Dalla grande Isadora Duncan: la danza del Pompidou
di // pubblicato il 30 Gennaio, 2012
Lo scorso 23 novembre è stata inaugurata al Centre Pompidou di Parigi la mostra Danser sa vie, che si interessa dei rapporti tra la danza e le arte visive. Curata da Christine Macel e Emmanuel Vigne, sarà in programma sino al 2 aprile.
Il titolo dell’esposizione viene da una frase della grande Isadora Duncan, che nel 1928 scrive: “La mia arte è uno sforzo per esprimere tramite gesti e moti la verità del mio essere (...) Non ho fatto altro che ballare la mia vita (danser ma vie)”.
Scriveva ancora la Duncan che la danza è in qualche modo un olocausto, un sacrificio che consuma energia e che, a differenza delle altre arti, non dà niente in cambio. Nessuna traccia, “niente tranne quell’attimo unico e sfuggente nel quale si sente di vivere”.
Questa peculiariità della danza è anche il motivo che rende così difficile qualsiasi esposizione incentrata su di essa, poiché la sua sostanza consiste nel suo farsi. In particolare le traccie filmate, a cui la mostra dedica ampio spazio, procurano una esperienza molto attenuata rispetto allo spettacolo vero e proprio. Suggestivi gli altri materiali presentati: pezzi creati appositamente per il video, opere dal vivo, sculture e pitture, fotografie, notazioni scenografiche, ecc.

La mostra si apre con un dispositivo che secondo i curatori è “programmatico” della loro volontà di affrontare quel problema che si pone ad ogni discorso museale sulla danza: nella prima sala vengono messe a confronto La Danse, monumentale collage che realizzò Matisse per il frontespizio del museo d’arte moderna di Parigi – quindi un’ opera dallo specifico valore simbolico per l’arte novecentesca; la performance di Tino Sehgal, Instead of allowing some thing to rise up to your face dancing bruce and dan and other things – opera dal vivo che ci mette subito di fronte all’inevitabile fisicità del ballo e In the palace di Daria Martin, filmato nel quale vengono evocate le grande figure della danza novecentesca in una serie di piani dove si muove solo la camera e i protagonisti invece rimangono fissi.

Saranno tre gli assi – il dialogo tra danza e immagini, l’irrinunciabile corporeità e la ripresa creativa della tradizione – a sostenere il percorso ulteriore attraverso il Novecento, il secolo che ha visto l’affermazione di una cultura nella quale il ballo – dalle sceneggiature iconiche ai tentativi d’avanguardia, dai teatri classici alla cultura di massa – diventa un fenomeno sempre più quotidiano e banale.
E’ soprattutto la terza di queste opere d’introduzione, che a causa della sua lentezza all’inizio non colpisce lo spettatore in modo particolare, a rivelare poi la problematica centrale dell’intera mostra: queste figure iconiche sono vive o sono solo delle statue di un passato ormai chiuso? Una volta passato il loro “sfuggente” attimo d’incarnazione, cosa rimane?

La prima sezione, La danza come espressione del sè, si interroga sull’emergenza, nella danza libera staccata dalla classicità del ballet, di un nuovo genere di soggettività. La figura di Isadora Duncan e la sua influenza sugli artisti del tempo occupa ovviamente molto spazio, ma lo stesso vale per quella di Nijinski, la cui interpretazione del Prelude à l’après-midi d’un faune diede alla danza una nuova spinta, che prosegue fino a Pina Bausch.
L’altro filone di questa prima parte è più teorico e va da François Delsarte a Rudolf von Laban e la sua discepola Mary Wigman, principali esponenti della nuova concezione del corpo e del suo movimento sviluppata dalla danza novecentesca.

La seconda sezione, dedicata ai rapporti tra Danza e astrazione, parte dai ballets cinétiques di Loïe Füller. Si incentra poi da una parte sui lavori dei futuristi Gino Severini e Fortunato Depero e degli azionisti russi, e dall'altra parte sulle riflessioni di Kandinsky e sull'influenza che ebbero su Von Laban.
Questa radicale geometrizzazione culmina nel Ballet triadique di Oskar Schlemmer, i cui costumi troneggiano orgogliosamente sul piedistallo centrale della sala dedicata dedicata al Bauhaus.
La terza sezione si interessa a Danza e performance, partendo delle esperienze dadaiste di Sophie Taeuber-Arp, Mary Wigman, Emmy Hennings o Suzanne Perottet.
Ampio spazio viene anche dedicato a Merce Cunningham e John Cage al Black Mountain College, che ebbero grande influenza sulla costellazione di artisti che li frequentarono, come Andy Warhol e Robert Rauschenberg.
Mentre le prime due sezioni indagano di più sulle reciproche influenze tra danza e immagini, la terza ci presenta molte opere al confine tra le discipline, e che si possono difficilmente definire soltanto come danza o arte visiva o performativa. Esemplari di questa ambiguità sono le donne blu di Yves Klein e la variazione sullo stesso tema da Jan Fabre, o le diverse opere di Trisha Brown che conduce la danza verso ambiti insoliti.

Nel suo insieme questa monumentale retrospettiva è un successo. L’enorme quantità di opere eterogenee, che ho necessariamente dovuto sfoltire in questo articolo, ci lascia la prima volta un po' in uno stato di confusione. Ci vuole infatti più di una visita affinché ognuno stabilisca i propri personali percorsi tra le opere, ma dal tempo così “perso”, in qualche modo conforme alla definizione data dalla Duncan, possiamo capire che ne vale veramente la pena.