La nostra vita
di // pubblicato il 28 Maggio, 2010
Unica pellicola ammessa in competizione per l’Italia nella selezione ufficiale del concorso a Cannes 2010, La nostra vita è una storia che si snoda tra le vicende intime di un uomo straziato dal dolore improvviso di un lutto da elaborare e il suo inseguire un’affermazione economica. Attraverso le vicende del protagonista, il film restituisce un ritratto lucido, impietoso e attuale della società italiana, senza falsi moralismi o stereotipi consumati, denunciando una situazione drammatica ma privo della presunzione di voler indicare soluzioni a problemi radicati e complessi.
L’Italia di oggi è un paese in cui non si è ancora sviluppato un senso di appartenenza allo stato unitario, nonostante i 150 anni trascorsi dalla sua fondazione, la coesione sociale anche nei ceti più bassi stenta a trovare espressione e il pagamento delle tasse non è vissuto come giusto contributo alle esigenze della comunità. L’evasione fiscale è un cancro che mina alla base la formazione di ogni sentimento di solidarietà civile, per chi con un reddito da lavoro dipendente non può sfuggire al fisco ma deve assistere a quotidiani scandali di corruzione, e per chi ha la possibilità di sentirsi più furbo degli altri evitando di pagare quello che dovrebbe, sostenendo una classe politica che spesso dà l’impressione di sedere sulle poltrone del parlamento per spartirsi le risorse economiche dello Stato anziché amministrarle.

In questo incerto presente ogni senso di umana giustizia sembra scomparso e diventa una scelta quasi obbligata quella dell’uomo comune, che investe tutto nella sfera privata per costruirsi una serenità familiare al sicuro tra le mura domestiche, alimentando il senso di appartenenza al nucleo familiare e disinteressandosi di ogni questione sociale, evitando coinvolgimento e impegno politici come unico antidoto all’arroganza del potere e all’imperante supremazia del denaro.
Ma quando un dolore imprevisto irrompe nel quotidiano a stravolgere per sempre la serenità familiare, tutto ciò che si è costruito sembra perduto. Claudio, giovane trentenne protagonista de La nostra vita è un uomo che non ha il coraggio di far fluire il dolore lasciandosi andare, libera le emozioni gridando solo per il tempo di una canzone, poi chiude ogni sofferenza dentro di se per non doverla ascoltare più. L’ansia generata dal tentativo di tenere tutto sotto controllo lo spinge a riempire la vita dei suoi bambini con cose superflue per colmare il vuoto di un’assenza, la sicurezza degli oggetti come effimero anestetico per arginare la paura di non poter risarcire i figli per ciò che hanno perduto.

Ossessionato dal denaro e in preda alla frenesia di dover fare il “salto di qualità” da semplice manovale a imprenditore, il giovane padre ottiene col ricatto di tirar su una palazzina in subappalto per conto del suo vecchio datore di lavoro e prende il denaro per iniziare l’impresa in prestito da uno spacciatore paraplegico vicino di casa. Tra extracomunitari che nel loro paese sarebbero pediatri e impiegati pubblici italianissimi che si mettono in malattia per lavorare a nero nel cantiere, Claudio resta coinvolto in un gioco più grande di lui, alla ricerca di facili scorciatoie per incrementare i profitti in un paese senza regole o controlli.
Il nuovo film di Daniele Luchetti, scritto insieme a Stefano Rulli e Sandro Petraglia, possiede la scomoda verità di uno specchio che riflette la realtà che ha davanti, la nostra vita appunto, di tutti noi che abitiamo questo paese immobile tra una classe politica inadeguata e una deriva culturale e sociale ormai prossima alla cronicità. La famiglia, con i suoi membri pronti ad aiutare anche su un piano economico frugandosi in tasca, spesso è l’unica “struttura” d’assistenza sociale su cui si possa veramente contare.

Un sorprendente Elio Germano è Claudio, giustamente premiato a Cannes con la Palma d’Oro al Miglior Attore, un padre che nel desiderio ossessivo di offrire ogni comodità ai suoi bambini dimentica di dire loro “ti voglio bene”, proibisce ogni accesso alla camera da letto matrimoniale, sorta di santuario laico della memoria, e non sa intuire la richiesta di affetto e attenzione che il figlio più grande esprime facendo di nuovo la pipì a letto.
Elio Germano è solo la punta di diamante di un gruppo d’attori particolarmente partecipi che conferiscono spessore alle loro interpretazioni in una ricca galleria di personaggi, psicologicamente complessi, mai del tutto buoni o del tutto cattivi, e per questo ancora più veri. Raul Bova è Piero, il fratello poliziotto di Claudio, romantico e timido sognatore, non riesce a trovare una donna da avere al suo fianco, grande intuizione quella di affidare il ruolo a un attore con l’immagine pubblica del seduttore. Isabella Ragonese è Elena, la moglie del protagonista tenera e solare, apprensiva con i bambini e inflessibile nel negare loro quelle schifezze alimentari che piacciono tanto ai più piccoli.

Un inedito Luca Zingaretti è lo spacciatore paraplegico vicino di casa che ha il buon cuore di prestare denaro all’amico rischiando in prima persona con i suoi “fornitori”, mentre accudisce Vasco, il più piccolo dei figli di Claudio, tenendolo “in ostaggio” come gli dice il protagonista con una punta d’amara ironia in risposta alle sollecitazioni di pagamento. Stefania Montorsi è la sorella affettuosa e diffidente verso ogni elemento estraneo che tenta l’inserimento in famiglia, iperprotettiva nei confronti dei due fratelli. Giorgio Colangeli è il palazzinaro senza scrupoli ricattato da Claudio, capace di slanci paterni e oppresso dai suoi sensi di colpa. Una citazione speciale è doverosa per l’allegra vitalità dei due piccoli attori che interpretano i figli del protagonista con una tale dose di spontaneità da non far mai affiorare la consapevolezza della finzione.

Amara radiografia sociale di una realtà odierna, La nostra vita è puntuale e crudele nel descrivere l’assenza di ogni supporto, di ogni tutela da parte di strutture sociali o istituzioni per cui nell’attraversare l’inferno in cui Claudio sprofonda sempre di più, è tangibile l’angoscia e la consapevolezza di trovarsi davanti a un percorso senza vie d’uscita, anche se il film non giustifica mai le azioni scorrette che compie quest’uomo allo sbando. Sono aperte le riflessioni.