La ricostruzione: un’ occasione mancata
di // pubblicato il 23 Gennaio, 2011
Dopo la liberazione e la fine dei combattimenti nelle vicinanze della città, Firenze si preparava all’impegno della ricostruzione.
Le devastazioni furono un vero incitamento a reagire con forza e unità di intenti; come scrisse Primo Levi, ci fu una “libertà attiva e creativa che durò, come tutti i miracoli, assai poco, ma allora era reale, e si poteva toccarla con la mano e vederla scritta sul viso degli uomini”. Si ripristinò la viabilità come necessità primaria, con attenzione al recupero di materiale antico sepolto dalle distruzioni.
Le torri medievali, che si ergevano fra le macerie, vengono consolidate con interventi immediati per scongiurare crolli o demolizioni da parte degli alleati, come era avvenuto con la torre di Parte Guelfa e quella di borgo San Jacopo in Oltrarno.

I collegamenti fra le due sponde del fiume vengono ripristinati con la costruzione di due ponti in ferro Bailey gettati dalle truppe anglo-americane. Era questa una soluzione provvisoria, alla quale si cerca immediata soluzione con un concorso per il nuovo ponte alla Vittoria, primo ad essere distrutto e primo ricostruito; bandito il 15 gennaio 1945, prevedeva la riutilizzazione delle fondazioni e degli elementi superstiti del ponte precedente, che era stato realizzato nel 1932, in sostituzione di quello sospeso in ferro chiamato S. Leopoldo del 1837. Il concorso è vinto dal progetto degli architetti Baroni, Bartoli, Gamberini, Maggiora con l’ingegner Focacci e viene inaugurato il 24 settembre 1946.
E’ caratterizzato dalla semplicità della forma, con un movimento di linee continue a raccordo dei pilastri; sarà oggetto di forti contestazioni, soprattutto da parte di alcuni gruppi culturali fiorentini, che erano favorevoli al secondo progetto classificato e che cominciarono una guerra mediatica contro la commissione giudicatrice, ritenuta non all’altezza. In un clima di discredito del primo concorso, veniva bandito quello per il ponte alla Carraia, nel luglio del 1945; due progetti ottennero l’attenzione della commissione, entrambi concepiti come limite e prolungamento delle antiche mura della città. Le liti all’interno della commissione, e soprattutto la polemica innescata da Edoardo Detti, allievo di Michelucci e membro di commissione giudicatrice, che insinuò sospetti sulla credibilità degli altri professionisti, si concluse in una sconfitta per l’edilizia fiorentina.
Il ministero competente indisse un appalto-concorso nazionale che venne poi vinto dal progetto del veronese Fagioli e da un’ impresa costruttrice di Torino; così nasce il ponte “gobbo” dal forte sapore medievale), inaugurato il 24 giugno 1952. Per il ponte alle Grazie, oggetto del terzo concorso, vince il progetto degli architetti Michelucci, Detti, Gizdulich, Santi e l’ingegner Melucci, senza particolari polemiche; l’iter burocratico, però, si rivelerà tortuoso e l’approvazione ministeriale arriverà solo nel 1953. Il ponte, a cinque luci, con alte pigne sporgenti rivestite in pietra forte, verrà inaugurato solo il 27 febbraio del 1957.
Per il ponte San Niccolò, che aveva già un progetto di ricostruzione totale realizzato nel 1940 ma non attuato, si cominciò la costruzione di un ponte provvisorio in cemento armato su palafitte, che non fu terminato a causa di problemi tecnici. Il ministero, quindi, bandì un appalto-concorso nell’agosto del 1946, che venne vinto dall’impresa S.P.E.R. di Roma con il progetto dell’ing. Moranti, ad una sola arcata di 90 metri, inaugurata il 26 Maggio 1949.
La storia del ponte a Santa Trinita fu completamente diversa. L’antico ponte costruito dall’Ammannati nel Cinquecento, era stato distrutto dalle mine tedesche, nonostante i tentativi di salvare le statue di decorazione; restano in piedi due piloni, ma verranno abbattuti per far posto al ponte di ferro Bailey, che fu il primo ripristinato attraversamento dell’Arno.

