La “schodella dei Medici”, la Tazza Farnese
di // pubblicato il 27 Aprile, 2010
Passeggiando per le sale dedicate alla mostra temporanea Pregio e bellezza. Cammei e intagli dei Medici al Museo degli Argenti in Palazzo Pitti fino al 27 giugno 2010, tra i numerosi cammei, intagli ed opere d’arte si scorge il senso di quel Tesoro dei Medici, che fu tra le raccolte più prestigiose al mondo, e che tutt’ora ha un riscontro internazionale. Il pregio e la bellezza non sta tanto nei numerosi oggetti raccolti nel tempo dai Medici, quanto nel desiderio di poter godere del capolavoro da ritenersi il vanto di Lorenzo il Magnifico: la Tazza Farnese, o schodella nostra come amava soprannominarla confidenzialmente il Magnifico stesso. Un’opera tanto ricordata in sede di conferenza stampa e tra le pagine dello splendido catalogo realizzato da Sillabe, di cui la mostra è priva. Non è una colpa da attribuire di certo ai curatori o al comitato scientifico, quanto al fatto che è uno di quei pezzi d’arte così pregiato e così pregevole da essere imprestabile per il Museo Archeologico Nazionale di Napoli. La Tazza Farnese, infatti, è l’opera più significativa e più identificativa di tutta la collezione del museo napoletano, prestatore di altre importanti manufatti artistici esposti agli Argenti. La malinconia per la mancanza del pezzo in questione, viene irrimediabilmente fatta sopperire dalla presenza in mostra del Disegno della Tazza Farnese, conservato a Berlino e realizzato dal pittore persiano Mohammed al-Khayyam, e dalla placchetta in bronzo di manifattura italiana, raffigurante la Scena allegorica della Tazza Farnese del Museo Civico “Amedeo Lia” di La Spezia.
La storia collezionistica della Tazza Farnese
Difficile è ricostruire correttamente la storia di questa gemma che dall’età antica è passata di corte in corte, giungendo dopo millenarie vicissitudini nel tesoro di Lorenzo il Magnifico, di lì alla collezione Farnese, da cui prende il suo nome, quindi nel museo di Napoli. Opera attribuibile ad uno scultore ellenistico, eseguita ad Alessandria d’Egitto durante il regno di Tolomeo VIII tra il 120 ed il 100 a.C.. Dopo la caduta dei Tolemei, la coppa confluì nel tesoro imperiale di Roma a seguito della conquista dell'Egitto da parte di Ottaviano nel 31 a.C.. Successivamente dopo la caduta dell’Impero Romano la Tazza entrò a far parte del tesoro di stato costantinopolitano. Nel 1204, a seguito della disfatta di Bisanzio, tornò in Occidente e probabilmente in Italia. Nel 1239 venne acquistata dall’imperatore Federico II di Svevia, il cui tesoro si disperse nel 1253, per ricomparire alla corte persiana di Samarcanda o Herat intorno al 1430 dove probabilmente venne vista dal pittore persiano Mohammed al-Khayyam che la riprodusse nel disegno oggi alla Staatsbibliotheck di Berlino. Pochi decenni più tardi, nel 1458, la Tazza ricomparve di nuovo in Occidente, per la precisione a Napoli nella collezione di Alfonso di Aragona. Da qui la ritroviamo nel 1465 tra i beni del Cardinale Ludovico Trevisan (arcivescovo di Firenze e patriarca di Aquileia), dopo la morte di questi la gemma entrò nella collezione di Papa Paolo II Barbo, al quale rimase fino al 1471, quando passò al suo successore Sisto IV, che la mise in liquidazione tramite il banco Medici-Tornabuoni. Venne così acquistata nello stesso anno da Lorenzo de’ Medici, che si trovava a Roma in occasione della sua ambasciata presso il pontefice. Nel 1537, entra nella collezione Farnese con il secondo matrimonio di Margherita d’Austria, vedova di Alessandro de’ Medici, con Ottavio Farnese. Da questo momento in poi la Tazza seguì le sorti di quella collezione confluendo, infine, nelle raccolte del Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
Materia e Tecnica
Secondo la testimonianza di Posidonio, la Tazza Farnese, lavorata in forma di phiále, è uno dei più grandi pezzi di sardonice di epoca ellenistica.
La Tazza Farnese, di soli 20 cm. di diametro, presenta la rara caratteristica di essere incisa a rilievo su entrambe le facce.
La massima difficoltà tecnica sta nell’eseguire l’incisione su gemme di piccole dimensioni, per riuscire ad estrarre dagli strati molecolari, cinque, sette, dodici, diciassette incursioni con striature colorate: dal rosso bruno al grigio azzurrognolo al bianco latteo, dove le figure scolpite si adattano ai diversi strati di colore, creando un bel gioco di chiaroscuri.

