La caricatura 2/2

di Sara Bello // pubblicato il 03 Aprile, 2011

Come abbiamo visto, la caricatura nasce alla fine del Cinquecento come uno scherzo grafico, e per tutto il Seicento mantiene i connotati di burla e divertissement, una idealizzazione di segno negativo per produrre la “bellezza della deformità”, attraverso uno stile regressivo ed elementare; una compensazione liberatoria, estemporanea e sporadica rispetto all'attività ufficiale, ma ben lontana dall'essere considerata arte in senso stretto: tutto si esauriva nel tempo di una risata.
A partire dal Settecento la caricatura assume invece dei connotati diversi. Essa non era più considerata un esercizio occasionale, ma diventò una pratica sistematica, metodica, e la sua volontà di denuncia si fece marcatamente più evidente. Veniva realizzata e divulgata al di fuori della bottega e  ricorreva ad un grande uso della stampa come mezzo di diffusione. E' per questi motivi che il Settecento è considerato il secolo d'oro per la caricatura.

Ci troviamo sempre a Roma dove, sulla scia di Bernini e delle pasquinate, si era affermata la tradizione della satira sociale, che si prendeva gioco di personaggi altolocati.
Pier Leone Ghezzi è il più importante esempio in tal senso. Figlio dell'artista Giuseppe Ghezzi e pittore lui stesso, ma anche collezionista di opere grafiche, è noto soprattutto per la sua attività di caricaturista. Esegue tantissime caricature, che a ragione possono essere considerate come autentiche fonti per la sua epoca, una cronaca illustrata della società romana della prima metà del XVIII secolo. Alla Biblioteca Vaticana si trova il “Mondo Nuovo”, una raccolta 8 volumi da lui rigorosamente rilegati e firmati, che contengono circa 1200 caricature di sua mano, disposte in ordine alfabetico in base al nome dei personaggi ritratti, e almeno altrettante si trovano all'estero (le fonti parlano di 1500-1600 fogli), anche perché egli era il primo imprenditore di se stesso ed aveva intrapreso una vera e propria attività di vendita di questo genere di disegni. Pier Leone dunque si dedicava a questa attività non più a tempo perso o per semplice gioco, ma con sistematico rigore filologico, ordinando e conservando i suoi fogli, consapevole del loro valore estetico, economico e documentario, immortalando al tempo stesso una divertente parodia della società romana, di cui egli faceva parte e che quindi conosceva dall'interno. Come già per Bernini, anche le sue vittime facevano parte delle persone più in vista del suo tempo, dalla corte pontificia alla società mondana di nobili, eruditi, collezionisti, artisti ed esponenti del mondo dello spettacolo (attori, musicisti e cantanti), ognuno ridicolizzato nelle sue piccole manie.
Le sue caricature trovano un facile collegamento con la cronaca giornalistica dell'epoca: insieme alle ossessioni dei personaggi, esse raccontano arrivi, partenze, pranzi, villeggiature, cerimonie, salotti, amicizie, parentele e svaghi, con notazioni minuziose su costume, moda e arredamento. Ghezzi si prende gioco non soltanto dei personaggi, ma anche dei rituali mondani e degli argomenti effimeri, mascherati sotto i nome di “conversazioni culturali” di quella società, di cui “disegnava l'enciclopedia”.
Dal punto di vista tecnico, il suo stile è veloce ma accurato. Il tratteggio parallelo della sua penna, i personaggi ritratti quasi sempre di profilo con un'espressione fatua e assente, identificati da una breve didascalia, facilmente subito riconoscibile la sua mano. Il suo genere prediletto, dunque, godeva finalmente di piena dignità sia sul piano estetico che contenutistico.
La critica dissacrante che Ghezzi dimostra nei confronti della nobiltà viene scemando quando egli si confronta coi ceti sociali più bassi: pur rimarcando la rozzezza di individui privi di cultura, manca in questo caso l'accanimento, e anzi, dimostra quasi uno sguardo di compartecipazione e compassione nei confronti degli umili.