Si recuperano dalle acque i frammenti delle decorazioni e si decide per la ricostruzione del ponte “dov’era e com’era”. Fra molte polemiche di carattere tecnico per rintracciare la giusta curvatura delle arcate, i lavori furono iniziati nel maggio 1955 e si conclusero il 16 marzo 1958, giorno dell’inaugurazione.
Per la ricostruzione, considerata un caso limite di restauro, si riaprì la cava di pietra forte di Boboli, per l’approvvigionamento del materiale.
A memoria della violenza subita, rimane la statua della Primavera senza la testa, che verrà ritrovata solo diciassette anni dopo sul greto dell’Arno.
In questi anni viene anche cominciata la costruzione di un ponte, presso la pescaia di Santa Rosa, attuando così un progetto previsto dal Poggi; è un provvisorio che utilizza traverse di ferro lasciate dagli alleati. Viene quindi indetto un ulteriore concorso da parte dell’amministrazione comunale nel dicembre del 1952 per il definitivo ponte di collegamento fra il quartiere di San Frediano e la stazione. Il nuovo ponte sarà dedicato al navigatore Vespucci e verrà inaugurato il 28 giugno 1957; gli architetti Gori, Nelli e l’ing. Morandi progettano una struttura nuova e slanciata, tecnicamente possibile grazie all’utilizzo del cemento precompresso.

La ricostruzione dei ponti fu importante per la città, ma il nodo su cui si concentrò l’attenzione pubblica internazionale fu il ripristino delle zone distrutte intorno a Ponte Vecchio, cuore del centro antico.
Accanto a voci che chiedevano una integrale ricostruzione degli edifici perduti “dove erano e come erano” (Bernard Berenson), altri sostenevano un intervento urbanistico che tenesse conto delle esigenze moderne, tanto distanti dal tessuto medievale, condannando ogni tipo di ripristino pedissequo.
La posizione di Giovanni Michelucci appare la più equilibrata e cosciente delle possibili soluzioni. “Le sponde dell’Arno non devono diventare un museo di gloriose memorie, ma un centro ricco di risorse per una nuova vita serena”. Consapevole della formazione ed evoluzione di Firenze sin dall’epoca romana, libera da ossequi al passato in ogni momento, sente la ricostruzione come una circostanza favorevole per delineare “ la città nuova”; le vecchie e strette stradine fanno posto, nei suoi primi disegni, ad una area a più livelli pedonali, secondo le diverse esigenze abitative, concatenati fra loro, con aperture che permettessero al panorama circostante di essere ammirato, e con rampe e terrazzamenti verso il fiume.
Queste sue idee verranno riprese, con minor incisività e coraggio, da alcuni dei progetti che verranno presentati al concorso, bandito dal comune il 31 dicembre 1945. Verranno presentati 22 progetti, esposti al pubblico nella restaurata chiesa di Santo Stefano al Ponte nel gennaio del 1947. Le soluzioni erano ardite e innovative, come si può dedurre dai disegni del progetto denominato I Ciompi, presentato dagli architetti Gamberini, Bartoli con l’ing. Focacci; soluzioni che si scontrarono con gli interessi della proprietà privata, contraria alle vie pensili o a logge e rampe,ritenute antieconomiche.
Così, la commissione giudicatrice nel marzo 1947, pur riconoscendo il buon esito del concorso, non considerò alcun progetto adatto in assoluto a soddisfare le richieste, e divise in quattro fasce di merito gli undici progetti arrivati alla fase finale.
Gli autori dei primi cinque progetti redigeranno un programma di massima, con la supervisione comunale, per tracciare direttive edili; scompaiono dopo varie discussioni tutti gli elementi-novità, come le gallerie pedonali, e subentrano i filari di pietra a vista, i finti beccatelli, la ricostruzione di piccole e buie corti interne.
La ricostruzione inizierà rapida, grazie anche alla sostituzione delle proprietà originarie con società ed imprese; da ciò deriva anche un più intenso sfruttamento dei lotti e una bassa qualità progettuale e tecnologica. Un esempio ne è il palazzo della borsa merci, imponente architettura progettata nel 1950 dall’arch. Rossi che andava ad celare il palazzo di Parte Guelfa, occupando lo spazio che si sperava divenisse invece una ariosa piazza.