La Campagna romana

di Sara Pietrantoni // pubblicato il 09 Febbraio, 2010

Attraversammo queste campagne deserte, questa solitudine immensa che circonda Roma fino a parecchie leghe di distanza. Il paesaggio è magnifico: non è una pianura piatta, la vegetazione è rigogliosa e il panorama è qua e là dal rudere di un acquedotto o di antiche tombe, che imprimono alla campagna romana un carattere di grandezza veramente incomparabile. Le bellezze dell’arte raddoppiano l’effetto delle bellezze naturali, evitando quella sazietà che procura il piacere di ammirare paesaggi”.
Le parole di Stendhal, a Roma nel 1827, descrivono alla perfezione l’aspetto della campagna attorno alla città. Un territorio che può essere delimitato a nord da Civitavecchia ed a sud da Terracina, mentre i monti Tiburtini, Lepini ed Ausoni ne segnano il confine orientale. Luoghi che incantano con le loro dolci colline, con i boschi fitti, le distese verdi e quasi deserte ed i ruderi sparsi qua e là, che consentono a chi arriva per la prima volta di immaginare, e pregustare quasi, quello che troverà a Roma.
Luoghi magici, che sono stati per secoli fonte di ispirazione per pittori e poeti: se già durante il periodo classico il territorio attorno a Roma diviene un ambito luogo di residenza o di villeggiatura (un esempio su tutti è costituito da Villa Adriana, dove l’imperatore Adriano amava ritirarsi), è soprattutto a partire dal Seicento che quei luoghi assurgono a pieno titolo a soggetto per opere d’arte. È infatti questo il periodo in cui nasce e si sviluppa la pittura di paesaggio, fino ad allora osteggiata da committenti e collezionisti perché non abbastanza nobile se confrontata con i grandi dipinti di soggetto storico o religioso.
Padre di questo tipo di pittura può essere considerato Annibale Carracci il quale, assieme alla sua scuola, riesce a dar vita ad un paesaggio estremamente classico, naturale ma al tempo stesso idealizzato, che fa da sfondo per vicende che vedono comunque la figura umana come protagonista.
Una sorta di compromesso quindi (ma di livello eccezionale, sia ben chiaro) tra una tradizione ancora legata a vecchi schemi compositivi, e la volontà di trovare nuove soluzioni per la pittura del tempo. Grandi interpreti del paesaggio classico saranno poi Nicolas Poussin e Claude Lorrain.
È indubbio che la stragrande maggioranza di pittori paesaggisti non siano di origine italiana, ma provengano soprattutto dal nord Europa. Non si tratta di una casualità, ma della combinazione di due fattori parimenti importanti: da una parte la continua e scrupolosa attenzione al dato naturale ed alla resa perfetta della materia; dall’altra parte va invece considerato il fatto che si tratta di società borghesi, slegate da forti vincoli ecclesiastici e quindi anche più libere nella scelta di soggetti per le opere d’arte.
Il primo nome che viene in mente in questo senso è quello del fiammingo Paul Brill (1554-1626), che lavorò molto a Roma e che fu senza dubbio colpito dal paesaggio della campagna romana, rappresentata più volte nel suo aspetto pittoresco, fatto di pastorelli con il loro gregge e da pescatori intenti alle loro attività. Giovanni Baglione, anch’egli pittore, ci dà informazioni molto interessanti sulla carriera di Brill, che “continuamente lavorava per mercanti fiamenghi, che gli davano ciò, ch’egli chieder sapeva. E con tutto, che fusse molto vecchio, nondimeno lavorava paesi piccoli in rame, con tal diligenza fatti, che un giovane formar non havria potuto. A particolari ha fatto diversissime opere di paesi, che alla beltà per i suoi si riconoscono; e molti in rame ne sono stati trasportati, e altri di sua mano egli n’ha intagliati in acqua forte, assai belli”.
Brill, come i pittori a lui contemporanei, è notevolmente influenzato dalla produzione di opere letterarie di tema bucolico che proprio tra la fine del Cinquecento e l’inizio del secolo successivo incontrano un successo sempre crescente, contribuendo a qualificare in senso positivo anche la pittura di soggetto paesistico: basti pensare ai drammi pastorali di Tasso, che proprio negli anni ’90 del XVI secolo viene incoronato in Campidoglio dal cardinale Pietro Aldobrandini.

