La luce di Craveggia
di // pubblicato il 29 Luglio, 2010
“Il mio processo della scultura inizia con i disegni. Eseguo decine e decine di disegni inseguendo l’idea che vorrei esprimere. Quando mi distacco dal disegno su carta e inizio la costruzione / creazione, l’opera viene da sé, si può dire quasi inconsciamente. Ma dato che non si esegue nulla senza la coscienza, può darsi che vi sia la coscienza / consapevolezza in qualche parte della mia testa. Comunque, il fatto è che l’opera viene fuori senza nessun tentennamento durante il suo processo”. (Kengiro Azuma)
All’apparenza un puro esercizio creativo, un rincorrere idee con un retino per farfalle immaginario, così come fanno molti artisti. Dietro l’ovvio ecco apparire, però, un substrato più denso fatto di una ricerca continua tesa a rendere palpabile ciò che all’inizio è solo immaginato. Di questo vivono le 20 opere in bronzo che compongono la mostra di Craveggia e che fanno di Kengiro Azuma uno scultore giapponese particolarmente vivace ed innovativo.
Fino al 19 settembre 2010, la cittadina piemontese ospiterà presso le sale espositive dell’Archivio Storico Museo alcune delle opere da lui realizzate dagli anni ’50 ai giorni nostri, dove troviamo opere MU (nulla-infinito), altre appartenenti alla serie YU (pieno-finito) e alcuni gatti del suo piccolo Zoo Zen. Il riferimento alla disciplina Zen, già ci riconduce al mondo intriso di filosofiche relazioni tra l’essere e la natura circostante, tra presenza ed assenza tipico della dimensione estremo orientale che, nonostante tutto, avvolge e rende ancor più affascinanti le sue creazioni. Ecco, quindi, che gli animali di Azuma si mostrano non come semplici sculture inserite in un ambiente naturale a loro funzionale ma come creature plasmate dalla natura stessa, indispensabili ad essa.
Linee semplici e compatte unite per dare vita ad elementi che non assumono immediatamente lo statuto di opera d’arte ma che al contrario, diventano materiali prosecuzioni del mondo circostante.

Particolarmente interessante è la trasposizione tridimensionale dei concetti di pieno e vuoto, la cui trattazione sembra essere una costante nella produzione dell’artista nipponico, seppur lui stesso non trovi definizioni specifiche da attribuire alla sua poetica. “Da 14 anni continuo il mio lavoro con il tema MU (vuoto-nulla). Spesso mi è stato chiesto: ‘Vuole spiegare il suo MU?’ ma io stesso non ne avevo la precisa comprensione e di conseguenza non ero in grado di dare una spiegazione esauriente. Recentemente mi sto rendendo conto che proprio il fatto di non riuscire a comprender bene ciò né a spiegarlo, proprio questo era il MU”. Tutto appare in questo modo inafferrabile o comunque sia apparentemente privo di una consistenza tale da permettere una collocazione entro una corrente o un movimento più ampio e determinato.

Appartenente ad una famiglia di stimatissimi artigiani del bronzo e con alle spalle una formazione accademico-classicista improntata soprattutto sulla scultura francese tra Ottocento e Novecento (Rodin, Bourdelle, Despiau, Maillol), Kengiro Azuma fa di opere di grandi dimensioni, perfettamente a proprio agio sia all’interno che all’esterno del Museo il suo punto di forza, dimostrando ancora una volta come un lavoro atto a trovare un equilibrio tra influenze diverse possa davvero dare esiti grandiosi.

Il background culturale originario unito alle influenze assimilate una volta trasferitosi in Italia, rappresentano due elementi complementari nella parabola creativa dello scultore, uno ying ed uno yang indissolubilmente legati ed indivisibili.