L’albero della vita – The fountain
di // pubblicato il 08 Ottobre, 2010
Allora il Signore Dio scacciò Adamo ed Eva dal giardino dell’Eden e pose una spada folgorante per custodire l’albero della vita.
Genesi 3:24
Un conquistador spagnolo del XVI secolo, Tomas, per salvare la regina Isabella dall’insidia dell’Inquisizione va alla ricerca della piramide maya che nelle profondità della giungla custodisce l’albero della vita.
Lo scienziato Thomas Creo, in epoca contemporanea, conduce un’estenuante lotta contro il tempo per creare una cura efficace che faccia regredire il tumore al cervello dell’amata moglie Izzi.
Nello spazio profondo del XXVI secolo un uomo è in viaggio su un’astronave per portare l’albero della vita verso una nebulosa lontana, una stella morente che i Maya chiamavano Xibalba e che rappresentava il loro aldilà, il luogo dove le anime morte andavano per rinascere.
Tre storie parallele in luoghi ed epoche diverse con un unico solitario protagonista, emblema della solitudine esistenziale dell’essere umano, che attraverso il tempo e lo spazio cerca il modo per strappare l’amata all’assoluto che incombe, un unico flusso narrativo congiunto a rappresentare il viaggio dell’umanità verso la luce della coscienza, questo è l’ipnotico e labirintico film di Darren Aronofsky L’albero della vita (The fountain).
Doveroso aggiungere il titolo originale per distinguerlo da L’albero della vita di Edward Dmytryk, romanzone anni ’50 d’ambientazione sudista con Elizabeth Taylor e Montgomery Clift.
Nato da un soggetto originale creato a quattro mani dello stesso Aronofsky con l’amico Ari Handel, L’albero della vita sovverte le regole consolidate della narrazione lineare mischiando continuamente i piani temporali senza soluzione di continuità. L’intera pellicola è impostata come un viaggio dall’oscurità verso la luce, simbolica rappresentazione del percorso individuale e collettivo che deve compiere l’umanità verso la conoscenza. Perciò il film inizia con le sequenze notturne della battaglia tra conquistadores spagnoli e guerrieri Maya nel cuore della giungla, terminando nello spazio illuminato dal raggiungimento della Xibalba a cui approda l’astronave.
Anche le scenografie, dai corridoi dell’ospedale al laboratorio di ricerca, passando per la reggia di Siviglia con i saloni pieni di colonne e la sala del trono teatro dell’incontro con la regina restituiscono la suggestione del viaggio, la macchina da presa vi si muove fluida accompagnata dalla musica suadente di Clint Mansell.

Tema centrale della storia è l’umana paura della morte. Lo scienziato contemporaneo afferma che la morte è solo una malattia come le altre e lui riuscirà a sconfiggerla, la moglie studiosa dei Maya e della loro antichissima cultura sembra rispondergli con una domanda: “non sarebbe meraviglioso considerare la morte come un atto creativo?”
In campo la lotta tra paura e accettazione, l’aspirazione all’immortalità accomuna tutte le culture e si esprime nei diversi miti dall’albero della vita alla fontana dell’eterna giovinezza, ma solo accettando la nostra natura mortale ci sarà possibile vivere la vita in modo appagante e completo.

In modo del tutto originale il film di Aronofsky affronta la paura più profonda dell’annullamento dell’io, forse l’accettazione più difficile da realizzare per noi, così abituati in questa vita a identificarci con la materialità del nostro corpo. Andando oltre la paura del dolore fisico di un’agonia, tralasciando la paura della perdita degli affetti davanti a una partenza e ammettendo come cosa certa una sopravvivenza dell’anima alla morte del corpo fisico, sopravvivrà sempre in noi la paura di annientamento dell’io in un’energia cosmica.
Siamo abituati dai nostri limiti a pensare comunque in termini individuali e immaginare la nostra anima come una goccia che cade in un flusso di liquido eterno, mistico ricongiungimento con l’origine della vita, è un’immagine bellissima di poesia assoluta, ma terrorizza l’io invadente che è dentro di noi per l’incapacità che abbiamo d’immaginarci oltre i confini della nostra fisica corporalità.
Arrendersi al ciclo naturale di ogni cosa vivente che inevitabilmente deve morire è il pensiero ultimo a cui tendere per la realizzazione di una pace interiore, qui e adesso.

Il bellissimo film di Darren Aronofsky, di cui già avevo apprezzato le capacità visionarie in Requiem for a dream, ha il coraggio di andare a ricercare l’essenza più profonda della paura di morire senza alcuna reticenza, suggerendo una via per allontanarla dal nostro vivere. Anche da un punto di vista visivo la pellicola ha il coraggio di osare mostrando soluzioni fuori dai canoni, quindi più difficili da accettare per l’occhio del pubblico che assorbe le convenzioni di quanto ha già visto più volte in altri film di fantascienza.
In questo senso colpisce l’estetica dell’astronave che è una sfera trasparente, contenente l’enorme albero, in viaggio con l’uomo attraverso lo spazio. Inoltre molti effetti presenti nel film sono stati ottenuti inserendo macroriprese di elementi liquidi o gassosi appositamente filmati e l’interagire tra loro.
L’australiano Hugh Jackman, lontano dai ruoli d’azione che l’hanno portato al successo, nella parte del protagonista Tomas incarna perfettamente le paure e gli smarrimenti dell’essere umano, consentendo alla macchina da presa di scavare nelle sue emozioni più intime, mostrando vulnerabilità e abbandonando ogni residua difesa.
Inquietante e bellissima la sequenza in cui finalmente l’Uomo si trova davanti la linfa della vita eterna e pieno della sua presunzione ne beve pensando di poter dominare la Natura, che indomabile, inevitabilmente ha il sopravvento.

Alla sua uscita sugli schermi L’albero della vita (The fountain) collezionò anche una serie di recensioni non troppo benevole, ma è comprensibile come non sia facile affrontare i labirinti della psiche umana addentrandosi in territori così filosofici da confinare con l’astrazione. Al di là dell’impressione soggettiva che si può ricevere da un film come questo, a Darren Aronofsky va indubbiamente riconosciuto il coraggio di affrontare temi inusuali, rischiando e mettendosi in gioco su sentieri generalmente poco battuti.