Verso gli anni Trenta del Seicento la pittura di paesaggio si interessa a soggetti nuovi; non più eroi e dei dell’antichità o figure sacre, ma personaggi contemporanei che spesso vivono ai margini della società come ladri, mendicanti, truffatori e prostitute; lo stesso mondo raffigurato nei dipinti di Caravaggio e dei caravaggeschi, che continua ad incuriosire ed affascinare anche oltre la metà del secolo. Iniziatore del genere fu Pieter van Laer (1582-1624), definito dai suoi contemporanei Bamboots, o Bamboccio, per la sua gobba ed il suo fisico decisamente poco proporzionato. Curiosamente, questo soprannome venne presto adattato anche ai pittori suoi seguaci (i bamboccianti) ed alla loro produzione, di cosiddette “bambocciate”.
Accanto al van Laer sono da citare Jan Miel (1599-1663), Michelangelo Cerquozzi (1602-1660) e Michael Sweerts (1618-1664). Le loro tele, di carattere prevalentemente narrativo, sono trattate con estremo realismo e senza nessun intento retorico. La loro distanza dalle regole classiche della composizione e la scelta di temi umili e popolari procurò loro non poche critiche, ma non mancarono gli estimatori, che ricercavano proprio quella freschezza, quella scelta di temi aneddotici e quella maestria nel dosaggio di luci ed ombre.

Il Settecento vede la definitiva consacrazione del genere della pittura di paesaggio. È questo infatti il secolo in cui nasce e si sviluppa il Grand Tour. Considerato come una tappa fondamentale della formazione dei giovani rampolli della borghesia e dell’aristocrazia europea, si sviluppa attraverso un percorso ben definito che porta a toccare le più importanti città italiane, da Firenze a Venezia, da Siena a Napoli, fino ad arrivare, in qualche caso, addirittura in Sicilia.
Roma costituisce tuttavia senza dubbio il richiamo maggiore, la tappa centrale del tour. Non è un caso che i tanti diari di viaggio che da quel momento si diffondono velocemente in tutta Europa si dilunghino soprattutto sulla descrizione della città eterna e della campagna che la circonda, che appare sempre come un luogo incantato e pittoresco, foriero di ispirazione anche per Goethe, forse il più noto gran turista dell’epoca: “Il luogo è delizioso, il paese giace su un colle, o meglio su un monte, e al disegnatore si scoprono ad ogni passo i soggetti più splendidi: si vede in basso Roma e più lontano il mare, a destra i monti di Tivoli e via dicendo…Già da due giorni ci aggiriamo in questo luoghi e troviamo sempre qualcosa di nuovo e di incantevole […]. Appena la prosperosa ostessa ha posato sulla nostra grande tavola rotonda il lume d’ottone a tre becchi e ci ha augurato felicissima notte, facciamo tutti cerchio e tiriamo fuori i fogli che abbiamo disegnato o schizzato durante il giorno”.
La volontà di portare con sé, una volta tornati in patria, un ricordo del viaggio, spinge alcuni artisti a specializzarsi verso dipinti di formato medio-piccolo, quindi facilmente trasportabili, che ritraggono la campagna laziale o Roma stessa, con una predilezione particolare per le vedute di rovine, vere e false che siano (quest’ultimo è il caso del cosiddetto capriccio, che consiste nell’unire, su di una stessa tela, edifici distanti tra loro o addirittura inventati di sana pianta). Molto attivi in questo genere sono gli italiani Paolo Anesi (1697-1773), che in qualche caso si avvicina molto al vedutismo di Gaspar van Wittel, e Giovan Battista Busiri (1698-1757), che si dedica soprattutto a singoli monumenti, al cui fianco compaiono sempre piccole figure in abiti popolari.

Ancora nella prima metà dell’Ottocento Roma rappresenta un centro artistico di notevole importanza, anche per la presenza di numerose accademie, pubbliche o private, e per l’organizzazione di concorsi e mostre d’arte. Si assiste in questo periodo alla nascita di una nuova sensibilità e di un nuovo gusto, che privilegia la pittura eseguita en plein air e che riproduce quindi in maniera scrupolosa quello che il pittore si trova davanti, senza necessità di successivi ritocchi eseguiti al chiuso dello studio.
Protagonisti indiscussi di questo periodo sono i francesi Camille Corot (1796-1870), Pierre Henri Valencienne (1750-1819) e François-Marius Granet (1775-1849), attratti soprattutto dalla luce calda dei tramonti della campagna che continuerà, anche nella prima metà del Novecento, ad attrarre artisti da ogni parte d’Europa.

 

Dettagli

DIDASCALIE IMMAGINI

  • Philipp Peter Roos
    detto Rosa da Tivoli (1657-1706)
    Paesaggio nella Campagna Romana
    olio su tela
    Collezione privata
  • Pietro Domenico Olivero
    (1672ca.-1755ca.)
    Scena pastorale tra rovine antiche
    olio su tela
    Roma, Antichità Alberto Di Castro
  • Paolo Anesi
    (1697-1773)
    Porta Portese, i cantieri navali di Clemente XI
    olio su tela
    Collezione privata


IN COPERTINA
(un particolare)
Charles Coleman (1807-1874)
Mandria sul Ponte Milvio, 1873
olio su tela, Roma, Paolo Antonacci 



Catalogo: De Luca Editore

Mappa

Dove e quando

La Campagna Romana dai Bamboccianti alla Scuola Romana

  • Fino al: - 14 Febbraio, 2010
  • Indirizzo: Complesso del Vittoriano, Salone centrale, VI Di San Pietro In Carcere, Roma

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