L’Agata, secondo Teofrasto, prende il nome da un fiume della Sicilia, l'Achates (attuale Drillo), dove sarebbe stata trovata per la prima volta. In particolare il tipo di agata sardonica deriva dal nome di un monte chiamato Sardónix, da Sardi capitale della Lidia, antica regione dell’Asia Minore, affacciata sul Mar Egeo.
L’agata, che dal punto di vista chimico altro non è che una varietà di calcedonio, si caratterizza per le incursioni colorate; queste si trovano in natura in forma circolare, simile ad un occhio, e perciò sin dall’antichità la si considerò come un amuleto o un portafortuna.
Per questo motivo gli oggetti realizzati con queste pietre, già preziose per la loro bellezza naturale, diventavano unici grazie alla perizia e alla maestria degli scultori di pietre dure, tanto che la nostra Tazza nell’inventario redatto dopo la morte di Lorenzo, datato 1512, è valutata ben diecimila fiorini, una cifra astronomica corrispondente a circa un quarto del costo di un palazzo gentilizio.
Iconografia
Le fasce brune e bianche del calcedonio sono state sfruttate con incredibile maestria dall’autore della coppa, per ricavarne figurazioni, dove natura, storia e mito si fondono in un’affascinante metafora. La coppa infatti, rappresenta l’Egitto stesso, attraversato dal flusso benefico del fiume Nilo. Il vaso era destinato alla libazione che i Lagidi compivano annualmente con l’acqua del Nilo nella festa per l’inizio della piena. All’interno, nella parte concava, numerosi personaggi compongono la scena che altro non è che una complessa allegoria allusiva alla celebrazione dei Tolomei, sovrani d’Egitto. Nella parte convessa campeggia una testa di medusa che allude probabilmente alla funzione sacrale dell’oggetto.

