La documentazione archeologica prima della fotografia: “I Colori dell’Archeologia”
di // pubblicato il 21 Febbraio, 2010
Allestita nel complesso monumentale delle Terme di Diocleziano di Roma, facente parte del Museo Nazionale Romano ne occupa l’Aula X, restaurata di recente e riaperta al pubblico la mostra, vede protagonista la mostra “I Colori dell’Archeologia”. Raccontare attraverso più di cento disegni e acquerelli, la storia della formazione della documentazione dei ritrovamenti archeologici dell’Urbe a partire dal 1703 fino al 1948.
Per la conoscenza dei resti antichi è importante passare dalla fase della registrazione del dato archeologico e la sua successiva elaborazione. In un periodo nel quale non vi era altro mezzo per documentare “ i colori dell’archeologia”, il disegno e, attraverso di esso, la ricomposizione e la comprensione del manufatto antico, diventa importantissimo, quel foglio di cartoncino disegnato e acquerellato resterà l’unica testimonianza di un patrimonio archeologico destinato altrimenti a perdersi.
Esposti molti dei disegni a colori che gli studiosi portavano alle riunioni scientifiche e accademiche per illustrare e confrontare i ritrovamenti. Gli stessi viaggiatori amavano fissare in schizzi, spesso anche in acquerelli, i paesaggi e le rovine, come oggi noi facciamo con le fotografie.
Illustrate le fasi della nascita del documento grafico a colori come parte integrante dell’atto pubblico presso l’amministrazione pontificia; valga per tutti citare il documento più antico, prezioso prestito dell’Archivio di Stato di Roma, denso di significato per questo anno segnato dalla tragedia de L’Aquila, costituito dal rilievo dei danni subiti dai resti di un ninfeo romano all’indomani dell’ennesima scossa di terremoto la mattina dell’ 8 maggio del 1703.
E’ a partire dalla seconda metà del ‘700 che si diffonde in Europa l’interesse per l’autenticità del rilievo archeologico. iIn Italia attraverso l’operato dei pensionnaires dell’Accademia di Francia a Roma nell’ambito delle grandi scoperte pompeiane , soprattutto per i monumenti romani, con l’attività della Society of “Dilettanti” in Grecia o, infine, con le esperienze in ambito protostorico nei paesi scandinavi. colore strumento per la rappresentazione della realtà che, infine, aiuta la visione naturale delle cose.
Centro della mostra risulta anche il fervore delle attività che presiedono la vita di Roma dal 1870 ai primi decenni del ‘900, con l’esposizione della documentazione dell’immenso patrimonio archeologico che emergeva in quel periodo, ad esempio con la costruzione dei muraglioni del Tevere fino alla creazione della nuova Stazione Termini, negli anni quaranta del Novecento.
In conclusione la riflessione sul rapporto tra il rilievo moderno informatizzato e quello manuale tradizionale, con l’auspicio che si trovi un punto di equilibrio tra i due mezzi , quella mediazione che possa portare verso una visione naturalistica, nella quale grande parte ha il colore, mezzo che può condurre alla sua comprensione.
Il racconto, dunque, di un aspetto della storia dell’archeologia romana attraverso i suoi documenti d’archivio e riflette sulla formazione di una cultura scientifica, interessandosi anche alla vita di coloro che ne furono protagonisti, quei rilevatori, architetti, ingegneri, pittori che lavorarono accanto agli archeologi.
L’esposizione, aperta fino al 28 febbraio 2010, è curata dall’Archivio Storico della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma che si è avvalsa di prestiti e di collaborazioni scientifiche dell’Archivio di Stato di Roma, del Deutsches Archäologisches Institut in Rom e dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio.