La forza e la fragilità della condizione umana in mostra a Punta della Dogana
di // pubblicato il 09 Giugno, 2011
L’arte contemporanea riempe gli splendidi ambienti di Punta della Dogana, la mostra Elogio del dubbio, ha aperto la stagione della François Pinault Foundation.
Il percorso tematico, curato da Caroline Bourgeois, raccoglie opere storiche e nuove produzioni che indagano sulla sfera del turbamento, la messa in discussione delle certezze in tema d’identità, il rapporto tra la dimensione intima, personale, e quella dell’opera. Elogio del Dubbio è un progetto dedicato interamente alla forza e alla fragilità della condizione umana.
Per l’occasione sono stati scelti una ventina di artisti e 60 opere, tra le quali una metà mai presentate prima nelle precedenti esposizioni della Collezione Pinault. Opere emblematiche degli anni Sessanta ma anche lavori contemporanei che si inseriscono alla perfezione negli spazi espositivi.
Seguendo l’esempio di altri grandi spazi espositivi europei, Caroline Bourgeois per “Elogio del Dubbio” ha voluto coinvolgere direttamente gli artisti e il loro staff nell’allestimento delle installazioni, facendo si che l’arte contemporanea sia sempre più viva e diventi occasione di dialogo e confronto tra artisti, opere, allestimenti e spazi espositivi.
Tra gli artisti, nomi celebrati dalla critica e altri meno noti al grande pubblico: Maurizio Cattelan, Jeff Koons e Jeff Bauman, anche Adel Abdessemed, Marcel Broodthaers, Dan Flavin, Subodh Gupta, David Hammons, Roni Horn, Thomas Houseago, Donald Judd, Edward Kienholz, Paul McCarthy, Sigmar Polke, Thomas Shutte, Elaine Sturtevant e Chen Zen. A questi vanno aggiunte le artiste Julie Mehretu e Tatiana Trouvè che realizzeranno al termine dell’allestimento creazioni site-specific, dunque create appositamente per la sede di Punta della Dogana.

Elogio del dubbio, sui due piani in cui si articola, propone anche opere di Bruce Nauman, in 3 Heads Fountain riattiva due elementi ricorrenti nell’opera di Nauman: la testa, presente a partire dagli anni ottanta, e la fontana, presente dall’autoritratto “Self-Portrait as a Fountain”, opera iconica degli anni 1966-1967. L’acqua che zampilla dalle teste crivellate di fori produce una sorta di fascinazione che evoca la dialettica della vita (l’acqua come fluido vitale) e della morte (la testa mozzata). Nauman considera l’opera d’arte anzitutto un’azione che innesca reazioni fisiche (il disagio, il disorientamento) e psicologiche (il riso, l’angoscia) nello spettatore, esplorando le inevitabili contraddizioni dell’esistenza umana, la tensione tra la vita e la morte.
Al piano terra vengono presentate le sculture a terra e al muro di Donald Judd accanto ai “trofei” di Maurizio Cattelan e David Hammons.
Di grande impatto visivo i nove corpi distesi a terra in marmo di Carrara che compongono All, realizzati da Maurizio Cattelan: questi individui senza volto, senza le caratteristiche uniche che li differenzia gli uni dagli altri, spingono a riflettere su come siamo tutti uguali di fronte alla morte. Non si tratta delle spoglie di sovrani o di santi ma di 9 cadaveri anonimi, coperti da un lenzuolo.
L’opera colpisce per la profonda ambiguità: se la superficie delle sculture denota uno straordinario realismo, un’estrema precisione della resa, le forme sono invece poco familiari, difficili da riconoscere, quasi incongrue. L’artista riesce sempre a stupire il pubblico con opere ironiche e provocatorie, che non risparmiano niente e nessuno, attraverso la scultura, le installazioni, le performance ma anche mediante la creazione di riviste (per esempio la recente “Toilet Paper”) o di spazi espositivi come la Wrong Gallery, la sua opera è costantemente in equilibrio tra realtà e finzione, paradosso e trasgressione, humor e tragedia.

Mentre David Hammons in Forgotten Dream, fa della questione razziale e dell’identità afroamericana il soggetto esclusivo della propria opera; ispirandosi da un lato al readymade di Duchamp e dall’altro all’Arte Povera, l’artista raccoglie materiali abbandonati, spesso trovati per strada: pezzi di metallo e di legno, capelli, vestiti, sigarette, canestri da basket, pietre e li eleva a oggetti d’arte: un vestito da sposa vintage fluttua verso il soffitto, ancorato a terra da un vecchio sostegno in ferro che richiama i tombini stradali. L’abito da sposa, luogo comune della gioia domestica, della realizzazione personale e sociale, diventa metafora delle speranze svanite, dei sogni dimenticati, delle utopie impossibili.
Chiudono questa interessante passeggiata al piano terra: Charles Rey, Subodh Gupta o Adel Abdessemed, con istallazioni che offrono allo spettatore una visione introspettiva sul rapporto con il tempo e che celebra il dubbio nella sua forza di sfida ai pregiudizi, alle convinzioni e alle certezze anche attraverso una serie di interrogativi universali.

