La forza del Made in Sicily! Compagnia Zappalà Danza
di // pubblicato il 13 Settembre, 2010
La perfezione tecnica e il rigore della Compagnia Zappalà Danza garantisco sempre una resa impeccabile dell’interessante lavoro di intersezioni drammaturgiche operato dal coreografo Roberto Zappalà. Nella cornice del 7th Uva Grapes Catania Contemporary Festival, svoltosi tra fine agosto e inizio settembre nella città sicula, sono stati eseguiti due lavori appartenenti al repertorio dell’ensemble, il quale festeggia vent’anni di attività. Ad essi si aggiunge la presentazione italiana dell’istallazione Mindbox e pre-testo 1: NAUFRAGIO, prima tappa della nuova creazione Odisseo, ispirata alla tematica sull’emigrazione/immigrazione, che debutterà al Teatro Stabile di Catania in gennaio 2011.

Dal vasto repertorio della compagnia la scelta è caduta su Instrument 1. scoprire l’invisibile e Instrument 3:Cage Sculpture. l’insostenibile pesantezza dell’essere. Ambedue le opere evidenziano una cifra stilistica tipica del coreografo, propenso a sviluppare le proprie idee attraverso percorsi in diverse tappe. L’itinerario creativo, però, può portare a stratificazioni o a innovativi e inaspettati sviluppi, ne è l’esempio Instrument 1. Prima tappa di Instruments – come Instrument 3 risulta esserne la terza- percorso centrato sull’ambivalenza dello “strumento” danzatore in dialogo con differenti strumenti musicali, la creazione segna, inoltre, l’urgenza da parte dell’artista di percorrere un itinerario di decifrazione della terra natia, entità di per sé guizzante, difficile da definire in maniera precisa, segnando l’avvio di un altro percorso, re-mapping Sicily appunto.
Nel cortile circolare barocco del Convitto Cutelli, opera del Vaccarini, le due coreografie trovano un’ulteriore amplificazione spaziale: colonne tuscaniche, motivi pavimentali a girali, ghirigori rocaille, contornano spettatori e performer costituendo un altro strato coreografico.
È lo scacciapensieri (in siciliano u marranzanu) lo strumento di confronto scelto da Zappalà per Instrument 1. Magistralmente suonato dal vivo dal gruppo de I Lautari, crea particolari sonorità, in totale rifiuto di cliché folkloristici, che susciterebbero invidia persino alla musica elettronica più d’avanguardia. “I am a dancer, speaking to you as an instrument”, parole di uno degli interpreti, enunciate al microfono durante la performance, alle quali segue una mitraglia di parole-immagini/parole-azione - firmate da Nello Calabrò - che, creando libere associazioni d’idee, costruiscono il prisma sfaccettato “Sicilia”.
Il viaggio per “scoprire l’invisibile” riserva sorprese interessanti. All’inizio della performance un gruppo di prefiche, in abiti neri, con capo e viso coperti, si presenta con passo ritmato. Il ritmo dei battiti dei piedi e le glossolalie da loro pronunciate ci introducono ad una dimensione religiosa, simile ad una litania mariana, rafforzata da segni della croce eseguiti dalle pie donne. Pregano, invocano il cielo, avanzano come gruppo compatto, si sostengono, ecco, però, che spogliandosi si rivelano uomini. Disco music ne esaltano tutta la virilità e il machismo. Il maschile e il femminile convivono, si camuffano l’uno nell’altro, segno ambivalente di un’ascendenza culturale greca. E la castità cristiana nasconde un’irrefrenabile tensione all’edonismo di Kourioi statuari ammiccanti al pubblico.
I sette danzatori, entrati progressivamente in scena, si distendendo al suolo in pose classiche - richiamo a pastori arcadici o a bassorilievi raffiguranti divinità fluviali - per poi lasciarsi andare alle tensioni sonore del marranzanu. La tessitura coreografia alterna i parossismi alle stasi improvvise, i movimenti corali all’attenzione per i gesti dei singoli arti. Si crea un parallelismo tra la tensione dello “strumento danzatore” e quella dello strumento musicale adoperato, il quale deve il suo particolare suono al plettro metallico fatto vibrare tra i denti, usando la bocca come cassa di risonanza.

Movimenti segmentati, spirali, groundworks, disarticolazioni, ripetizioni postmodern si coniugano ad una particolare disposizione geografica dell’ensemble in scena: rapporto singolo-gruppo o gruppo maggiore e gruppo minore - potrebbe celare, forse, un’indagine su rapporti sociali e su giochi di forza? L’onnivoricità analitica del coreografo arriva sino a rielaborare i gesti tipici della sicilianità - toccata ai testicoli, segni intimidatori come la famosa tagliatina di faccia, i baci mandati alle passanti - tutto esaltato in un climax che si sposa a ritmiche ondulazioni corporee.
Non poteva mancare la competizione tra uomini, tipico elemento di una società virile, che si presenta sublimata in sfide tra i danzatori, spesso in coppie di due, impegnati in evoluzioni di calci e salti, come trickfighters e capoeiristas. Ne scaturisce una sicilianità selvaggia, ambivalente, sempre in tensione, perenne agone virile e cruento.
Con Instrument 3 si cambia decisamente tono. Roberto Zappalà approda a questa creazione dopo aver eseguito Instrument 2 e A. semu tutti devoti tutti?, entrambi incentrati sulla sacralità del corpo martirizzato e ispirati alla santa patrona di Catania, Agata. Lo strumento scelto sta volta sono i tamburi di Alfio Antico interpolati alle sperimentazioni di Cage e della Matthusen.

Tre clown vestiti di bianco, muovendosi all’interno di un perimetro rettangolare rosso, vengono sospinti dai ritmi tribali di Alfio Antico a danze corali, oscillanti tra atto liberatorio e apice schizofrenico di uno stato di malessere. È la paranoia, come afferma Nello Calabrò, gabbia e costruzione della mente, ad ispirare la creazione della performance. L’alienazione e i disturbi tipici delle frenesie della società contemporanea trovano un riscontro in scena.
Muovendosi a scatti, ripetendo incessantemente dei moduli gestuali, i performer delineano una sorta di stato d’apnea, espresso da fonemi e slanci degli arti superiori. Si alternano movimenti lenti a parossismi estenuanti che portano il corpo allo stremo delle forze. Musiche da carillon, residuo di Lili Marleen, rilassano l’ambiente. I performer, continuamente altalenanti tra atto liberatorio e ricaduta nel male, si strofinano la faccia togliendo il trucco o meglio la maschera che indossano, per poi riapparire nuovamente con essa. Cercano di afferrare oggetti inesistenti, attuano smorfie facciali, percorrono il perimetro rosso come esseri vaganti in cerca di spiegazioni. La risoluzione arriva con la musica finale dell’Amarcord felliniano mentre con gentile ironia queste delicate figure sorridono e salutano il pubblico. Forse, i clown, poetiche maschere sociali, intrappolate nella forma, paiono aver trovato un attimo di equilibrio.