La rosa di Bagdad
di - pubblicato il 15 Gennaio, 2010 in Emozioni visive
Nominare oggi la città di Bagdad evoca drammatici scenari di guerra ma c’è stato un tempo in cui la capitale dell’Iraq aveva un fascino esotico pieno di mistero per un oriente a noi sconosciuto ed è con questo spirito che fu prodotto La rosa di Bagdad da Anton Gino Domeneghini, primo film in Technicolor e primo lungometraggio d’animazione nella storia del cinema italiano.
La principessa Zeila figlia del califfo sovrano di Bagdad Oman III sarà presto promessa in sposa a colui, tra tutti i suoi pretendenti, che saprà conquistare i sentimenti della fanciulla, il perfido sceicco Jafar con l’aiuto dello stregone malvagio Burk ha deciso di usare l’inganno per conquistare la mano, ma soprattutto il regno, della bella principessa attraverso il potere malefico di un anello stregato.
Il giovane Amin amico d’infanzia della principessa e segretamente innamorato di lei lotterà contro i malvagi con l’aiuto della sua gazza Calinà e dei tre saggi ministri del regno, Tonko ministro della propaganda, Zirko ministro delle cose belle e Zizibé ministro della salute pubblica disgraziatamente sempre ammalato.
Oggi La rosa di Bagdad è stato restaurato con le più avanzate tecniche digitali che hanno restituito alle immagini tutto il loro splendore originale. Presentato in varie manifestazioni a giro per l’Italia, da Bari a Firenze, nell’arco del 2009 in occasione del 60° anniversario dell’uscita del film, il lungometraggio di Anton Gino Domeneghini è accompagnato dal documentario di Massimo Becattini Una rosa di guerra che ricostruisce la storia travagliata e avventurosa, tra i bombardamenti del secondo conflitto mondiale, della produzione di questo bellissimo film che è un vero e proprio gioiello d’arte.

Nonostante oggi alcune battute nella storia risultino un po’ datate, la presenza di qualche ingenuità e il forte debito che tutto il progetto evidentemente ha verso il mondo dei cartoon Disney degli anni ’30, l’alto valore artistico del film La rosa di Bagdad che lo rende un indiscusso capolavoro del cinema d’animazione italiano sta tutto nella bellezza dei disegni e dell’animazione, ma soprattutto dei fondali realizzati dal cartellonista e illustratore Libico Maraja con la collaborazione di Gildo Gusmaroli.
La storia originale fu scritta dallo stesso regista Anton Gino Domeneghini che affidò poi a Ernesto D’Angelo e Lucio De Caro lo sviluppo della sceneggiatura, il disegnatore Angelo Bioletto già famoso per aver realizzato le mitiche figurine Perugina, quelle col feroce Saladino tra gli altri personaggi che tanto successo ebbero nell’Italia del ventennio e che oggi sono esposte al museo dell’azienda dolciaria di Perugia, fu incaricato di disegnare i personaggi.

Regista e produttore di sé stesso, Anton Gino Domeneghini era amico e capo ufficio stampa di Gabriele D’Annunzio, presente al suo fianco nell’impresa di Fiume, aveva perso una gamba in battaglia e fondato a Milano la IMA Film (Idea Metodo Arte) con cui produceva campagne pubblicitarie per marchi famosi come Fiat, Coca Cola e Dior. Quando l’ascesa al potere del regime fascista mise al bando la pubblicità commerciale, Domeneghini si trovò nella situazione di dover reinventare la sua attività per non essere costretto a chiudere l’azienda licenziando i suoi settantotto dipendenti, nel 1938 rimase affascinato dalla visione di Biancaneve e i 7 nani, il primo lungometraggio d’animazione di Walt Disney presentato a Roma in una serata di gala, e decise di mettere in piedi la produzione di un film d’animazione.
Approfittando del fatto che molti industriali suoi amici avevano capitali bloccati dai tempi di guerra che non consentivano investimenti o esportazioni, Anton Gino Domeneghini con il suo progetto era in grado di proporre un’alternativa diversa che metteva al sicuro la lira dalla svalutazione e avrebbe potuto produrre un guadagno futuro sullo sfruttamento commerciale del prodotto finito, ai suoi investitori il neoproduttore prometteva di restituire a progetto ultimato il doppio di quanto investito.

La produzione iniziò a Milano negli studi della IMA Film ma con il bombardamento della città nell’ottobre 1942 l’intera squadra di animatori e disegnatori, composta da un centinaio di persone, fu trasferita a Bornato in provincia di Brescia in due ville prese in affitto per l’occasione, Villa Fè che essendo vicina alla ferrovia fu presto bombardata anch’essa e Villa Secco D’Aragona dove la produzione andò avanti fino al completamento della fase di animazione. Il giornalista Lucio De Caro giunse a Villa Secco D’Aragona per nascondersi dai tedeschi e alla fine si trovò coinvolto nella produzione realizzando aggiunte, raccordi e ritocchi alla sceneggiatura per mettere insieme e dare una continuità al materiale prodotto in condizioni tanto difficili.
Ettore Baresi che partecipò alla lavorazione come scompositore dell’animazione, ricorda che lavoravano e dormivano alla villa tra mucche e galline, il prato nella corte interna era stato trasformato in un orto e sovente la notte qualcuno vi si avventurava preso dai crampi della fame per mangiare la verdura ancora acerba. Il suono delle sirene che avvertivano dell’arrivo dei bombardieri alleati costringevano tutti a scappare sulle colline interrompendo la produzione ma di fatto il periodo della realizzazione del film viene ricordato da tutti come un paradiso felice isolato dalla furia della guerra. Ancora oggi a Bornato nella Villa Secco D’Aragona si possono vedere Amin e gli altri personaggi del film dipinti dagli artisti sulle imposte interne delle finestre.

Alla fine della seconda guerra mondiale tutto il materiale prodotto fu inviato agli stabilimenti della Technicolor a Stroud in Inghilterra per la fase successiva di produzione della pellicola a colori e infine il film completo fu presentato con grande successo alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia del 1949, dove ottenne il 1° premio assoluto nella sezione dedicata al cinema per ragazzi.
Nel 1950 finalmente La rosa di Bagdad uscì nei cinema in Italia, Belgio, Francia e Olanda recuperando i capitali spesi per la produzione e portando in attivo il bilancio della produzione con discreti guadagni, nel 1952 fu doppiato in lingua inglese per l’uscita nel Regno Unito con le voci di Julie Andrews, prima che diventasse famosa come Mary Poppins dello schermo, per la principessa Zeila e quella di Boris Karloff, già noto per l’interpretazione de il mostro di Frankenstein, per il ruolo del cattivo mago Jafar. Nel 1967 il film uscì anche sugli schermi degli Stati Uniti d’America.

Anton Gino Domeneghini morì nel novembre del 1966 soltanto un mese prima di Walt Disney di cui fu grande amico, senza riuscir più a produrre altri lungometraggi d’animazione come sarebbe stato suo desiderio. A noi oggi resta il rimpianto, ammirando la bellezza de La rosa di Bagdad che non ci sia stata in Italia una lungimiranza da parte delle istituzioni o del mondo imprenditoriale per creare una vera e propria industria del cartone animato italiano che avrebbe potuto regalare al pubblico altre meraviglie, rammarico per tanta arte che si è certo espressa in altre forme, Libico Maraja tornò alla sua attività di cartellonista e illustratore, ma tanto ha tolto al cinema d’animazione italiano.