Si sale poi al primo piano dove troviamo l’installazione di Edward Kienholz Roxys: opera iniziata nel 1943 e portata a termine diciotto anni dopo, Roxys è la raffigurazione in scala reale della brutalità e lo squallore di una casa di tolleranza di Las Vegas degli anni quaranta, abitata da sculture raffiguranti donne-oggetto.
Roxys è il primo grande “quadro ambientale” tra le prime installazioni della storia dell’arte. Con quest’opera Kienholz pone il visitatore di fronte alle problematiche sociali che affliggono il mondo occidentale contemporaneo. La solitudine, l’ossessione del sesso, la violenza provocata dalle discriminazioni razziali e sociali sono affrontate con un linguaggio crudo e destabilizzante mai utilizzato fino a questo momento. Roxys è una stanza arredata secondo lo stile degli anni quaranta: un vecchio juke-box che suona canzoni dell’epoca, un calendario del 1943, riviste cinematografiche, una slot-machine, bottiglie di birra, pacchetti di sigarette vuoti, un ritratto del generale MacArthur, la divisa di un soldato ecc.
L’installazione è popolata da sette figure femminili e una maschile, tutte composte da parti di manichini, ogni personaggio racconta la propria storia.

Anche nelle ironiche creazioni di Paul McCarthy la donna viene rappresentata come oggetto e l’uomo come conquistatore, così i cinque di Pirate Heads (2009), chiamati rispettivamente Captain Dick Hat, Dick Eye, Shit Face, Pot Head e Jack, sono una feroce parodia della società americana, della sua ossessione di potenza e di dominio, tanto militare (le opere sono state ideate all’epoca dell’intervento americano in Iraq) quanto sessuale (i concetti di mascolinità e virilità sono ridotti alla loro espressione più squallida), il rapporto tra le due sfere è un motivo fondamentale dell’opera dell’artista.
Mentre Marcel Broodthaers mostra ciò che rimane delle guerre attraverso le armi esposte in Décor: A Conquest, una delle ultime opere e una delle più importanti realizzata negli anni della guerra del Vietnam.
Thomas Houseago e il suo punto di vista sull’assurdità della figura umana in Bottle II, Decorative Panel e Study for Owl, entrambe le opere giocando su un senso di assurdità e di potenza.
Il percorso espositivo prosegue poi con le installazioni dedicate alla tradizione, all’esilio e alla sopravvivenza di Chen Zen, le figure di Thomas Schütter e Axial Age di Sigmar Polke. Quest’ultimo porta in mostra Axial Age, un monumentale ciclo pittorico presentato per la prima volta in occasione della Biennale del 2007, con l’esplicito auspicio, da parte dell’artista, che l’opera restasse esposta a Venezia. Il titolo fa riferimento al filosofo tedesco Karl Jaspers, le sette tele di Axial Age esplorano la sua dialettica tra visibile e invisibile, mescolando in un flusso continuo e vertiginoso riferimenti alla mitologia (Deucalione), alla cosmogonia (Sirio), alla storia (Bisanzio), alla storia dell’arte (le tonalità ispirate agli affreschi di Cimabue ad Assisi), all’iconografia popolare (l’illustrazione Jugendstil).

Sturtevant riflette sul potere dell’oggetto come opera d’arte e sul sempre attuale dibattito legato all’originalità. L’artista realizza delle “ripetizioni” dei lavori degli artisti che hanno segnato il XX secolo con ricerche innovative, diventate punti di riferimento fondamentali per i loro successori, non si limita a fotografare o riprodurre dipinti, sculture, film, performance, serigrafie: ne apprende meticolosamente le tecniche originali. Anche Jeff Koons nell’ironica Popeye pone l’attenzione sul concetto di opera d’arte rielaborando l’eredità dei readymade di Duchamp e la lezione di Andy Warhol. A partire dagli anni ottanta l’artista ha incentrato il suo lavoro su temi quali il consumismo, il gusto, la banalità, l’infanzia e la sessualità.
Le “fontane ferme” di Roni Horn dal titolo Well and Truly: l’opera a partire dal titolo introduce un gioco di parole tra l’espressione well and truly (“bello e buono” in inglese) e la parola well (pozzo). I blocchi di vetro che costituiscono l’opera evocano infatti acqua pietrificata sul fondo di pozzi: i lati sono traslucidi e presentano spigoli tagliati al vivo, avendo aderito direttamente allo stampo durante il processo di fusione, mentre la superficie superiore, che è stata a contatto con l’aria, è lucida e riflettente, tanto da sembrare liquida. A seconda della luce ambientale e della posizione dell’osservatore, appaiono ora sorprendentemente trasparenti ora drammaticamente scintillanti, declinando una serie virtualmente infinita di impercettibili variazioni cromatiche. Well and Truly contraddice la connotazione di certezza veicolata dal suo significato primario.
Anzitutto rimandando all’acqua, simbolo di mutevolezza, di ambiguità, di incertezza identitaria, onnipresente nell’opera di Roni Horn: “Osservando l’acqua, afferma l’artista, vengo colta dalla vertigine del significato. L’acqua è estrema combinazione: un’infinità di forme, di relazioni e di contenuti”.

Julie Mehretu e Tatiana Trouvé sono le autrici delle due installazioni ideate e prodotte appositamente per l’esposizione. La Mehretu ha realizzato due grandi quadri ispirati a Venezia e alla storia dell’arte e della filosofia rinascimentale, mentre la Trouvé ha creato un luogo di passaggio ispirato allo spazio espositivo della Dogana, che percepisce come luogo di attraversamento, di passaggio, che definisce e trasforma il valore delle cose, l’artista presenta una metafora di un insieme di opere assenti, di cui si scorgono solo le tracce.
Lo scorso 2 Giugno, la Fondazione François Pinault ha presentato a Palazzo Grassi Il Mondo vi appartiene. Questa esposizione, sempre curata da Caroline Bourgeois, propone un diverso punto di vista, mettendo in discussione i limiti tradizionali della geografia e dell’arte e il nostro rapporto tra l’”altro” e il mondo. La mostra raccoglie le opere di una quarantina di artisti provenienti da 20 paesi.