Spostandoci in ambito veneto, un'operazione molto simile a quella di Ghezzi fu condotta negli stessi anni da Anton Maria Zanetti, erudito bibliofilo, collezionista e disegnatore. Con le sue caricature mette alla berlina gli ambienti colti o presunti tali, ma anche gli ambienti più disparati, in un esilarante spaccato della società veneziana: prelati, attori teatrali, camerieri e gastaldi, amici e colleghi, tra cui il pittore di paesaggi Matteo Ricci, con cui collaborava nel mettere a punto alcune caricature di questi personaggi, che poi ognuno poi schizzava con tecnica e stile differenti.

Nonostante Zanetti abbia eseguito un minor numero di caricature (circa 400 quelle a noi pervenute, di cui 350 alla Fondazione Cini e 48 a Windsor), anch'egli le incollava su album di grande formato e le incorniciava, dimostrando uno spiccato gusto per la simmetria. Inoltre, come Ghezzi, supera il pregiudizio sul genere della caricatura come semplice espressione del comico, e punta sulla sua autonomia, consapevole del suo valore artistico e sociale: seppur con una tecnica meno accurata rispetto a Pier Leone, i suoi schizzi essenziali ricercano comunque l'eleganza della forma, riallacciandosi al brio e al gusto per il capriccio tipici del Settecento veneziano.
Il suo humor rivela aggressività soprattutto nei confronti dell'ambiente del teatro, che allora riscuoteva un grande successo. Come diremmo oggi, il melodramma era allora molto “di moda”, e l'intento di Zanetti consisteva proprio nello smascherare la vacuità di tali momenti, divenuti occasione di puro divertimento e svuotati dal loro valore culturale. Attori che si pongono come primedonne, cantanti come divi del teatro, castrati, ballerine, suonatori, suggeritori, copisti e autori godevano di una popolarità straordinaria, non circoscritta al momento dello spettacolo, anticipando le “star” dei nostri giorni. Anche i loro abiti estrosi e sovraccarichi diventano espressione di cattivo gusto.
Di Zanetti ci sono pervenuti anche alcuni impietosi Autoritratti in caricatura: con uno spiccato spirito autoironico prossimo al sarcasmo, in uno di essi si rappresenta altissimo e magrissimo, simile ad uno scheletro, accanto ad una bara troppo piccola per contenerlo.

Sempre a Venezia e sempre nell'ambito della caricatura del Settecento incontriamo Giambattista Tiepolo, un nome che non ha bisogno di presentazioni per quanto concerne le storie allegoriche dei suoi affreschi, che decoravano le volte dei palazzi dei potenti d'Europa allora in costruzione. Ma a fianco dello stile eroico, Giambattista coltivò in modo sistematico anche quello per la caricatura: più di 300 furono quelle che eseguì durante l'arco della sua vita, soprattutto negli anni '50. Come per Ghezzi e Zanetti, anche per lui il genere godeva di una fisionomia autonoma, e come tale fu raccolto e rilegato, al pari degli altri suoi disegni. Essi hanno infatti la stessa valenza estetica degli studi preparatori ai fini pittorici: numerosi e ricercati i dettagli di questi fogli, e il suo segno volante, elastico e rapido dà vita ad una forma elegante, costruita attraverso le ombreggiature delicate e trasparenti dell'acquerello, con un effetto di grande luminosità.
La sua vis comica colpisce intere categorie sociali. Se finora la satira aveva preso di mira singoli individui esponenti di un particolare ceto, spesso identificati dal nome o dalla didascalia, con Giambattista al contrario ciascuno di essi è inteso come esponente di quella categoria, ridicolizzata in toto, dall'abbigliamento alla postura fino all'espressione: goffi frati, cicisbei, avvocati e aristocratici in manicotti, cappello e baùta (il mantello tipico veneziano che copriva le spalle) non possono che destare il riso al primo sguardo. Tiepolo si burla dei vari “tipi” di personaggi, facendo leva sulle loro debolezze caratteriali o fisiche, introducendo le nuove “tipologie “di ubriaconi, gobbi, adulatori e ghiottoni, attingendo al repertorio dell'intera società che aveva quotidianamente sotto gli occhi.
Spesso questi individui,  rappresentati di spalle o col volto coperto, non sono riconoscibili e mantengono quindi il loro anonimato, fatto importante per la vita libertina della società veneziana, ma al tempo stesso riflessione amara dell'artista sugli aspetti esteriori della vita, poiché la maschera, proprio nel momento in cui nasconde, rivela l'imperfezione di chi la porta.

