La passione

di Andrea Mancaniello // pubblicato il 24 Settembre, 2010

Secondo film italiano in concorso all’ultima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia a uscire nelle sale, La passione di Carlo Mazzacurati è una meravigliosa e inaspettata sorpresa. Travestito da commedia con un sempre bravissimo Silvio Orlando protagonista, il film è molto divertente ma meno spensierato e leggero di quanto possa sembrare al primo impatto.

Il regista cinematografico Gianni Dubois, chissà se il cognome ha una qualche parentela con la Blance di Un tram che si chiama desiderio con cui condivide l’essere alieno a tutto ciò che lo circonda (?), è un’ex-promessa del cinema, bloccato in una forte crisi creativa dopo un film di straordinario successo ma troppo lontano nel tempo.
Costretto a lasciare Roma da un guasto idraulico nella sua casa in Toscana, il povero protagonista sarà obbligato dal sindaco del paesino a curare la regia della sacra rappresentazione del venerdì santo per evitare una denuncia alla soprintendenza dei Beni Culturali, la sua incuria ha danneggiato un affresco del Cinquecento.

Portatore di valori etici desueti, il film dichiara la sua vocazione politica fin dalle prime battute, quando ascoltiamo un messaggio lasciato nella segreteria telefonica del protagonista. Il suo agente suggerisce lo spunto per un nuovo film in cui una donna, che casualmente ha ascoltato una telefonata tra un ministro e un padrino di Cosa Nostra, entra in politica e con l’arma del ricatto fa una rapida carriera. Al vertice della sua ascesa nelle istituzioni, la donna è costretta a confessare pubblicamente i fatti cui deve la sua fortuna e colpo di scena…
In realtà il colpo di scena non c’è, perché non succede nulla. L’Italia è ormai un paese in cui non ci si indigna più per niente!

Difficile per il cittadino comune far sentire le proprie ragioni a chi fa orecchi da mercante. Il paese è malato di una classe politica che sembra immune a ogni critica della pubblica opinione, che non sembra più rispondere del suo mandato all’elettorato, capace solo di usare il nome del popolo italiano come legittimazione a non mollare la poltrona. Il film sembra affermare che si tratta di un problema culturale e che la cultura ci salverà.

Viviamo una situazione di semianalfabetismo diffuso, in cui, ci dicono le statistiche dell’Eurostat pubblicate nel 2007, l’81% degli italiani davanti a un testo che racconta l’iter di una crisi di governo secondo la nostra Costituzione, non è in grado di comprendere il senso di ciò che ha letto. Così anche il Cinema ha difficoltà a farsi comprendere da un pubblico di livello culturale perennemente in ribasso. Quando i presupposti con cui si costruisce un film sono la presenza di un attore di richiamo e una formula consunta che garantisca il guadagno indipendentemente da ciò che si vuol raccontare, la principale caratteristica del Cinema, quella di essere un linguaggio narrativo, ne esce massacrata.
In questo senso l’occasione che si presenta a Gianni Dubois di dirigere un film con la nuova stella delle fiction televisive rappresenta il vuoto culturale del nostro tempo, l’arrogante diva ignora perfino chi è Adele H, rendendo evidente il suo fare l’attrice per un bisogno narcisistico di stare sotto i riflettori senza una vera passione per l’Arte della recitazione.

La stessa sottile critica allo strapotere culturale del mezzo televisivo è evidente quando il pubblico contesta il nuovo, bravo e sconosciuto interprete di Cristo perché non è l’attore, cane e insopportabilmente egocentrico, che gode di una certa notorietà locale per le sue interpretazioni delle previsioni del tempo, che si aspettava.
Perché il gusto se non viene coltivato inevitabilmente si deteriora e a ciò si deve il successo ottenuto negli ultimi anni da certi infimi programmi televisivi. Giocando sempre al ribasso sarà sempre più facile offrire pattume alla massa senza che questa sia minimamente consapevole del degrado di cui è insieme vittima e complice.

La passione di Carlo Mazzacurati è un film pieno di trovate divertenti e situazioni surreali, dai bambini della scuola usati al posto di una fotocopiatrice, alle file di gente in attesa per telefonare sotto le scale della casa più alta del paese, l’unica dove ci sia campo per i cellulari. Oltre il divertimento però la pellicola sceglie una comunicazione quasi esoterica, esprimendo idee importanti e pensieri poco frequentati in un modo così sottile e sottotraccia da risultare invisibile ai più.

