La porta proibita - Jane Eyre

di Andrea Mancaniello // pubblicato il 15 Aprile, 2011

Tre sono le versioni cinematografiche più famose tratte dal capolavoro letterario Jane Eyre scritto da Charlotte Brontë, la più recente diretta da Franco Zeffirelli con Charlotte Gainsbourg e William Hurt del 1995, un’altra per la tv inglese con Susannah York e George C. Scott per la regia di Delbert Mann del 1970 e quella realizzata nel 1943 con Joan Fontaine e Orson Welles dal regista inglese Robert Stevenson, che esattamente vent’anni dopo firmerà il suo film di maggior successo con il disneyano Mary Poppins.
L’atmosfera cupa e gotica del testo originale così meravigliosamente ricreata nella bellissima fotografia in bianco e nero fanno certamente di quest’ultima versione la più riuscita. Almeno per ora, mentre siamo in attesa di vedere una nuova trasposizione con Mia Wasikowska, l’Alice in Wonderland di Tim Burton, protagonista.

La storia è nota, l’orfana Jane Eyre dopo aver vissuto dieci anni tra le regole repressive e crudeli dell’istituto di carità Lowood, più somigliante a un carcere che ad una scuola, trova posto come educatrice della piccola Adele al castello dei Rochester. La forza dell’amore e le misteriose ombre di un passato nascosto arriveranno a stravolgere le vite della giovane istitutrice e di Mr. Rochester.

Prodotto in realtà da Orson Welles che ha voluto comparire nei titoli di testa solo come attore, non ritenendo corretto verso il regista palesare il suo doppio ruolo, il film presenta sotto molti aspetti suggestioni che sembrano provenire dal genio dell’autore di Quarto Potere in termini di inquadrature e soluzioni di montaggio.

E’ gioco sterile di poca utilità tentare di distinguere ciò che è opera di Welles da ciò che si deve attribuire a Stevenson, certo l’attore e produttore non si limitò all’interpretazione, perfetta e magistrale, del ruolo del ricco signor Rochester.
Nel prezioso volume in cui Peter Bogdanovich ha pubblicato tutte le conversazioni avute negli anni con il grande Orson Welles è riportato lo stralcio di una lettera che i legali del produttore David O. Selznick, che aveva messo originariamente in piedi il progetto, indirizzarono alla Fox che stava realizzando il film: “Abbiamo appena saputo che Mr Welles ha fatto molto di più di quel che pensassimo, nel produrre il film. Gente del vostro studio ci ha informato che Mr Welles è intervenuto sulle scenografie, ha modificato la sceneggiatura, il casting, e tra le altre cose, che era responsabile del montaggio…” (*)

Nel film, uscito in Italia col titolo La porta proibita, fece la prima apparizione sullo schermo in un piccolo ruolo una giovanissima Elizabeth Taylor e lo stesso Orson Welles, rivendicandone la scoperta nel corso dei provini a varie bambine per il ruolo, conferma la veridicità di quanto scritto dai legali di Selznick.

Sceneggiatura e montaggio operano in sottrazione, pesanti tagli dal romanzo originale sono stati necessari per ridurre la storia in soli 96’ minuti di narrazione cinematografica, ma gli elementi fondamentali e gli snodi principali sono tutti presenti. Particolarmente felice anche la scelta di non mostrare mai, nemmeno quando l’arcano è rivelato, l’aspetto della misteriosa figura che abita la torre, delegando efficacemente tutto all’immaginazione dello spettatore. Lezione che non ha seguito Zeffirelli nella sua versione quando mostra una Maria Schneider che più che rappresentare il dramma dell’umana follia cade inevitabilmente nel ridicolo, soprattutto per l’uso inappropriato della parrucca sbagliata.

Oltre al genio di Orson Welles e al solido artigianato di Robert Stevenson, La porta proibita deve la sua riuscita anche all’apporto di altri grandi artisti; autore della colonna sonora fu Bernard Herrmann che costituì in seguito un sodalizio artistico con Alfred Hitchcock regalandoci alcune delle partiture più belle e innovative della storia del Cinema e che lavorò fino all’ultimo giorno della sua vita arrivando a firmare anche la colonna sonora per Taxi driver di Martin Scorsese.
La sceneggiatura è firmata dallo scrittore di fantascienza Aldous Huxley, autore di opere filosofiche e romanzi di fantascienza di cui il più famoso è Il mondo nuovo; direttore della fotografia George Barnes fresco vincitore dell’Oscar per Rebecca - la prima moglie di Alfred Hitchcock come l’attrice Joan Fontaine che qui ha il ruolo dell’eroina protagonista.

Rivedere oggi, dopo quasi settant’anni dalla sua realizzazione, un film come questo e constatare che il tempo non ha scalfito in nessun modo la sua carica emotiva e la sua bellezza visiva innesca inevitabile il confronto. Nasce spontanea la riflessione che se tanti registi di oggi, figli magari di un’estetica da videoclip e senza percezione della differenza tra linguaggio cinematografico e televisivo, studiassero la solidità narrativa di classici come questo, tanta sciatteria e approssimazione che si vede in giro ci sarebbe risparmiata.


(*) Orson Welles, Peter Bogdanovich – Io, Orson Welles, Baldini & Castoldi Editore 1996
Nella versione tascabile pagine 195 e 196.

 

Dettagli

SCHEDA FILM

  • Titolo originale: Jane Eyre
  • Regia: Robert Stevenson
  • Con: Orson Welles, Joan Fontaine, Margaret O’Brien, Peggy Ann Garner, John Sutton, Elizabeth Taylor
  • Sceneggiatura: John Houseman, Aldous Huxley, Robert Stevenson dal romanzo Jane Eyre di Charlotte Brontë
  • Fotografia: George Barnes
  • Musica: Bernard Herrmann
  • Montaggio: Walter Thompson
  • Scenografia: William L. Pereira
  • Costumi: René Hubert
  • Produzione: William Goetz per Twentieth Century-Fox
  • Genere: Classico
  • Origine: USA, 1943
  • Durata: 96’ minuti

 


DIDASCALIE IMMAGINI

- Locandina originale
- Joan Fontaine è Jane Eyre adulta
- Orson Welles è il ricco signor Rochester
- Una giovanissima esordiente
  Elizabeth Taylor
- L’eleganza visiva di uno splendido
  bianco e nero