L’Africa delle meraviglie. Arti africane nelle collezioni italiane
di // pubblicato il 13 Gennaio, 2011
“Ciò che l’occhio ha visto il cuore non dimentica”
(proverbio malgascio)
Si punta dritto al cuore dell’Africa Sub sahariana: dal Mali al Congo, dalla Liberia al Camerun. Accompagnati da oltre 350 opere provenienti da prestigiose collezioni private italiane (in gran parte inedite), veniamo travolti dall’onda dell’esotico, educati alla rappresentazione materiale della cultura africana, alla raffigurazione di miti leggende e pratiche tribali.

La mostra (fino al 5 giugno 2011) curata da Ivan Bargna e Giovanni Parodi da Passano con la collaborazione di Marc Augè, vanta un progetto espositivo curato anche dall’artista contemporaneo Stefano Arienti e vede Genova come sfondo entro cui esprimersi. Si parte da Palazzo Ducale con il prologo della mostra nel Sottoporticato, trasfigurato nella navata centrale di una cattedrale, dove una gigantesca pedana bianca fa da supporto a una settantina di opere provenienti da quattro differenti collezioni, raggruppate per aeree stilistico - culturali. Effettivi protagonisti della mise en scene sono i cosiddetti “feticci” che da secoli incarnano, nell’immaginario collettivo, la dimensione delle forze magiche e oscure tipiche di quell’Africa mitizzata da esploratori ed antropologi nel corso dei secoli. Dall’introduzione, avvenuta nel 15^ secolo ad opera dei Portoghesi, del termine feitiço cioè “incantesimo” questi oggetti hanno assunto spesso e volentieri agli occhi degli Occidentali una valenza negativa; ricchi di forze sovrannaturali e significati religiosi essi rappresentavano qualcosa di così poco gestibile da fare quasi paura. Una trentina di sculture polimateriche schierate in una vetrina centrale esprimono fino in fondo la loro antica fattura nonché, soprattutto, l’essere portatrici di forze ambivalenti e cosmogoniche che nessuna teca di vetro è in grado di trattenere. Superata l’inquietante bellezza delle statuette, veniamo colti dalla meravigliosa plasticità di quasi cinquanta varietà di maschere tradizionali, tra cui scopriamo la presenza di alcune Bundu: maschere-elmo appartenenti alla società segreta femminile Sande provenienti dalla Liberia ed usate in occasione delle ricorrenze solenni, durante l’esercizio della giustizia, nelle cerimonie funebri e nei riti di iniziazione; sagome scure dai contorni netti che appaiono sospese nell’immobilità di un tempo e di uno spazio non loro.

La scelta di esporre in una maniera così specifica i manufatti è così spiegata da Stefano Arienti: “Nell’allestimento trova spazio anche l’allusione alla dimensione privata del collezionismo con la ricostruzione di piccoli angoli, che sintetizzano l’atmosfera delle Wunderkammer dei loro proprietari, personaggi spesso schivi e talvolta eccentrici. Alcuni di loro compaiono in primo piano su televisori domestici in spezzoni di interviste girate appositamente”. L’intenzione dei curatori non è, infatti, quella di mettere in scena per l’ennesima volta lo scontro tra modernismo e primitivismo (con l’artista occidentale che veste i panni dell’africano), ma di proporre pratiche atte a portarci dalle collezioni italiane alle esperienze che di queste opere fanno gli africani.

Passando al Castello d’Albertis si troviamo una cinquantina di oggetti, riletti attraverso un gioco di luci ed ombre così articolato per rendere l’idea della pluralità degli sguardi. “Qui il percorso ha come tema l’autenticità, tanto quella degli oggetti che delle culture da cui provengono, per riflettere intorno ai fantasmi della contaminazione e della purezza che animano i nostri desideri e paure” affermano i curatori.

Ospite d’onore del percorso è un’installazione a file concentriche composta da una quarantina di Ibeji Yoruba, statuette antropomorfe lignee che rappresentano bambini gemelli; l’alta frequenza di parti gemellari e l’elevata mortalità infantile hanno dato vita, nel corso dei secoli, ad un culto basato sulla credenza che lo spirito del gemello defunto possa essere intrappolato nella statuetta scolpita e così preservato. A questo scopo esse sono accudite come fossero vive, provvedendo alla loro pulizia, abbigliamento e alimentazione. Al centro della composizione troneggia una statua di maternità Yoruba, sancendo il ruolo generativo della figura femminile tradizionale. Posta in posizione privilegiata, sembra segretamente comunicare con i piccoli spiriti contenuti nelle statuette circostanti e poiché i gemelli sono considerati canali di connessione privilegiati con il mondo invisibile, si può ragionevolmente pensare che se solo acuissimo i nostri sensi riusciremmo a percepire una qualche arcaica forma di comunicazione. Ben lungi dall’essere mere testimonianze della maestria dell’intaglio e della decorazione, ogni singolo oggetto è in grado di evocare tempi e luoghi a noi sconosciuti, parzialmente descritti dalle decine di testi monografici di antropologi e studiosi, dai diari di viaggio di esploratori e curiosi, ma di cui non si ha mai una totale consapevolezza fino al momento in cui non ce li si ritrova davanti.

Bianco, rosso e nero è la triade cromatica che contraddistingue l’arte africana e sono i medesimi colori utilizzati nell’allestimento fin dall’inizio. I muri bianchi sono accostati a opere di Stefano Arienti: tappeti tinti di rosso o di nero che rimangono sempre e comunque divisi dalle opere, contribuendo a evocare lo spazio domestico delle collezioni da cui gli oggetti provengono. Ombre, piume e libri manipolati introducono strane presenze e spiazzanti interferenze, stabilendo mute connessioni tra le opere, le nostre ossessioni e le più recondite paure.

Un filo d’Arianna invisibile ci conduce in Africa e fuori da essa, un’atmosfera sospesa tra mito e magia ci sostiene e avvolge, una forte curiosità ci guida tra figure d’altare, pali funerari, maschere, feticci e sculture. La meraviglia è un’emozione potente che oscura e rivela…