La ricerca del Suono nell’Art Ensemble of Aka Trio
di // pubblicato il 29 Gennaio, 2012
Ne La Sagra della Primavera Igor Stravinskij affida l’avvio della sua ancestrale visione ad una melodia popolare che - giungendo da lontano come evocata - ci conduce nella Russia primitiva e pagana. Allo stesso modo, suscitando qualcosa che fa riaffiorare ricordi primigeni, l’Aka Trio (formato da Stefano Maltese ai sassofoni e al flauto, Pino Guarrella al contrabbasso e Antonio Moncada alla batteria) ha introdotto all’ascolto il proprio pubblico intervenuto il 10 gennaio 2012 a Carlentini per il secondo appuntamento della rassegna Musicascolto che andrà avanti fino al 3 Aprile.

Quello che era nato dando la suggestione dei rarefatti suoni dell’orchestra hayashi, fatti di secche percussioni e di flauto acuto e indipendente, cresce di intensità fino a consolidarsi in un potente riff nello stile perentorio dell’Art Ensemble of Chicago; poi la corsa si estingue di nuovo in un’atmosfera da musica di matrice ʿeurocoltaʾ, puntinistica e dodecafonica. Un motivo - che finge di nascere estemporaneamente come dal nulla - fa capolino e si articola fino a costituire una nuova idea tematica sostenuta dal contrabbasso e anticipata dalla batteria che, più che assecondare i voleri del solista, li precede mostrando l’assoluta consapevolezza, maturità e confidenza di una formazione che suona insieme da circa trent’anni. La tensione monta, in questo continuo effetto emotivo ʿa elasticoʾ, fino a sfociare in una grande orgia sonora tipica della musica di Ornette Coleman e Charles Mingus.
L’improvvisazione e la scrittura si confondono e si mescolano cancellando i rispettivi confini. Per ottenere un simile risultato di morbida sfumatura è necessario che il solista possieda una totale compenetrazione nel volere del compositore; in questo caso tale processo è semplificato dalla compresenza delle due figure nella persona di Stefano Maltese, autore di quasi tutto il repertorio ascoltato durante il concerto.
La New Thing e il Free Jazz cantano nella loro declinazione più ʿneraʾ e istintuale; l’Art Ensemble of Chicago resta un chiaro punto di riferimento, tanto da indurre Stefano Maltese ad omaggiarne il contrabbassista Malachi Favors, scomparso nel 2004, nella composizione Malachi Maghostut.
Il bis, richiesto con entusiasmo, ci conduce nelle sonorità dell’altro nume tutelare della formazione: Thelonious Monk. Come Mingus aveva evocato il fantasma di Charlie Parker nell’introduzione di Reincarnation of a Lovebird citando brevi frammenti tematici, così Stefano Maltese, in sassofono solo, richiama in vita Monk inserendo nella propria improvvisazione brevi lacerti tratti dai temi più noti del pianista. Il tutto sfocia in una appassionata e sentita ‘Round Midnight, esasperata nelle sue componenti bluesy fino a diventare un angosciato pianto da beatnik.

Il suono è inteso dall’Aka Trio nella sua più complessa identità. Non si ricerca il ʿbel suonoʾ nel senso tradizionale dell’espressione ma il ʿsuono adattoʾ; il suono più spontaneo, genuino, sincero per esprimere un sentimento, per condividere l’interiorità. Grande è a questo scopo la ricerca compiuta dai tre strumentisti: Pino Guarrella negli assolo fa cantare il suo contrabbasso come un rauco violoncello; Antonio Moncada sfrutta tutte le tradizionali sonorità della batteria e riesce a spingersi oltre quando, chino sul rullante, fa vibrare la cordiera cantando sulla pelle; Stefano Maltese conferisce al sassofono tenore un timbro potente, al soprano invece uno nasale che ricorda lo shanai indiano. Il suono è ʿpiegatoʾ, mai perfettamente intonato, sardonico; ricorda Archie Shepp, Albert Ayler e Roscoe Mitchell nella ricerca di una relazione con la spazialità dell’ambiente nel quale si propaga. Il flauto, suonato secondo le tecniche più moderne, riporta alla mente Roland Kirk (che della ricerca sul suono fece una bandiera), Eric Dolphy e - seppur molto meno - Jeremy Steig. Non mancano ovviamente gli effetti sonori resi dal moderato uso di sonagliere e percussioni da parte di Antonio Moncada e di strumenti a fiato non usuali (come il whistle irlandese) utilizzati da Stefano Maltese.
Per un pignolo addetto ai lavori il concerto dell’Aka Trio potrebbe apparire anacronistico, ancorato a stilemi in voga tra gli anni Sessanta e Settanta. E in effetti così è. Ma si può parlare di anacronismo se queste idee - che innovano il jazz tradizionale portandolo ad un nuovo livello intellettuale - non sono ancora state recepite dalla maggioranza dei musicisti siciliani? Non è forse più anacronistico pretendere di mantenere il jazz incatenato alle sonorità degli anni Quaranta e Cinquanta? Non è addirittura disonesto farlo per sottaciute logiche di mercato? Per evitare la trappola del jazz ingessato nel mero intrattenimento è necessario assistere a concerti come questo del pandit Maltese e del suo Aka Trio.