La breve stagione del Liberty a Firenze
di // pubblicato il 12 Agosto, 2010
La prima costruzione del centro storico che accoglie il nuovo stile floreale, ovvero il cosiddetto Liberty, è la casa Paggi, situata tra via Brunelleschi e via de’Pecori; è una precoce inserzione di un linguaggio così innovativo, che trova inoltre una sistemazione centrale nel tessuto urbano cittadino di nuova riqualificazione.
L’architetto Giovanni Paciarelli costruisce nel 1903 la palazzina, dove trovano sede i “Grandi Magazzini, all’Industria Inglese, Pola e Todescan”, rinnovando il suo linguaggio forse grazie all’apporto del suo giovane assistente, Giovanni Michelazzi, appena uscito dall’Accademia.
Le decorazioni di facciata, con ceramiche eseguite dalla manifattura Cantagalli di Firenze, i ferri battuti delle officine Michelacci di Pistoia e le protomi dal volto di donna, caratterizzano l’edificio; le caratteristiche dello stile secessionista austriaco sono accompagnate dai mattoni in terracotta a vista, che creano un cromatismo suggestivo.
Le critiche saranno molte (Camillo Boito la definirà “un pugno in un occhio”), ma nel giornale “L’Arte decorativa Moderna” la casa Paggi viene definita “una sfida alle abitudini locali”.

L’idioma liberty-floreale quindi trova una grande diffusione fra gli artisti e artigiani, capaci di produzioni di altissimo livello qualitativo nel campo della grafica e delle arti applicate, ma viene guardato con estrema diffidenza in l’architettura. L’architetto Giovanni Michelazzi sarà l’unico a proseguire questa strada, facendo spesso i conti con aspre critiche e incomprensioni.
Le nuove zone di espansione della città, dove si stava affermando la nuova tipologia del villino, diventeranno però le uniche in cui sperimentare questo stile, con un’unica incredibile eccezione nella storica Borgo Ognissanti, dove costruisce la Casa- Galleria.

I villini che costruirà sorgono nei quartieri ottocenteschi di espansione della città, come quello a tergo di piazza Beccaria, caratterizzato fortemente da questa tipologia abitativa del primo Novecento e scelto da molti artisti fiorentini, come Galileo Chini, per le loro residenze-studio.
In viale Mazzini viene edificato il villino Ventilari nel 1907, distrutto nel 1959-61, poi il villino “La Prora” in via Guerrazzi, anch’esso distrutto dopo il 1955; del 1907 è il villino Ravazzini, in via Scipione Ammirato, strada nella quale costruirà nel 1910-11 il suggestivo villino Broggi, considerato il suo lavoro più compiuto insieme alla casa -galleria di Borgognissanti. Degli stessi anni è il progetto per i villini Lampredi in via Giano della Bella.
Per l’eccentrico architetto Michelazzi, il villino Broggi sarà la prima possibilità di progettazione completa di una spazio liberty, in cui la morfologia della facciata è una chiara rispondenza della conformazione interna e la decorazione è integrata perfettamente al partito architettonico.
L’impianto trapezoidale si sviluppa intorno ad una scala elicoidale, coperta a cupola e illuminata da una lanterna colorata, montata su una struttura in ferro a forma di un grande ragno; la ringhiera ha la forma di drago e figure femminili danzanti di Galileo Chini completano la decorazione della cupola e delle pareti della stanza ottagonale. All’esterno quest’ultima si espande in un bovindo a torretta angolare concluso da una terrazza, a cui risponde sull’angolo opposto un balcone (piano primo), raccordato con colonnine al tetto. All’esterno, festoni in ceramica verde si inseriscono fra la muratura grigia dell’intonaco (settori angolari) e le specchiature in laterizio, che riempiono i fantasiosi spazi creati dalle cornici marcapiano e i loro raccordi. Sulla soggetta, impreziosita dai tralci in ferro battuto e dalla ringhiera, il festone di ceramica reca la scritta ERECTUM MCMXI ARCHITETTO MICHELAZZI.
Salvato dalla distruzione, destino comune ad altri villini del quartiere, dal soprintendente Procacci nel 1962, è stato oggetto di un restauro ulteriore in questi ultimi anni.
La coerenza del pensiero architettonico di Michelazzi si riscontra anche nella palazzina in via Borgognissanti, progettata nel 1911; costruita al posto di un immobile di fine ottocento destinato a scuderia e demolito nel 1910, diventerà la casa di Michelazzi intorno al 1913-14. Solo recentemente è stata ridata la paternità dell’edificio a Michelazzi, grazie alla testimonianza della sorella e alle ricerche critiche di Cresti.
L’edificio è stretto fra due costruzioni precedenti, ma denso di elementi liberty, che sfruttano l’accentuato verticalismo per sottolineare la doppia funzione del palazzo. I primi due piani sono pensati per uno spazio commerciale, i tre piani superiori sono dedicati all’abitazione. Questa differenza tipologica è evidenziata dall’ampia vetrata del piano terra che si raccorda con la parte superiore grazie ad elementi plastici che ben si accordano al carattere commerciale ed espositivo.
La parte superiore ha una parte centrale finestrata a tutta altezza e tripartita da sottili segmenti verticali, che diviene curvilinea alla sommità; lateralmente due lesene piatte delimitano il fronte e terminano in due draghi avvolgenti e una gronda aggettante.
Il rivestimento è in pietra artificiale è modellato in modo raffinato, dove trovano anche spazio due nudi maschili con ghirlande vegetali ai lati dell’ingresso. Due draghi alati sorreggono al primo piano lampade in ferro battuto.
La strana architettura nel centro storico della città sollevò moltissime critiche; il quotidiano La Nazione del 22 gennaio 1912 la definisce “sacrilega” in una città dove il “gusto e l’arte era campione”.
La stagione liberty è già verso la sua fine, ma Firenze continua nel suo ostracismo verso il nuovo; Michelazzi, solitario, fuori dalle norme, rimarrà sempre coerente al suo credo progettuale, non adeguandosi per inseguire facili successi. “Alfiere del modernismo”, ha lasciato a Firenze testimonianze molto alte di questo stile, divenendo uno dei migliori interpreti della ricerca liberty; ma al ritorno dal conflitto mondiale il clima in cui aveva operato non era più lo stesso e la sua stessa vita lavorativa non avrà più la stessa vena.
Il sentimento di inadeguatezza e le delusioni familiari lo porteranno al suicidio il 24 Agosto 1924.