La Pittura Lirica di Joan Mirò
di // pubblicato il 13 Aprile, 2011
l y a un Miróir dans le nom de Miró
Parfois dans ce Miróir un univers de vignes de raisin et de vin
Tache solaire
Jaune d’œuf précolombien
L’oiseau tonnerre roucoule dans le lointain
Ivre déjà midi
entraînant avec lui la nappe du matin
le soleil noir s’écroule dans la cave du soir
Pénombre grise et ombre déportée
rouge fracas de verre brisé
La blanchisseuse veuve qu’on appelle la nuit
surgit sans bruit
et dans le bleu de sa lessive
l’astre à Mirò
l’étoile tardive lui.
Jacques Prévert

In diverse pagine del Magazine abbiamo parlato di Mirò come di uno degli artisti emblematici della pittura europea del Ventesimo secolo ma anche come di una personalità artistica complessa.
Per certi versi considerato al confine tra il Surrealismo e l'Astrattismo, forse in maniera leggermente sommaria visto che l'artista stesso pone alla base della sua produzione la necessità di esprimere, attraverso la pittura, la propria libertà, come se questa avesse una funzione catartica o comunque medicale e pertanto indipendente da un movimento artistico predefinito seppure influenzata, chiaramente, dalle tendenze stilistiche contemporanee.
Il lavoro dell'arista diventa quindi, come egli stesso lo definisce, come il lavoro di un giardiniere o di un vignaiolo, che attentamente e con pazienza attende i risultati di ciò cha già da tempo ha iniziato a curare con costanza quotidiana; secondo Mirò l'opera deve essere in grado di comunicare sempre qualcosa di nuovo, di fornire continui spunti interpretativi dando la possibilità allo spettatore di "riscoprirla" ad ogni sguardo.
Un'opportunità sicuramente da non perdere, per poter mettere in pratica questa teoria, è sicuramente la mostra Joan Mirò. The lyrical Painter di Bruxelles, nata dalla collaborazione tra lo ING Espace Culturel, i Musei Reali di Belle Arti di Bruxelles e la Fondazione Mirò di Barcellona.
Come si può intuire dal titolo, l'esposizione, che raccoglie più cento opere tra dipinti, disegni, sculture e incisioni, ha un doppio filo conduttore: da un lato la poetica del pittore catalano e dall'altro il rapporto tra Mirò e la poesia, non solo all'interno della sua attività di collaborazione con poeti e scrittori a lui contemporanei, ma, più visceralmente, l'intensità poetica dei suoi lavori, che nel tempo, attraversando molteplici fasi evolutive, si sono sempre più avvicinati al concetto di poesia visiva fino ad essere addirittura accostati agli haiku giapponesi.
Come nei famosi componimenti poetici, infatti, nei lavori di Joan Mirò soggiace la volontà di ottenere la massima intensità pur mantenendo una forma essenziale che si esprimerà pittoricamente attraverso la linea e il colore.

In questa prospettiva la scelta espositiva è stata quella di privilegiare due periodi della produzione dell'artista catalano focalizzandosi dapprima sugli anni Venti e Trenta, corrispondenti al periodo Surrealista, per poi muoversi verso il periodo che segue la seconda Guerra Mondiale, determinato, appunto da un'attenzione per il colore e da uno studio sempre più costante delle forme.
Avvalendosi di una ricchissima serie di documenti e testimonianze uno dei punti di riferimento per analizzare il lavoro dell'artista è il 1921, anno in cui Mirò espone per la prima volta a Parigi, città da cui all'epoca si diramano energie intellettuali che abbracciano molteplici discipline. Nella Ville Lumière, l'artista catalano si avvicina infatti alla corrente dadaista per poi essere assorbito dal surrealismo, di cui le opere Peinture (Tête de Fumeur) del 1924, Peinture (Le Cheval du Cirque) del 1927 o Le Carnaval D'Arlequin (1924- 1925) sono un esempio.
L'evoluzione di Mirò va progressivamente articolandosi attraversando tecniche differenti come il collage e la ricerca di forme sempre più essenziali che parlino attraverso l'utilizzo di quei tratti e quegli accostamenti cromatici che avrebbero reso inconfondibile l'intero lavoro dell'artista come L'été (1937).
E' proprio in questo contesto e con questi presupposti che Mirò si avvicina progressivamente alla poesia e al componimento testuale in cui convergono il surrealismo della parola e quello delle immagini, tanto da riallacciarsi nell'ambito pittorico e poetico, ad una sinergia tra le due pratiche, facendole divenire quasi complementari.

