La fontana della discordia
di // pubblicato il 07 Dicembre, 2010
Se l’ultimo articolo di questa rubrica era dedicato a diverse fontane romane, questo ne prenderà in considerazione soltanto una, che ha però una lunga ed affascinante storia alle spalle. Per parlare della Fontana dei Quattro Fiumi – sarà appunto lei la protagonista – bisogna per prima cosa introdurre alcuni personaggi, come se si trattasse di una rappresentazione teatrale:
Gian Lorenzo Bernini, l’artista bravo e astuto, benvoluto da (quasi) tutti;
Urbano VIII Barberini, “papa gabella” sempre attento ad imporre nuove tasse, ma spendaccione;
Francesco Borromini, l’architetto scrupoloso e incompreso;
Innocenzo X Pamphili, il responsabile di tutto;
Donna Olimpia Maidalchini Pamphili, la vera responsabile di tutto.
La scena si apre nella calda estate del 1644, quando il neo eletto pontefice Innocenzo X comincia a guardarsi attorno per capire come muoversi nella Curia romana. Il pontificato del suo predecessore, Urbano VIII, era stato talmente lungo (aveva infatti regnato dal 1623) da far pensare i romani che forse sarebbe durato per sempre, e che i Barberini avrebbero imperversato per un tempo indefinito in città, facendo il bello ed il cattivo tempo. In realtà, fin dal momento della sua elezione, Urbano VIII aveva tenuto a sottolineare che la sua famiglia era diventata la vera padrona di Roma, dal punto di vista politico, sociale ed artistico: suo nipote Francesco viene nominato cardinale appena sei settimane dopo l’elezione del pontefice, mentre il fratello Antonio lo diventerà un anno più tardi. In seguito rivestirà la porpora anche Antonio, altro nipote del papa, mentre suo fratello Taddeo si vide assegnare incarichi politici di una certa importanza, e ricchezze adeguate alla sua posizione.

Nonostante il nepotismo imperante, il grande merito di Urbano VIII fu senza dubbio quello di aver capito il valore di Gian Lorenzo Bernini, il quale aveva già cominciato a lavorare negli anni precedenti, soprattutto grazie a Scipione Borghese, cardinal nipote di Paolo V (1605-1621), ma il cui talento non era stato ancora svelato completamente, preferendo Scipione tenersi le sue statue tra le quattro mura della sua villa. Con i Barberini invece il genio di Bernini esplode, diventa di dominio pubblico; le sue creazioni si adattano alla perfezione all’esaltazione del pontefice e delle sue imprese, e i romani guardano meravigliati e stupefatti la nuova Roma che nasce sotto i loro occhi.
Tuttavia, anche le relazioni più intense sono destinate a finire in un modo o nell’altro, e finisce quindi anche quella tra Bernini e Urbano VIII, che non l’avrebbe probabilmente mai abbandonato, e avrebbe preferito continuare a commissionargli meraviglie piuttosto che morire. E invece morì. Passato un primo attimo di sbandamento Bernini non si perse d’animo, e pensò probabilmente che quello che aveva fatto con Urbano avrebbe continuato a farlo col suo successore, chiunque fosse stato. Non immaginava che avrebbe vissuto invece, da lì a poco, il periodo forse più difficile della sua carriera. Innocenzo X, che avevamo lasciato qualche riga più in alto appena eletto, impiega pochissimo tempo per capire che le finanze della Chiesa versano in condizioni disastrose; gli serve ancora meno per realizzare che il responsabile di tutto era stato papa Barberini, il quale aveva speso il suo patrimonio in maniera quantomeno disinvolta. Come far capire ai romani che la musica doveva cambiare, e che il nuovo papa sarebbe stato più accorto nella gestione economica della Curia? L’unica cosa da fare era prendere immediatamente le distanze dal suo predecessore: i Barberini erano filo francesi? Bene, i Pamphili avrebbero cercato altrove i loro alleati; papa Urbano VIII non aveva occhi che per Bernini? Allora lui avrebbe scelto qualcun altro. Avrebbe scelto Francesco Borromini. Che non aspettava altro.