Vediamo come nell’allegoria incisa nella parte interna della coppa, il monarca, è rappresentato come una Sfinge con il corpo leonino e la testa umana, ornato dell’apparato regale. Nel profilo della sfinge si ritrova il volto gonfio del sovrano in carica Tolemeo VIII Evergete II, detto il Fiscone (182 a.C. ca. – 116 a.C.). La bruna massa animalesca è ricavata da un intrusione scura nello strato di calcedonio, che rappresenta in basso la stabilità del paese.
Sulla testa della sfinge si adagia con il braccio sinistro la regina, nonché seconda sposa del Re, Cleopatra III. La donna è distinta dalla benda regale sulla capigliatura a boccoli calamistrati e dalla veste con il caratteristico nodo tra i seni, elementi che rafforzano la sua assimilazione con la dea egizia Iside; allo stesso tempo le spighe tenute nella mano destra rimandano a Demetra, secondo i culti ellenici. Inoltre una figura femminile con tali attributi seduta sulla Sfinge, indica in Egitto, la personificazione dell’abbondanza e della fertilità indotta dal Nilo.
Intorno al gruppo dinastico, si dispongono altri cinque personaggi: a sinistra il Nilo, rappresentato dal vecchio barbuto seduto, con il braccio destro poggia sul tronco di un sicomoro, che chiude il paesaggio sulla sinistra, mentre il braccio sinistro proteso regge l’orlo di una cornucopia, poggiata sulle gambe ammantate. L’imbocco della cornucopia appare attualmente in una prospettiva forzata, poiché è andato perduto il corredo dei frutti, in smalti colorati, che vi era stato applicato nell’apposito incavo. Sul lato opposto della scena sono due fanciulle semidistese, col busto scoperto, allegorie delle stagioni dell’anno. La fanciulla ripresa di schiena di tre quarti, si specchia sulla superficie dell’acqua contenuta in una phiále, a richiamo non a caso della Tazza Farnese, e rappresenta la stagione delle piogge, che favorisce la crescita delle messi. L’altra fanciulla ha una cornucopia, diretto pendant dell’attributo del Nilo, ad indicare il momento del raccolto; alle sue spalle c’è un campo di spighe che chiude il paesaggio sulla destra.
Ritornando sull’asse centrale della composizione, in alto vola un giovinetto che dispiega un drappo, personificazione del dio Urano. Accanto vi è un altro personaggio volante di modeste dimensioni rispetto ad Urano, che rappresenta il Libeccio. Questo vento, che in primavera porta a maturazione i cereali, qui è rappresentato con il mantello avvolto attorno al braccio sinistro, in atto di soffiare entro una conchiglia ritorta.
Al centro del tondo, un giovane con la mano destra solleva il timone di un aratro, dall’avambraccio sinistro pende la sacca con le sementi, mentre la mano stringe il falcetto per la mietitura: un compendio all’intero ciclo agrario, dall’aratura alla semina ed al raccolto: per la mitologia greca è un Trittolemo, portatore del segreto della coltivazione. Prescindendo dal valore mitico, infatti, il giovane è caratterizzato in senso realistico dalla forte muscolatura, dalla chioma scarmigliata e dall’abito di fatica, lo stesso chitone che vediamo indosso ai contadini, ai pescatori, drappeggiato e arrotolato in vita. Si tratta dell’incarnazione dell’Egitto stesso, ovvero del popolo delle campagne.
Una evidente simbologia unisce gli attributi delle tre entità scaglionate nei diversi piani prospettici: le spighe di Cleopatra III, la cornucopia del vecchio Nilo e l’aratro del giovane Trittolemo. Gli attributi sono rigorosamente allineati e in parte sovrapposti l’uno all’altro, significando che la fortuna del paese si regge sulla fecondità del Nilo e sul lavoro dell’uomo.
Un ulteriore stratificazione dell’allegoria si evince dal gioco degli sguardi, che unisce i personaggi in una sorta di vincolo familiare. Va notato a questo puto che Cleopatra III, aveva dato al Fiscone numerosa prole, e qui sarebbero segnalati i primi quattro esponenti, già nati al momento dell’esecuzione della Tazza Farnese, i futuri Tolemeo IX e Tolemeo X, identificabili in Urano e nel Libeccio, mentre le fanciulle sarebbero Cleopatra IV e Cleopatra Trifena. Ciò spiegherebbe il carattere giovanile di Urano e il legame di parentela è reso visibile con l’adozione, per tutte le figure maschili, della stessa capigliatura.
Riepilogando, questa allegoria del buon governo è dunque rappresentata dai due reggenti Tolemeo VIII quale sfinge, Cleopatra III quale Demetra Iside, insieme ad il Popolo Egizio quale Trittolemo, ed ulteriormente circondati dalle personificazioni del Nilo, delle Stagioni, di Urano, e del vento Libeccio.
Sulla superficie esterna è l’egida in cui campeggia una grande Gorgone, sul cui naso reca un piccolo foro, probabilmente utilizzato per infilarvi un sostegno a cui veniva attaccata la base.
A difesa del regime, esaltato all’interno della Tazza nei suoi aspetti pacifici, alla Gorgone è stato applicato l’attributo guerriero e divino in quanto riconducibile al magico velo della capra Amaltea, donato da Zeus ad Atena che vi aveva applicato la testa pietrificante di Medusa. Dagli orli risvoltati spuntano otto serpenti, ed altri due sono annodati per la coda sotto il mento della Gorgone e rispuntano in alto scomparendo quasi nella chioma agitata da un tempestoso moto centrifugo. I rettili incorniciano la grande maschera a mo di sacro aureo, il copricapo imperiale che lega l’iconografia all’età dinastica dei Tolemei in Egitto.
Gli studiosi nel viso rotondo della Gorgone rivedono i tratti fisiognomici di Tolomeo VIII.
Fortuna critica
La fortuna di molte scene proposte sulle gemme laurenziane si deve alle riproduzioni di artisti fiorentini e non solo che, nel Quattro-Cinquecento erano impegnati a riproporre l’antico con un linguaggio moderno dando prova di libera interpretazione.
Mentre era in collezione Medici, la gemma ha ispirato vari dipinti, specie per il motivo delle due figure volanti. Uno spunto geniale lo ebbe Sandro Botticelli realizzando La Nascita di Venere (Firenze, Galleria degli Uffizi), eseguita a Firenze dopo il suo ritorno da Roma dove era stato inviato da Lorenzo de’ Medici per affrescare le pareti della Sistina. Nel dipinto del Botticelli, la coppia costituita da Zefiro abbracciato dalla Ninfa Clori rimanda alla raffigurazione di Urano e Libeccio intagliati nella parte interna della Tazza Farnese. In particolare la capigliatura di Zefiro ricorda le ciocche sinuose lumeggiate d’oro della Gorgone incisa sul verso della Tazza. Così come altre derivazioni: il Mito di Prometeo di Piero di Cosimo (Monaco di Baviera, Alte Pinakothek) e la Cacciata di Attila di Raffaello (Città del Vaticano, Stanze Vaticane, Stanza di Eliodoro).