In tutto questo, non solo molte sue opere vengono ispirate da scritti di autori e poeti ma traducono in vera e propri poetica visiva stati d'essere che l'autore vive intimamente e che sente il bisogno di manifestare attraverso una simbologia sempre più articolata e un alfabeto visivo sempre più ricco.
A questo proposito è impossibile non citare un lavoro come Constellations, nato come catarsi da un periodo in cui l'autore, tra il 1940 e il 1941 sentiva il bisogno di liberarsi da uno stato d'animo oppressivo: più di venti lavori, in totale , ciascuno dei quali dotato di un titolo poetico, un haiku, per tornare a quanto detto prima, opere che l'autore stesso deciderà di definire Constellations solo nel 1945 in occasione di una mostra a New York. Tuttavia, anche il titolo, proprio per il suo intento di racchiudere una serie di opere, diventa fortemente evocativo, rendendo l'insieme dei lavori visivi, come una raccolta di componimenti diversi legati da un filo comune.
All'interno del mondo di Mirò si possono addirittura riconoscere tòpoi ricorrenti: la donna, l'uccello, le stelle; elementi mutuati sia dalla tradizione catalana che dall'immaginario del poeta stesso e che dal secondo dopoguerra in poi popolano sempre più costantemente le grandi tele che l'artista realizza avvicinandosi alla tecnica dell'action painting scoperta negli Stati Uniti negli anni Sessanta.
Anche qui, a livello filosofico e poetico, l'aleatorietà nella realizzazione dell'opera applicando il colore con le mani e senza un disegno preparatorio sembra avvicinare il lavoro pittorico, e quindi visivo, ad una sorta di stream of consciousness poetico o a quella che nella musica viene percepita come improvvisazione.
In realtà la pittura di Joan Mirò è molto di più: è istinto, è liberazione, è soprattutto necessità di esternare l'angoscia attraverso il mezzo pittorico. Da qui il largo uso del nero e l'uso di colori puri e linee estremamente forti, come a rimarcare una volontà catartica quasi ancestrale.
Poeta, a questo punto, perché definirlo solo artista visivo potrebbe risultare limitato, Mirò suggella questo suo legame con le forme ancestrali anche attraverso la scultura creando un popolazione immaginaria di creature antropomorfe che si rifanno visibilmente alle raffigurazioni totemiche delle divinità del Mediterraneo, come dei totem, esse sono composte da diversi materiali e si costituiscono di elementi differenti ricongiungendosi a quella spiritualità che pervade l'intera poetica dell'artista catalano.
Ricca di connessioni, riferimenti e rimandi al contesto socio- culturale Novecentesco la mostra prende in considerazione la storia di Mirò a trecentosessanta gradi partendo dall'aspetto lirico del suo lavoro e passando attraverso il rapporto produttivo e lavorativo con la poesia; un fil rouge segna tutte queste tappe, come già sottolineato, si tratta della poetica nella vita e nella percezione dell'arte che l'artista porta avanti in tutta la sua lunga carriera; come se questa fosse un elemento perennemente presente su più livelli, da quello più immediatamente visibile e leggibile, a quello più sottile e velato che si esplicita attraverso un alfabeto simbolico e la creazione di un Miròmondo che ad oggi resta inconfondibile, e che è stato punto di riferimento, luogo di libertà, per molti artisti contemporanei.