Il vero centro emotivo del film è l’indignazione del ragazzo che apostrofa la folla ilare davanti all’ultima cena, la stessa indignazione che si auspica abbia chi è in grado di vedere la deriva, culturale e sociale prima che economica e politica, in cui è sprofondata questa nostra amata penisola.

Per buona parte del film Gianni Dubois subisce la pressione delle aspettative che il mercato ha nei suoi confronti, il peso di dover produrre un successo d’autore e nell’annaspare in tutto ciò appare un perdente cronico.
Poi il grido del ragazzo che rivendica l’impegno profuso nel realizzare la passione del venerdì santo cambia ogni prospettiva e il regista, insieme a noi spettatori, prende consapevolezza del suo essere fuori dai canoni che gli altri vorrebbero imporgli. E’ sufficiente cambiare l’unità di misura per comprendere che in realtà non è un perdente, ma un’anima estranea alla melma in cui tutto affonda intorno a lui. E’ questa consapevolezza a far ritrovare al regista la passione per il suo lavoro, rivelando l’inconsistenza di un'opportunità senz’anima che insegue solo il profitto.

Una squadra di ottimi attori gioca sulle sfumature creando un coro di belle interpretazioni, dove anche istrionici personaggi come Corrado Guzzanti, nel ruolo del pessimo attore ingaggiato per interpretare Gesù, si mettono al servizio del film senza mai strafare. Il sempre bravo Giuseppe Battiston, mai prima in un ruolo così commovente, è Ramiro, insostituibile aiuto regista dal passato “complicato”.
Cristiana Capotondi è l’insopportabile diva del piccolo schermo, Kasia Smutniak è l’ispirazione perduta che affonda le sue radici nella realtà, Marco Messeri è un assessore invadente e un po’ carogna, Stefania Sandrelli è il sindaco ricattatore del paese. Maria Pajato è Helga, l’albergatrice tedesca, forse il personaggio più caricaturale all’inizio, ma non casualmente quello dotato di maggior spiritualità, grazie al suo canto, nella sacra rappresentazione finale.

Un film su un paese sempre in bilico sul baratro, che spesso cade e sprofonda ma sempre trova la forza di rialzarsi e ricominciare. La passione del titolo è quella della rappresentazione religiosa portata in scena, ma è anche il travagliato percorso del protagonista, nonché la gioia ritrovata di vivere e creare storie. Il film si conclude con la crocifissione del Signore Gesù Cristo, ma tutti sanno che ci sarà una resurrezione. Una gran bella commedia, divertente e con venature malinconiche, di cui abbiamo parlato incontrando il regista e parte del cast.

 

Dettagli

SCHEDA FILM

  • Titolo originale: La passione
  • Regia: Carlo Mazzacurati
  • Con: Silvio Orlando, Giuseppe Battiston, Corrado Guzzanti, Cristiana Capotondi, Stefania Sandrelli, Kasia Smutniak, Maria Paiato, Marco Messeri, Giovanni Mascherini, Fausto Russo Alesi
  • Soggetto e sceneggiatura: Umberto Contarello, Doriana Leondeff, Marco Pettenello, Carlo Mazzacurati
  • Fotografia: Luca Bigazzi
  • Musica: Carlo Crivelli
  • Montaggio: Paolo Cottignola, Clelio Benevento
  • Scenografia: Giancarlo Basili
  • Costumi: Francesca Sartori
  • Produzione: Domenico Procacci per Fandango in collaborazione con
    Rai Cinema
  • Genere: Commedia
  • Origine: Italia, 2010
  • Durata: 105’ minuti

 


DIDASCALIE IMMAGINI

- Locandina italiana
- Maria Paiato e Silvio Orlando, solo Helga e
  il regista Gianni Dubois
- Giuseppe Battiston è “l’alieno” Ramiro
- Cristiana Capotondi è l’arrogante stella
  della tv Flaminia Sbarbato
- Kasia Smutniak è la polacca Caterina
  musa inconsapevole