La pelle che abito
di // pubblicato il 07 Ottobre, 2011
Quanto sia lecito recensendo film raccontarne la trama, e fino a che punto, è questione sempre aperta. Io credo si dovrebbe avere sempre rispetto per il lettore che non ha ancora visto il film e scriverne il meno possibile.
Di più, è mio costume fornire solo informazioni che appartengono ai primi minuti rispettando l’approccio narrativo dell’opera, magari indugiando in dettagli per illustrare un contesto senza svelare il racconto.
L’ultimo film di Pedro Almodóvar è uno di quelli di cui è meglio sapere il meno possibile entrando in sala, non saperne affatto sarebbe condizione ideale.
La pelle che abito è una storia di sopravvivenza, ma anche il racconto di una vendetta crudele inflitta per punire una violenza che forse non c’è mai stata. Un chirurgo plastico di fama, la sua strana governante e la donna prigioniera tra le mura del suo palazzo sono i personaggi principali di una trama a incastro piena d’imprevedibili colpi di scena.
Il film è ispirato al romanzo Tarantola scritto da Thierry Jonquet, ma in realtà ne mantiene solo un ristretto nucleo centrale intorno a cui è stata costruita la sceneggiatura nella quale Almodóvar gioca con generi diversi, soprattutto thriller e horror, per confezionare un opera cupa e spietata.
A temi ricorrenti nell’intera filmografia del regista spagnolo, come il rapporto tra madre e figlio o la ricerca della propria identità sessuale, si sommano rimandi cinematografici e pittorici, grandi riproduzioni di opere da Tiziano a Rubens arredano El Cigarral, la casa dove si svolge la maggior parte della storia, muovendo una riflessione sul ruolo contemporaneo dell’opera d’Arte.
Realizzare piccole bambole di stracci per sopravvivere in cattività rappresenta il potere salvifico della bellezza, l’opera d’Arte diventa mezzo attraverso cui affrancarsi dalle brutalità del mondo.
Emerge nella pellicola anche un atteggiamento critico verso la chirurgia plastica e l’abuso che se ne fa oggi, il dottor Robert Ledgard è di nazionalità brasiliana perché la sua mancanza di scrupoli è frutto di un’educazione lontana da quella spagnola, basata sul senso cristiano del peccato.
La vita è un percorso che corre in una sola direzione senza possibilità di tornare indietro, l’irreparabile crudeltà di un destino imposto da altri diventa dolorosa metafora dello scorrere esistenziale che non può essere fermato, anche quando il cambiamento fa intravede il sopraggiungere della fine non c’è alcun modo d’arrestare la caduta.
La pelle è l’organo più esteso del corpo umano, quello che mostra le emozioni, protegge dall’esterno e allo stesso tempo è il mezzo attraverso cui stabilire il primo contatto con gli altri. Gli eventi costringono a volte a dover cambiare pelle, ma l’identità è qualcosa di profondo, intimo e incancellabile che sopravvive al mutamento. Il personaggio protagonista dovrà trovare la forza e il coraggio per vivere in qualche modo la pelle che abita anche quando non sa più riconoscersi davanti allo specchio.
Innumerevoli specchi popolano il film, come gli schermi di telecamere a circuito chiuso che rimandano ogni attimo puntualmente registrato. Viviamo in un mondo intasato da milioni di immagini, la moderna tecnologia ha reso attività quotidiana la ripresa dei momenti più banali delle nostre esistenze, siamo al punto che abbiamo bisogno di filmare la vita per renderla concreta, riproducendola ossessivamente su uno schermo che ce la restituisca “arricchita” di senso.
Antonio Banderas torna a lavorare con Almodóvar dopo più di vent’anni da Legami dando vita a un personaggio spietato e calcolatore, Marisa Paredes, diretta per la quinta volta dal regista della Mancha, incarna l’ambigua complicità della governante Marilia.
Elena Anaya regala al personaggio di Vera una sconcertante fissità espressiva più lancinante di qualsiasi grido, in cui soltanto gli occhi tradiscono un orrore impossibile da cancellare.
Non manca la nota surreale tipica dello stile Almodóvar rappresentata dal personaggio del Tigre, che appare improvviso e altrettanto repentinamente scompare dopo aver fatto da catalizzatore alle pulsioni sopite di Robert, emerse nell’erotismo di un respiro ma mai esplose fin lì.
Nonostante sia denso di rimandi cinematografici che vanno da Hitchcock a Buñuel, da Fritz Lang a Georges Franju, La pelle che abito è un ibrido che non appartiene a nessun genere preciso, certo meno riuscito di Tutto su mia madre che resta il punto più alto della filmografia almodoraviana, forse anche meno toccante del precedente Gli abbracci spezzati, ma determinato come il demone di cronenberghiana memoria1 a entrarti sotto la pelle.
1 Il demone sotto la pelle (The parassite murders, Canada 1975) di David Cronenberg