“La pittrice eroina”

di Elisabetta Morici // pubblicato il 26 Settembre, 2012

Quando, nel 1678, Carlo Cesare Malvasia scrive queste parole per descrivere la bolognese  Elisabetta Sirani (Bologna 1638-1665), lei è già morta da più di dieci anni. A soli ventisette anni probabilmente un attacco di peritonite l’aveva uccisa, anche se per molto tempo si favoleggiò di un suo decesso per avvelenamento. Durante il suo funerale civile Giovanni Luigi Picinardi la decantò come «la gloria del sesso Donnesco, la Gemma d’Italia e il Sole della Europa»: la sua fama era all’apice, a capo di una sua bottega, professoressa all’Accademia d’arte di San Luca a Roma e fondatrice di una scuola di pittura per sole donne.

La sua fama durante la sua vita fu vera, ma non è caduta  nel dimenticatoio, tanto che anche in anni recenti la sua città le ha dedicato una superba mostra durante l’inverno 2004-2005 intitolata appunto Elisabetta Sirani “pittrice eroina”, 1638-1665.  Molti sono gli studi pubblicati su di lei, a cominciare da quello di Andrea Emiliani del 1959, poi con Fiorella Frisoni nel 1978, e i più recenti di Adelina Modesti. Del resto, il successo che ebbe in vita le diedero da subito un ruolo primario nella storia dell’arte, diventando l’artista donna più quotata e celebrata di Bologna, richiesta da committenti di chiaro gusto come il cardinale Leopoldo de’Medici. Il suo funerale nel 1665 fu uno dei più grandi, con tanto di enorme catafalco, e la sua sepoltura fu accanto a Guido Reni nella cappella Guidotti in San Domenico, a sottolineare l’uguaglianza fra i due artisti. La sua storia si lega con quella del Reni perché suo padre, Giovanni Andrea Sirani, è stato il più importante allievo di Guido. Fu naturalmente suo padre Andrea il maestro di Elisabetta, che dopo molta esitazione acconsentì ad insegnare l’arte del suo vecchio professore alla figliola. E’ possibile tracciare la carriera di Elisabetta anno dopo anno, a cominciare dall’età di diciassette anni, grazie ad una dettagliata Nota delle pitture che lei stessa ha compilato e che ci è stata tramandata dal Malvasia, dove possiamo leggere che ha realizzato, durante la sua breve vita, circa duecento dipinti. La sua arte particolarmente virtuosa si è espressa con un linguaggio barocco alto ed erudito, con colori raffinati dal chiaroscuro ricercato. Pennellate veloci, sicurezza del segno, impasto fluido e tocchi brevi, le sue opere venivano ricercate dai più grandi collezionisti del Seicento, portando la scuola bolognese ad un classicismo forse mai raggiunto fino ad allora. La sua figura fu quasi mitizzata già durante la sua vita, vista come una donna perfetta, o meglio una gentildonna  devota all’arte ed alla famiglia, senza alcuno scandalo almeno fino alla sua improvvisa dipartita, che venne dai suoi intimi considerata il risultato di un complotto contro di lei.

Anche la sua vita artistica, come per le altre donne- artista del passato,  fu gestita in modo oculato dal padre  e dagli agenti, creando una sorta di imprenditorialità artistica che veniva anche facilitata dalla grande velocità di esecuzione di Elisabetta, capace di realizzare in una sola seduta un ritratto a mezzo busto.  Intorno al 1660 cominciò infatti a specializzarsi in pitture di piccole dimensioni conosciuti come quadri da stanza  che rappresentavano Madonne con Bambino o Sacre Famiglie, con l’accento posto sul dato emozionale e sentimentale. Altri soggetti iniziali furono anche le sacre conversazioni , dove la simbologia viene rappresentata sempre in modo familiare e a volte giocoso. Questo le porterà immediata popolarità fra diverse categorie di collezionisti, dai mercanti ai nobiluomini bolognesi, fino a raggiungere le famiglie aristocratiche quali i Medici o i Farnese. Ecco che comincia ad interessarsi ai temi delle eroine del passato, spesso anche con soggetti non così usuali ma che lei conosceva bene dalle letture fatte nei molti libri della biblioteca paterna. Dal 1663 il suo stile si arricchisce di contrasti luministici e di effetti dell’illuminazione artificiale, forse derivato da un approfondito studio dei lavori del Guercino, con pennellate sempre più dense e colori brillanti ed intensi, come nel dipinto con Portia che ferisce la sua coscia, ora conservato in una collezione privata a Houston, Texas.  Eroine che volevano essere un modello di virtù quali la forza od il coraggio, solitamente patrimonio della sfera maschile.

Il maggior guadagno le veniva dalla scuola di pittura che aveva fondato e nella quale hanno studiato anche le sue sorelle Barbara e Anna Maria, e dalla quale sono uscite pittrici che hanno poi lavorato con l’arte durante la loro vita. Molti dei suoi quadri, invece, venivano  pagati con preziosi doni, quasi a voler sottolineare che c’era ancora un’idea di sconvenienza per una donna nel guadagnare denaro dal proprio  lavoro! I regali erano quindi molto importanti: ne è prova  la dettagliata Nota delle Pitture scritta dalla pittrice dove descrive una croce in argento con 56 diamanti che le era stata mandata dal Cardinale Leopoldo de’Medici in cambio del suo dipinto Carità, Giustizia e Prudenza del 1664. I suoi dipinti erano quotatati molto più di quelli di artisti quali Guercino, come sappiamo da alcuni inventari di collezionisti bolognesi, e questo ci fa comprendere perché fu pubblicamente riconosciuta dai colleghi e dai critici come un “virtuoso” al femminile, dotata di genio artistico e inventiva, qualità considerate assolutamente  superflue per una donna! L’importanza di Elisabetta è stato quindi molteplice, poiché oltre ad aver accresciuto l’importanza artistica della scuola bolognese del Seicento, ha dato prova di una personalità femminile di grande forza ed  ha offerto un modello alternativo a molte giovani che hanno visto in lei, una donna, il loro mentore.

 

Dettagli

Didascalie immagini

In copertina:
Elisabetta Sirani, L’eroina Portia che si ferisce una coscia, 1664, particolare
Miles Foundation, Houston

  • Elisabetta Sirani, Autoritratto, 1660 circa, California State Polytechnic University, Pomona
  • Elisabetta Sirani, L’eroina Portia che si ferisce una coscia, 1664, Miles Foundation, Houston
  • Elisabetta Sirani, Giuditta con la testa di Oloferne, 1658, Burghley House, Stamford