L’occasione di mettere in ombra Bernini l’aveva già avuta qualche tempo prima, quando era stato chiamato a fornire il suo parere circa la stabilità dei due campanili che Bernini aveva costruito per la facciata di San Pietro: Borromini non si fece pregare e spiegò che i campanili sarebbero rovinati, e avrebbero trascinato nella caduta anche la facciata, perché l’architetto non era stato prudente nei suoi calcoli, avendo progettato torri troppo pesanti. Innocenzo X, prudente e agghiacciato dall’idea che il maggiore tempio della cristianità potesse finire in polvere sotto il suo pontificato, diede subito l’ordine di abbattere i campanili.
Borromini non avrebbe potuto essere più allegro: il suo grande rivale era stato sbugiardato pubblicamente e lui stesso aveva contribuito a incrinare la sua fama di architetto infallibile. Ora non doveva fare altro che aspettare le prime commissioni pontificie, che in effetti non tardarono ad arrivare. Per prima cosa fu chiamato a fornire pareri per la ristrutturazione del palazzo Pamphili di piazza Navona; poco dopo si dovette addirittura concentrare sul restauro della cattedrale di San Giovanni in Laterano. Nel 1647 il papa gli affidò invece i lavori per condurre parte delle acque dell’Acquedotto Vergine in piazza Navona, con la previsione di realizzare al centro della piazza stessa una monumentale fontana. Borromini pensò anche ad un possibile progetto per la fontana; un qualcosa che potesse sancire e rendere visibile a tutti il dominio del pontefice sul mondo allora conosciuto: l’idea era quella di un semplice basamento su cui rappresentare quattro fiumi (il Danubio, il Nilo, il Gange ed il Rio della Plata) per alludere all’Europa, all’Africa, all’Asia ed all’America. La base doveva inoltre sostenere un obelisco riscoperto da poco nei pressi della via Appia. L’incarico, nonostante papa Innocenzo avesse chiesto progetti anche ad altri artisti (ma non a Bernini) sembrava essere destinato proprio a Borromini. Ma le cose cambiarono improvvisamente.

Entra a questo punto sulla scena Donna Olimpia, la potente cognata del pontefice, forse la vera “papessa” di Roma: furba, avida e accorta, pare fosse riuscita addirittura a muovere i fili giusti per favorire l’elezione di Innocenzo, che si lasciava placidamente condizionare (forse perché incapace di tenerle testa) da una tale virago. In città sapevano tutti che era lei, la Pimpaccia, a prendere le decisioni, persino Pasquino le dedica dei versi eloquenti: “Per chi vuol qualche grazia dal sovrano, aspra e lunga è la via del Vaticano; ma se è persona accorta, corre da Donna Olimpia a mani piene, e ciò che vuole ottiene. E’ la strada più larga e la più corta”. Bernini, che sicuramente era una persona accorta, decise di tentare il tutto per tutto, creando un modellino della fontana d’argento massiccio da far recapitare alla donna. Olimpia, che probabilmente badava più al materiale che all’ingegnosità del progetto, mostrò il modellino al papa che ne rimase impressionato. Niente a che vedere con il semplice basamento proposto da Borromini: la commissione andava quindi a Bernini mentre il suo rivale, su tutte le furie anche perché il progetto di Bernini prendeva le mosse dal suo, minacciava addirittura di buttarsi nel Tevere.

Del tutto indifferente alle minacce di Borromini, Gian Lorenzo Bernini cominciò a lavorare al suo capolavoro: un basamento roccioso, popolato da animali esotici, che offre una comoda seduta alle quattro personificazioni dei fiumi, affiancate da simboli che rendono evidente il continente che rappresentano. Il Danubio è caratterizzato dalle insegne papali (il riferimento ovvio è all’Europa cristiana); il Nilo (che ha il volto coperto da un drappo a simboleggiare le sue sorgenti, al tempo ancora sconosciute) ha accanto a sé un leone ed una palma; il Gange, navigabile per buona parte del suo corso, tiene un timone, mentre nei pressi del Rio della Plata troviamo un serpente ed un armadillo. Il fiume sudamericano è stato forse l’elemento più chiacchierato della fontana, per quel suo gesto di coprirsi il volto con la mano. Dal momento che la statua è rivolta verso la chiesa Sant’Agnese in Agone, opera di Borromini, è opinione comune che il suo atteggiamento sia dettato dalla volontà di proteggersi da un eventuale crollo della chiesa. Quasi che Bernini avesse voluto restituire la pariglia a Borromini per quel suo sgarbo nella faccenda dei campanili di San Pietro. Invece, nonostante sia infinitamente meno intrigante, la realtà è un’altra: il fiume si copre il volto perché letteralmente accecato dalla potenza e dalla forza della religione cristiana. La chiesa a quel tempo nemmeno c’era, perché Borromini avrebbe cominciato a lavorarci soltanto qualche anno dopo.

La parte alta della fontana è costituita dall’obelisco che già Borromini avrebbe voluto utilizzare; Bernini, per contraddire in maniera plateale le voci che lo volevano geniale ma inesperto dal punto di vista tecnico, fa sì che il monolite poggi praticamente sul nulla, essendo la parte centrale del basamento miracolosamente vuota. Il tocco finale è costituito dal coronamento stesso del basamento: non una semplice croce ma una colomba, guarda caso simbolo della famiglia Pamphili, che regge un ramo d’ulivo. Innocenzo X fu subito entusiasta della fontana e si prodigò nell’elargire mance e regali a Bernini ed ai suoi collaboratori, ma d’altra parte pare che lo scultore non fu mai totalmente soddisfatto: il figlio Domenico racconta addirittura come il padre accostasse con decisione le tendine della sua carrozza ogni volta che si trovava a passare per piazza Navona, vergognandosi dell’aspetto del suo lavoro. Non vogliamo per questo nemmeno immaginare cosa doveva pensare Borromini quando passava anche lui nei paraggi della fontana…