La Fondazione Magnani Rocca ospita Toulouse Lautrec
di // pubblicato il 27 Settembre, 2011
Si parlava, tempo fa, durante una cena tra amici, di quanto possa essere importante, se non addirittura fondamentale, partire dall'arte per comprendere la storia sociale di un'epoca o, viceversa, ricondurre alle peculiarità di un determinato periodo storico le motivazioni profonde per cui la dimensione artistica abbia preso una direzione piuttosto che un'altra. Per quanto questo tipo di considerazione possa apparire scontato, non lo è invece il tentativo di leggere il lavoro degli artisti secondo questa ottica, ampliando da un lato le prospettive culturali e innescando dall'altro una serie di riflessioni
certamente più stimolanti di un semplice giudizio estetico del genere “mi piace/ non mi piace”.
Cosa pensare allora se in una giornata di fine estate ci si trova a visitare una mostra come quella dedicata a Henri de Toulouse-Lautrec alla Fondazione Magnani Rocca?
Sicuramente artista di cui molto è stato detto e scritto, in grado di raggiungere con l'immediatezza del suo linguaggio anche chi non è propriamente un habituè di mostre e spazi dedicati all'arte, Lautrec si distingue come acuto e sottile nel cogliere con ironia i vizi e le virtù del proprio contesto, nonchè fondamentale per avere un fedele spaccato della Belle Epoque.
Siamo nella Parigi a cavallo tra Ottocento e Novecento e la città, non a caso definita La Ville Lumière, è illuminata, a partire dai primi anni Ottanta, dalla luce elettrica; il ferro battuto e le strutture metalliche iniziano a dominare l’ambiente urbano tanto che l’emblema della città diventa tra il 1887 e il 1889 la Tour Eiffel. Indicativo di questo particolare passaggio sono le Expositions Universelles che si susseguono
rimarcando ulteriormente il primato della città in quanto capitale mondiale dell’innovazione, della modernità e della cultura.
L’altro lato della medaglia, invece, sta la dimensione notturna dei cafè, delle case chiuse e dei locali in cui si esibiscono le ballerine: sono soprattutto questi gli ambienti che affascinano Lautrec, forse perchè più “umani”, nonostante l'apparenza.
Sono passati ben centodieci anni dalla morte dell’artista, eppure se il suo lavoro mantiene un’attualità ad oggi inequivocabile lo si deve all’acume pungente che questo attento osservatore ha saputo dedicare alla città.
La mostra a lui dedicata presso la fondazione Magnani Rocca a Mamiano di Traversetolo, curata da Stefano Roffi, presenta una ricchissima selezione di affiches, di opere grafiche, pubblicitarie e pittoriche che ben riassumono l’iter dell’artista evidenziando le tendenze socio-culturali dell’epoca.
E’ dedicata ai dipinti, infatti, la prima sala, in cui opere come il ritratto della Fille Rousse (1886 ca.) e la Messaline (1900- 1901) dialogano con Le Plastrons (1900) di un Pablo Picasso ancora giovanissimo. Il raffronto vuole porre l’accento sull’influenza dell’artista parigino sullo spagnolo, che fin dal suo arrivo a Parigi rimane letteralmente folgorato dalla capacità pittorica e grafica di Lautrec, tanto da diventarne un vivo ammiratore e da ricercarne spesso le affiches sui muri della città.
Un secondo, interessante confronto prende forma, nella sala successiva, con la stampa giapponese Ottocentesca, che visibilmente, in quegli anni aveva penetrato la cultura europea.

