La caccia
di // pubblicato il 20 Novembre, 2009
Bubber Reeves, interpretato da un giovanissimo Robert Redford a inizio carriera, fugge dal carcere dove era detenuto per piccoli furti ma fa lo sbaglio di evadere con un pericoloso assassino che lo pianta per strada col cadavere di un commesso viaggiatore a cui ha rubato l’auto. Il giovane in fuga vorrebbe raggiungere il Messico ma l’errore di un treno sbagliato e l’inconscio quanto insopprimibile desiderio interiore di tornare alla piccola cittadina del Texas dove è nato, dove vive sua moglie e dove in fondo sta tutto il suo mondo lo riportano inevitabilmente verso casa.
Ma la notizia dell’omicidio che a lui viene attribuito a causa delle impronte digitali sul corpo della vittima lo precede nel paese scatenando l’euforia collettiva e la conseguente caccia all’uomo dell’intera popolazione annoiata da una vita di provincia troppo tranquilla e sempre uguale a sé stessa.
Tratto dall’omonimo romanzo di Horton Foote, La caccia è prima di tutto un ritratto impietoso e disilluso della natura umana rappresentata nei suoi molteplici aspetti attraverso diversi personaggi, dal petroliere miliardario che pensa di poter comprare anche la Legge con il suo denaro alla madre dell’evaso angosciata dai sensi di colpa per tutti gli errori che hanno segnato la strada del figlio, dall’inetto direttore di banca succube di una moglie ambiziosa e adultera al cittadino timorato di Dio sempre pronto alla delazione e incurante delle conseguenze delle sue azioni. Ad aggiungere un ulteriore elemento di rabbia e iniquità la questione nera della segregazione razziale ancora attualissima nel 1966 quando il film uscì sugli schermi.
In questo campionario assortito di bestie umane si staglia la figura dello sceriffo, un grande Marlon Brando, impegnato a portare avanti i suoi alti ideali ma consapevole dei danni che il tedio e la voglia di trasgressione del sabato sera generano nella popolazione annoiata quando si unisce in branchi in cerca di un diversivo.
La mania ancora attuale e tutta americana del cittadino che vuole farsi giustizia da sé con le armi di famiglia così tristemente diffuse negli States esplode incontrollata. Mania spesso alimentata anche da tanto cinema che veicola le idee, basti pensare a tutti i thriller americani che finiscono invariabilmente con i protagonisti che uccidono il cattivo che minacciava le loro vite senza l’aiuto della polizia che arriva sempre in ritardo a confronto con i film europei in cui volendo affermare la legittima supremazia dello Stato sono le forze dell’ordine a giungere sul finale come la cavalleria in soccorso del protagonista in pericolo.
E’ un mondo senza legge quello descritto con disillusione e realismo da Horton Foote, dove la stupidità regna sovrana e la crudeltà collettiva innesca un esplosivo corto circuito che va oltre le regole del vivere civile. E’ un mondo senza Dio evocato solo dalle vuote preghiere della bigotta del paese pronunciate per assuefazione, efficace rappresentazione della stupidità del bene che quando non è supportato da concreta convinzione e impegno ma solo da automatismi indotti per inseguire uno sterile modello educativo si nutre di frasi fatte e vive di luoghi comuni tenendo ben a distanza ogni attività cerebrale di discernimento o coinvolgimento reale.

La caccia nonostante un cast incredibile che comprende, oltre a i già citati Marlon Brando e Robert Redford, anche Jane Fonda, Angie Dickinson, James Fox e Robert Duvall, è un film dimenticato che inspiegabilmente non appare mai nelle classifiche dei classici di tutti i tempi che ogni tanto vengono stilate. Come del resto dimenticato è il grande regista Arthur Penn autore anche di titoli come Anna dei miracoli, Gangster Story, Missouri o Il piccolo grande uomo.
La caccia resta a mio parere un film immortale proprio per la sua capacità di ritrarre la società brutale e competitiva in cui anche adesso viviamo, il vuoto di valori di cui prendiamo consapevolezza solo quando la cronaca nera ci costringe a riflessioni che spesso sono troppo brevi e liquidate con facilità sulla violenza latente che abita le nostre città a tutti i livelli sociali e che solo con una maggior diffusione di cultura, arte e consapevolezza interiore degli individui potrebbe essere arginata.