La doppia ora
di // pubblicato il 16 Ottobre, 2009
Inizia da oggi la pubblicazione di una nuova rubrica settimanale, tutti i venerdì, intitolata Emozioni Visive, affidata ad Andrea Mancaniello e dedicata alla recensione di un film, un documentario, o in generale a un'opera audiovisiva.
Il perché del titolo è lo stesso Andrea a spiegarlo: “Da sempre il criterio che ho adottato per decidere se un film mi è piaciuto, l’unità di misura del mio personale gradimento, è stato il coinvolgimento emotivo; perciò ho trovato naturale e appropriato mettere l’accento sulle emozioni.
Cosa aggiungere? solo in bocca al lupo ad Andrea e buona lettura a tutti voi!
Sonia (Ksenia Rappoport) giovane slovena che lavora in un lussuoso hotel come cameriera ai piani frequenta l’amica e collega Margherita (Antonia Truppo) che cambia spesso fidanzato, una sera conosce Guido (Filippo Timi), uomo taciturno e un po’ ombroso, in un club che organizza incontri per singles, gestito con passione da Marisa (Lucia Poli).
Inizia così La doppia ora, strepitoso esordio alla regia di Giuseppe Capotondi, presentato con successo all’ultima mostra del cinema di Venezia, che è valso la Coppa Volpi come miglior interprete femminile alla protagonista Ksenia Rappoport.
Assolutamente vietato dire di più sulla trama di questo thriller molto originale; durante i primi venti minuti assistiamo all’incedere regolare del quotidiano, la casa, il lavoro, la solitudine dei personaggi in una Torino livida e quasi incolore, il ritmo di vite comuni come ce ne sono tante, in uno scorrere lento al limite della noia. Ma vengono già sparsi semi in abbondanza, per lo spettatore inconsapevole, che trovano terreno fertile in quei luoghi comuni che a tutti appartengono; le persone loquaci sono più simpatiche e preferibili (?) alle persone schive, che parlano poco, cos’avranno mai da nascondere; il regista gioca con la congenita incapacità dello spettatore di sfuggire all’imprinting per cui ci si affeziona al primo personaggio che entra in scena e, immedesimandosi, si attribuiscono ad esso i propri sentimenti, le proprie emozioni, i propri codici morali, ma soprattutto la propria mappa del mondo.

Arriva poi il primo colpo di scena e il ritmo subisce una forte accelerazione, si sommano le citazioni cinematografiche, dal Roman Polanski de L’inquilino del terzo piano, ma soprattutto di Repulsion, al Brian De Palma di Blow out, e anche qui non si tratta di sterile esercizio di stile ma, sfruttando la memoria collettiva di questi grandi film, diventa ulteriore elemento fuorviante nella codifica di ciò a cui si sta assistendo. Non solo l’apparenza inganna, ma il continuo ribaltamento del piano narrativo ci riporta sempre al punto di partenza, alla domanda iniziale, quale storia stiamo vivendo davanti allo schermo? Ad ogni svolta di nuovo ci si ritrova a dover fare il censimento tra gli elementi reali e quelli che, alla luce di nuovi sviluppi, risultano privi di consistenza. Una partecipazione attiva è richiesta allo spettatore che mantiene sempre con il fiato sospeso e mentre aspetti di scivolare nel paranormale o nella paranoia, è paura quella che senti nelle contrazioni dello stomaco, una tensione che pensavi di non poter riprovare, dopo migliaia di film, da spettatore navigato e un po’ assuefatto a tutte le bugie di cui è fatto il Cinema, grazie a Giuseppe Capotondi per questa nuova verginità emozionale restituita.

Un film indimenticabile, bravissima Ksenia Rappoport nel suo spaesamento, efficace Filippo Timi, uomo tutto d’un pezzo, splendida la sceneggiatura, praticamente perfetta, di Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo, che non a caso è stata già opzionata, pessima abitudine, per un remake americano.
