Dino Gavina a Bologna significa per me non solo parlare di uno dei più grandi imprenditori creativi italiani ma anche di una parte importante della storia della città.
Oltre ad essere stato uno dei pilastri del "made in Italy" all’estero, nato a Bologna nel 1922 egli ha saputo creare nel corso della sua lunga carriera, una fitta rete di contatti dando vita ad un sodalizio tra design e avanguardia artistica unico nel suo genere.
La mostra presente al MAMbo, curata da Elena Brigi e Daniele Vincenzi esplora le sinergie, i personaggi, gli oggetti ma soprattutto le idee che hanno condotto Dino Gavina in un percorso fatto di scommesse, intuizioni geniali e sfide.
Una vera e propria impresa, quella che prende forma passando attraverso l’arte in un incontro a Milano tra Dino Gavina e Lucio Fontana nel 1954, figura iniziatica, il quale mette l'imprenditore in contatto con alcuni dei massimi esponenti del disegno industriale italiano.
Ad aprire la mostra, una sala dedicata alle opere grafiche, al lavoro cartaceo e alla comunicazione, a cui segue una sezione consacrata all’artista italo-argentino con una particolare attenzione verso i Teatrini (1963-1966) e le Lamiere (1964), opere che l’artista realizzava evolvendo il tema della spazialità uscendo dalla bi- dimensionalità del lavoro su tela.
La figura di Fontana è presente, più o meno esplicitamente in tutta l’attività di Dino Gavina tanto da avvicinarlo a Pier Giacomo e Achille Castiglioni che collaborando lungamente con lui realizzarono elementi tutt’ora conosciuti come le poltrone Sanluca (1960) e Lierna (1960).

L'attenzione per "la bellezza" passa anche attraverso il cosiddetto design anonimo, alle strutture formali che permisero a Dino Gavina di sviluppare le proprie idee spingendosi oltre le tendenze contingenti; da qui l’attenzione verso il Neoliberty degli anni Sessanta che fu per la produzione dell'epoca un modo per ri-conferire al design la libertà di sdoganarsi dall'aspetto essenzialmente funzionale.
Il lavoro industriale di Dino Gavina si apre nel decennio tra gli anni Sessanta e Settanta all'ambito dell'illuminazione con la collaborazione con il marchio Flos a prova del fatto che, come già sottolineato più volte, il valore di una mente creativa, di qualsiasi “disciplina” si parli, si enuclea non solo nella suo operato ma anche nella sua capacità di saper osservare e cogliere lampi creativi dalla realtà circostante.
Con uno sguardo rivolto perennemente oltre frontiera è in questi stessi anni che inizia una collaborazione con Marcel Breuer, uno dei maggiori esponenti del Bauhaus, destinata a dare all’azienda Gavina S.p.A. un ulteriore riverbero internazionale. Le linee tubolari in acciaio progettate dell'architetto ungherese a partire dagli anni Venti permettono di riportare sul mercato modelli che sono ad oggi emblematici nella storia del design come le poltrone Cesca (1962) e Wassily (1962).

E’ in questo modo, attivando continuamente canali, catalizzando energie produttive, che Dino Gavina resta da esempio di come la creatività può sposarsi con lo spirito imprenditoriale tanto da attraversare il globo e spingersi fino al Giappone con la collaborazione con Kazuhide Takahama nella realizzazione di modelli dedicati all'arredo urbano e al design per interni. Una sezione consistente della mostra è legata al marchio Sirrah, in cui è ben presente il fil rouge che lega design e arte. Anche qui, un tributo a Lucio Fontana si esplicita nella lampada Saori (1973) e il legame professionale con Man Ray si solidifica con la creazione della lampada La Lune Sous le Chapeau (1975).
L'esposizione prosegue snodandosi tra le diverse fasce tematiche tra cui le collaborazioni con Luigi Caccia Dominioni, Tobia e Carlo Scarpa a prova di una capacità relazionale, oltre che imprenditoriale e ideativa, esemplare; la capacità di stabilire legami forti, per dirla alla Granovetter, in grado di andare oltre la sfera professionale per la creazione non di un puro prodotto ma di un oggetto d’affezione.
Il design si avvicina così a quella stessa poetica dell’objet trouvé duchampiano, rendendo l’oggetto d’uso opera d’arte e viceversa e concretizzando ulteriormente questa sinergia a seguito di un incontro proprio con Marcel Duchamp nel 1965, in occasione di una mostra allestita da Carlo Scarpa a Roma e dedicata ai ready-made: incontro che porrà le basi per l'apertura del Centro Duchamp a San Lazzaro (Bo) con la collaborazione di Man Ray, conosciuto nello stesso periodo.
"Concretamente visionario", sovversivo, sognatore ma con progetti destinati a perdurare nel tempo, Gavina è certamente riuscito a permettere al design nostrano di farsi riconoscere e di confermare la propria identità artistica.
Attraverso l'intervento di molti artisti italiani e internazionali il corpus creativo si arricchisce di elementi che indubbiamente danno un senso più ampio al concetto di arredamento ricercando la contaminazione, il richiamo estetico e culturale.

Tra le tante iniziative imprenditoriali nasce Simongavina, dal determinante sodalizio con Maria Simoncini, recentemente scomparsa, che per anni ha rappresentato, con Dino Gavina, un punto di riferimento nell'evoluzione del design e dell'estetica del Novecento.
La strada percorsa da questo imprenditore resta non a caso costellata di incroci e sperimentazioni che tendono sempre a guardare oltre l'epoca a cui appartengono e che anzi, per molti versi restano pionieristiche e anticipatrici, è il caso di Ultramobile (1971) e Metamobile (1974) che si delineano come dei veri e propri lampi di design, come suggerisce il titolo della mostra; ulteriore dialogo tra arte e design il primo che trasforma l'opera d'arte in "opera d'arte funzionale"; e idea innovativa di autoprogettazione il secondo.
Dal design per interni fino all'arredo urbano di Paradisoterrestre, ciò che esce dalla "rete Gavina" è sempre riconoscibile e in un certo senso "eterno"; tutto questo perché la forza visionaria del singolo ha sempre puntato ad incrociarsi con manifestazioni creative diverse e poteri espressivi di ambiti differenti restando impresso nella mente della città che lo ha visto creare un mondo.
Una mostra polifonica che oltre al genio di Gavina celebra anche il lavoro di chi per anni lo ha affiancato in un percorso che ha come scenario il quotidiano, privato e pubblico, e che è capace di risvegliare quel "senso di appartenenza" che permette di apprezzare l'arte in tutte le sue forme.
