La donna che canta - Incendies
di // pubblicato il 18 Febbraio, 2011
“L’infanzia è un coltello piantato in gola! Difficile sfilarlo.”
In certi paesi del Medio Oriente perennemente attraversati da conflitti l’infanzia è davvero la prima vittima della guerra, quando i bambini sono istruiti fin da piccoli ad avere un fucile in mano più grande di loro e a diventare spietati assassini senza vera coscienza delle proprie azioni.
Simon e Jeanne Marwan sono fratello e sorella gemelli, vivono in Canada da quando erano molto piccoli e alla scomparsa della madre Nawal sono convocati dal notaio Lebel, ex datore di lavoro della madre e amico di famiglia, per dare lettura delle sue ultime volontà.
La donna ha lasciato scritto che vuol essere sepolta nuda nella terra con la faccia in giù e le spalle al mondo, senza preghiere ne lapide ne epitaffi perché in vita non è riuscita a tener fede alla promessa più importante. Il figlio Simon sconcertato dalle stravaganti istruzioni, come prima reazione rifiuta di assecondare il volere materno, ferito dal comportamento di una madre sempre troppo avara d’affetto e irritato da quella che considera l’ennesima stranezza.
Lo sgomento di Jeanne e Simon aumenta nel vedersi consegnare due lettere sigillate che la defunta ha indirizzato a un loro fratello di cui ignoravano completamente l’esistenza, e al padre che non hanno mai conosciuto e che credevano morto in guerra.
I due giovani attoniti dovranno recapitare le missive loro affidate, soltanto quando tutto ciò sarà compiuto sarà possibile porre una lapide sulla tomba della madre e il suo nome Nawal Marwan potrà di nuovo aspirare degnamente alla luce del sole.

Jeanne parte da sola per il Medio Oriente pronta a fare i conti col passato misterioso di una madre a lei sconosciuta, mentre il fratello Simon, più incline alla rimozione per non affrontare il dolore che la verità spesso porta con sé, rifiuta il viaggio. Sarà costretto poi dall’amore per la sorella a raggiungerla, per darle sostegno e condividere con lei il cammino senza ritorno della conoscenza.
Perché solo quando la verità sarà conosciuta potrà finalmente scendere il silenzio nell’anima.
Incendies di Denis Villeneuve, ribattezzato in Italia La donna che canta, è tratto da un’opera teatrale dello scrittore regista e attore libanese Wajdi Mouawad e rappresenta un viaggio nella memoria collettiva di un popolo straziato da guerre fratricide e sanguinose rappresaglie. Il racconto sviluppa la sua narrazione su due binari paralleli, il viaggio della figlia alla scoperta del vissuto materno e il cammino della madre in un paese dilaniato dall’odio, raccontando il percorso di un’anima che accetta il sacrificio del martirio con l’idea di salvare la sua gente e per questo sarà ricompensata.

Come il sincretismo religioso tra letteratura dei Vangeli e cultura politeista dell’Ellenismo ha generato nel tempo le mille immagini diverse di Maria di Nazareth ancora presenti nella nostra tradizione, allo stesso modo fa un certo effetto scoprire che il fanatismo religioso può creare un’idea della Vergine Maria compatibile con l’efferatezza del massacro. I Nazionalisti uccidono senza pietà donne e bambini musulmani con un santino della Madonna incollato sul fucile, a conferma che le distorsioni dell’integralismo religioso non hanno confini ne colore.
Molte le sequenze indimenticabili che restano indelebili nella memoria, l’assalto del pullman nel deserto col tentativo di Nawal di salvare una bambina con la menzogna, i ragazzini che si aggirano tra macerie e carcasse di automobili per attraversare la strada eludendo l’appostamento di un cecchino, il silenzio dell’apnea nella piscina all’inizio del film in netto contrasto con il rumore assordante dell’acqua nella stessa piscina quando infine la storia chiude il suo cerchio.

La donna che canta è un dramma crudo che mostra la violenza senza compiacimento, duro e crudele nelle parole più che nelle immagini si chiude con uno sconvolgente finale che è un vero e proprio pugno nello stomaco. Affida alla tragicità del destino l’epilogo del dramma senza mostrare e quindi cedere mai al voyeurismo, quel che accade quando disgraziatamente, contro ogni regola matematica si materializza quel triste “uno più uno non può fare uno”.
L’attrice belga Lubna Azabal nel ruolo della protagonista Nawal Marwan, ricordata nei luoghi remoti della ricerca come la donna che canta, è molto brava a dare vita sullo schermo al misto di forza e fragilità, coraggio e paura, di una donna fiera, ostinata e capace di lottare per i suoi ideali, costretta a piegarsi alla violenza ma determinata a rialzarsi sempre senza mai farsi spezzare o scalfire nella sua dignità.

“La morte non è mai la fine di una storia” e la morte della madre è solo la fine del suo viaggio terreno, ma l’inizio per i figli Jeanne e Simon di un cammino alla scoperta della loro identità, la difficile conquista di una verità senza la quale non può esserci pace, insieme al percorso interiore di consapevolezza che con quella verità dovrai poi imparare a convivere per il resto della vita.