E’ proprio alla fine del secolo infatti che vengono pubblicate le monografie di Utamaro e Hokusai e che vengono allestite una mostra di incisioni giapponesi nonchè una mostra monografica dedicata ad Hiroshige; risale inoltre al 1888 la pubblicazione della rivista mensile Le Japon Artistique per mano del critico e mercante d’arte tedesco Sigfrid Bing. Non è un caso quindi che il cosiddetto japonisme, dal design alle arti visive influenzi notevolmente una buona parte degli artisti di quegli anni, tra cui Edgar Degas, Paul Gauguin, Vincent van Gogh, Claude Monet, e Pierre-Auguste Renoir. Diverse le tematiche in questione: dalle cortigiane di Utamaro alle vedute di Hokusai e Hiroshige fino alle scene di vita di Toyokuni, sono presenti in mostra gli artisti più significativi nella scuola nipponica all’interno della produzione di stampe Ukiyo-e; ed è assolutamente affascinante ritovare nel lavoro grafico di Toulouse- Lautrec gli elementi distintivi di questi lavori: dalla tipica stesura del colore à plat fino all’uso di
pattern decorativi, soprattutto nella colorazione degli indumenti, all’utilizzo rigoroso ma al tempo stesso naturale delle linee all’interno della composizione come parti costitutive dello spazio raffigurativo ma anche in quanto elementi fondamentali della grafica che potremmo definire precursori di un modus operandi ancora in uso.
E’ a questo punto che l’attenzione si focalizza sulle affiches che hanno reso immortale l’artista.
C’è da specificare che le creazioni di Lautrec non sono semplici manifesti ma documenti vivaci di una dimensione della Ville Lumière di fine Ottocento, popolata da personaggi grotteschi e caricaturali; malinconici e affascinanti, catturati “dal vivo” dall’artista stesso attivo frequentatore della Parigi che non dorme mai e dei suoi abitanti.
Alla luce di questa considerazione si ritrovano, in effetti, tutti i personaggi dell’ambiente parigino che attraverso precise scelte stilistiche e cromatiche vengono ritratti da uno sguardo penetrante e consapevole. Reine de Joie in primis, (1892 ca.) in cui lo sguardo beffardo dell’artista sembra deridere e compatire al tempo stesso l’uomo visibilmente ricco e non particolarmente avvenente che si accompagna ad una donna giovane e bella, che lo bacia con fare evidentemente non troppo disinteressato... Dai personaggi in quanto simboli viventi di una contemporaneità viziata ai veri e propri protagonisti dei cabaret della Belle Epoque per cui Lautrec ha spesso lavorato nel corso della sua carriera: come l’amico Aristide Bruant, con gli inconfondibili sciarpa rossa e cappotto nero, figura che oggi potremmo definire manager, ma anche attore e titolare di uno dei locali più frequentati di Montmartre.
Oltre all’amicizia con Bruant, Toulouse- Lautrec conosce personalmente anche molte figure femminili della scena parigina che lo apprezzano sia artisticamente che umanamente, come Jean Avril per cui realizza una lunga serie di locandine.
L’attività dell’artista non si esaurisce ovviamente ai manifesti ma si estende anche all’illustrazione di testi, libri d’artista e pubblicità, tra queste, solo per citarne alcune Napolèon (1895), L’Artisan Moderne (1896), la pubblicità per le catene da bicicletta Simpson (1896) nonchè le collaborazioni con la rivista Le Rire tra il 1894 e il 1897.
A conclusione del percorso espositivo, che peraltro include anche un documentario, una sala è consacrata ad un ulteriore confronto: quello con i contemporanei di Lautrec e quindi con i diversi stili dell’epoca nella realizzazione di manifesti pubblicitari. Pur essendo concepita come il punto di partenza verso una considerazione più ampia della tematica legata all’artista, questa sala può anche essere apprezzata anche nella sua valenza di “mostra nella mostra” con un duplice valore legato fondamentalmente alla varietà delle opere esposte.
Sono infatti presenti I maggiori esponenti della Belle Epoque: Paul Bonnard, Jules Chéret, Georges Meunier e addirittura Alfons Mucha uno dei maggiori esponenti dell’Art Nouveau.
Aggiungere altro risulta difficile, se non un appunto sulla splendida ambientazione che ospita la mostra, una villa Novecentesca immersa in un parco popolato da pavoni albini: cornice che se da un lato appare “altro” rispetto alle tematiche vicine all’artista, legate al vita metropolitana; dall’altro permette al visitatore di "staccare la spina" dedicandosi completamente alla scoperta del mondo dipinto da Lautrec e alla comprensione di un’attività grafica nuova per l’epoca e che avrebbe indubbiamente influenzato non solo l’arte visiva ma anche il modo di fare pubblicità e comunicazione.