Fedele alla scena mitologico-allegorica della Tazza Farnese è l’Allegoria del Nilo dell’incisore Carlo Gregori e del disegnatore Rocco Pozzi, stampa datata 1738 oggi all’Accademia di Carrara di Bergamo.

Precedente fu l’omaggio che ne fece Annibale Carracci realizzando a Roma per il Cardinal Odoardo Farnese la sottocoppa d’argento con il Sileno Ebbro, oggi a Napoli al Museo Capodimonte. Il bulino su lastra d’argento che misura 32,3 cm. di diametro, era destinato all’uso di suppellettile da tavola ed è coevo all’ampia decorazione della Galleria Farnese realizzata dallo stesso Carracci. In quest’opera Annibale ricorre all’antico rispondendo al gusto raffinato dei Farnese.

Numerosi disegni attestano come Annibale meditò con cura l’elaborazione della scena per la sottocoppa Farnese. Un’importante documento è conservato al Metropolitan Museum of Art di New York: si tratta di un’incisione stampata a penna e inchiostro bruno con bordo inciso per il trasferimento su argento, in basso al centro è leggibile la firma per esteso dell’artista.
La composizione del Carracci godé di grande fama, grazie alla diffusione di alcune prove grafiche ricavate dalla lastra, come la stampa smarginata di Francesco Villamena del 1600. Nel suo Paniere Farnese con Sileno Ebbro il Villamena ripropone l'invenzione di Annibale Carracci, ma con delle varianti: quella della pergola e del gruppo di fauni disposti in controparte e la ricca cornice con erme, putti e festoni. In basso compare la firma a rovescio dell'incisore, probabilmente apposta per riprodurre la stampa.

Così come è firmata in controparte la copia di forma ottagonale realizzata da Luca Ciamberlano tra il 1800 ed il 1899, che rivede al minimo la scena del Carracci, facendone quasi facendone una fedele riproduzione.

Tutte queste opere testimoniano il successo del prototipo della Tazza Farnese, così come altri esemplari conservati a Roma nel Museo di Palazzo Venezia, a Londra al Victoria and Albert Museum, al Museo Civico “Amedeo Lia” di La Spezia, probabilmente riconducibili ad una matrice comune, che potrebbe essere derivata da uno stampo in cera, leggermente modificato rispetto all’originale, dal quale deriverebbe un calco in gesso. L’ipotesi è che questa matrice sia stata ricavata in epoca rinascimentale quando la Tazza era a Roma, parte della collezione Barbo, o a Firenze nelle mani del Magnifico.