Oltre alle maschere “sociali”, Giambattista si dedicò anche alla rappresentazione di vere e proprie pulcinellate. Pulcinella, la maschera napoletana della Commedia dell'Arte, era celebre in tutta Europa, col suo lungo naso nero e adunco, simile al becco di un uccello, il cappello a cono, la pancia gonfia, la camicia bianca e la gobba; un personaggio maldestro e scanzonato, sempre alle prese coi bisogni corporali come bere vino, dormire, mangiare polenta e gnocchi, che si cacciava continuamente nei guai, ma ogni volta la sua voglia di vivere gli permetteva di uscirne con grande verve. Uno spirito canzonatorio che Venezia amava particolarmente, e trovava libera espressione nelle piazze, deliziando cittadini e forestieri. Di nuovo, Giambattista disegnava la comicità che tutti i giorni incontrava per strada e che rimaneva impressa nella sua mente, stimolando la sua fantasia.

Il “secolo d'oro della caricatura” vive la sua ultima stagione con suo figlio, Giandomenico Tiepolo.
Sullo scorcio del Settecento le sorti dell'Europa stavano rapidamente cambiando. A seguito della Rivoluzione Francese e dell'avvento di Napoleone, tristi vicende storiche si stavano abbattendo sulla Serenissima Repubblica, e di lì a breve Venezia sarebbe stata ceduta all'Austria. Quella società stava inesorabilmente decadendo, ma Giandomenico non ne racconta il tramonto, ma sceglie di vivere il suo ultimo sogno, attraverso il potere dell'arte.
I suoi scorci di vita contemporanea sono ambientati nell'amata Laguna, negli esterni come negli interni rococò: palazzi, canali, calli, ponti, vicoli. Scene corali che trasformano la vita in commedia e immortalano una folla veneziana in cerca di evasione, mondanità e divertimento, per sfuggire alla noia. Una società spensierata in cui apparire è più importante dell'essere, e passeggiare è l'occasione migliore per fare bella mostra di sé e per questo diviene il passatempo preferito, in compagnia di cavalier serventi, cicisbei e cagnolini. Un mondo sempre in festa, pieno di effimere gioie che però è privo di atteggiamenti di condanna. Giandomenico si sentiva partecipe di questa realtà e se ne fece portavoce, perché era quella in cui viveva ed amava vivere. Egli è narratore di un mondo di cui al tempo stesso è spettatore e protagonista.
Agli anni Novanta risalgono le sue due serie più esilaranti di caricature, una summa aggiornata di tutte le competenze acquisite fino ad allora, nelle tematiche come nella resa tecnica. Il suo segno è tremulo, fluido e vibrante, ma dotato di un'estrema purezza calligrafica, grazie anche alle stesure liquide dell'acquerello, che conferiscono ai suoi disegni a penna una grande luminosità.

