L’albero
di // pubblicato il 29 Luglio, 2011
Dawn O’Neill rimane improvvisamente vedova, sola con i suoi quattro figli spersa nelle grandi, immense, pianure d’Australia.
Per quanto una perdita possa essere condivisa all’interno di un nucleo familiare il dolore è una cosa talmente intima, un carico così difficile da affrontare che spesso mette a dura prova anche i sentimenti più stretti e i legami più forti.
Così la giovane madre, non riuscendo a sostenere il dolore per l’assenza dell’amato marito Peter, se lo avvolge attorno come un mantello immergendosi in un suo stato d’isolamento e allontanandosi dai suoi figli, che alla deriva in un momento tanto difficile affrontano il lutto improvviso ognuno in modo diverso e distante dagli altri.
Tim, il figlio maggiore adolescente, sembra voler cancellare ogni traccia del padre quasi come se non fosse mai esistito, tenta nella negazione una fuga dal dolore. Lou, il secondogenito, mette in atto una serie di riti segreti, come se cercasse la presenza della figura paterna nella natura, in una sorta di nascosta intima e personale fede pagana. Charlie è il figlio più piccolo, nonostante i tre anni compiuti ancora non parla, come se la sofferenza che respira intorno ne avesse bloccato la crescita.
Infine Simone, l’unica femmina di otto anni, forse la più legata al padre, ostinatamente non vuole lasciar fluire il dolore, rifiutando l’idea che affrontare un lutto significa fondamentalmente imparare a convivere con l’assenza per tutta la vita.
La bambina è la vera protagonista della storia, una notte ascoltando il rumore del vento, si convince che l’anima del padre sia tornata per proteggere la famiglia e le parli attraverso il grande albero a fianco della loro casa.
Frutto di una coproduzione franco australiana il film di Julie Bertuccelli L’albero, che ha avuto l’onore di chiudere il Festival di Cannes 2010, affronta in modo originale un tema delicato come l’elaborazione del lutto. Tratto dal romanzo Our father who art in the tree della scrittrice australiana Judy Pascoe, edito in Italia con lo stesso titolo del film, L’albero usa gli sconfinati paesaggi australiani per mettere in scena la fragilità dell’uomo davanti alla spietata e devastante, primordiale, forza della natura. Gli animali selvaggi che irrompono nella casa, le radici dell’albero che emergono dal terreno a causa della siccità e i violenti agenti atmosferici incontrollabili come i tifoni, ne sono le diverse rappresentazioni.
L’esordiente Morgana Davies, con i suoi soli sette anni all’epoca delle riprese, interpreta con forza sorprendente la piccola Simone. L’ostinazione nel rifiutare ogni cambiamento che possa alterare l’equilibrio del mondo fantastico che si è creata e in cui il padre continua a vivere in forma di albero, è il fulcro centrale di una storia fatta di tenerezza e delicata poesia.
L’albero parla per metafore alla sensibilità dello spettatore, così nel buio della camera in cui il pianto della madre sembra non avere mai fine, un raggio di sole che filtra attraverso le tende diventa richiamo alla vita che non si arrende e irrompe prepotente nell’oscurità del dolore. L’identificazione del defunto nel grande albero di ficus con le radici che insidiano le case circostanti danneggiandone le tubature, diventa fisica rappresentazione di un dolore che paralizza la vita. Negando la sofferenza provocata dal distacco inappellabile della morte si ferma il naturale scorrere della vita, che non può in nessun caso esser interrotto.

E’ affascinante assistere alla trasformazione dell’albero, vero e proprio personaggio protagonista con tutto il suo insondabile mistero, da presenza rassicurante e protettiva della famiglia a emblema della forza indomabile della natura, che incontrollata diventa portatrice di paura e distruzione.
Distruzione che a volte può essere utile e necessaria per poter ricostruire, come la mitica araba fenice deve bruciare per poter rinascere dalle sue ceneri, così un tenero germoglio sulle rovine del tempo trascorso può essere seme prezioso per far crescere il futuro che avanza.
L’albero e le sue pericolose radici minacciano la sopravvivenza della casa stessa e diventano simbolo di un passato ingombrante, perché felice e inevitabilmente irripetibile, da cui è necessario prendere le distanze, perché i ricordi sono amati oggetti taglienti da custodire con attenzione e a cui può essere incauto costruire un altare.
Fare mito del tempo passato è pratica comune, ma non riuscire a dare la giusta collocazione ai momenti felici può ostacolare uno scorrere sereno dell’esistenza.