La prima di queste serie (1791) consta di circa un centinaio di disegni incentrati su Scene di vita contemporanea; con spirito fresco e arguto nonostante l'età avanzata,  Giandomenico mise in scena personaggi del ceto medio veneziano in una spassosa commedia umana, con motivi desunti dalla vita quotidiana ma anche dall'attività pittorica degli anni precedenti (gli affreschi della Foresteria di Villa Valmarana), facendo propri anche spunti del padre Giambattista e dei grandi maestri veneti come Tiziano, Veronese e Tintoretto. Rispetto alle pitture giovanili, però, inseriva ora nei suoi disegni una nota malinconica e nostalgica, dovuta alla consapevolezza che quel mondo stava velocemente scomparendo, senza possibilità di tornare indietro. Proprio nel momento in cui realizzava questa serie iniziava anche i suoi affreschi, con le stesse tematiche, a Villa Zianigo, la residenza di campagna in cui visse i suoi ultimi anni, le cui pitture sono state staccate e sono oggi esposte al Museo del Settecento di Ca' Rezzonico.

Con Giandomenico, quindi, la pittura diventa caricatura e la caricatura pittura. Sempre a Villa Zianigo fa la sua comparsa (1797) un personaggio già incontrato in Giambattista: Pulcinella. E' a lui che l'artista dedica l'ultima serie della sua vita, iniziata in concomitanza con gli affreschi, che ci mostrano tanti Pulcinella in azione. In uno dei più celebri, si vede il nostro personaggio in bilico su un'altalena, vicino ad una scala protesa verso l'alto. Pulcinella stava quindi risorgendo per vivere la sua ultima gloriosa stagione.
La scala è presente anche nel Frontespizio della serie di caricature, dove la maschera si mostra davanti ad una tomba, accanto alla quale sono collocati i sui “attributi”: il cappello a forma di cono, la camicia bianca e gli gnocchi, come in una parodia degli strumenti del martirio. Ed anche le uova, che troviamo nel foglio successivo, alluderebbero al fatto che Pulcinella è risorto. Tutto ha inizio con un pulcino che esce dall'uovo di un tacchino, una divertente parodia delle origini mitologiche dell'anti-eroe. Ben consapevole del potenziale comico della maschera, la sceglie come protagonista della sua ultima commedia, capace di ogni avventura.

L'artista traspone la società veneziana del Settecento in un mondo fatto di Pulcinella, protetta dall'anonimato che le permette di sottrarsi al clima neoclassicista dell'Ottocento che stava sopraggiungendo. Manifesta così la sua opposizione alla censura, alle regole e alle convenzioni accademiche neoclassiche del “secolo afflittivo” (Mariuz). Grazie al suo talento di artista, dunque, Giandomenico aveva la possibilità di vivere il suo ultimo sogno.

La serie “Divertimento per li regazzi”, è un autentico testamento artistico e spirituale. 104 splendidi fogli formano un racconto a puntate da comporre e ricomporre secondo la propria fantasia, nelle tappe che scandiscono la vita. Il termine “divertire” può essere letto anche in quest'ottica (dal latino de-verto, cioè portare da un'altra parte), oltre all'esplicito intento goliardico.
Se il padre Giambattista aveva disegnato Pulcinella come un personaggio grasso, basso, goffo, simile ad uno gnomo e sempre alle prese con le esigenze fisiche, Giandomenico immaginò un personaggio diverso fin dall'aspetto, più alto, magro, dinoccolato, dall'illimitato potenziale, e lo inserì nelle situazioni con cui la vita porta inevitabilmente a confrontarsi: nascita, infanzia, adolescenza, innamoramento, matrimonio, guai con la giustizia, vecchiaia, malattia e morte. E di ogni vicenda fece la parodia, mostrando il lato comico della situazione.
Straordinaria la capacità di Giandomenico di adattare lo stile eroico delle varie situazioni (nozze, banchetti, letti di morte) alla semplicità del personaggio, con un mix di alto e basso, di tragedia e commedia. Curiosa anche la sua espressione, una smorfia che non sappiamo se è un sorriso o un ghigno, forse una via di mezzo tra il riso e il pianto. Pulcinella ha infatti sempre un duplice ruolo, fustigato e fustigatore, vittima e carnefice. Di volta in volta dobbiamo osservare attentamente l'immagine prima di capire chi è il vero protagonista della scena, in un “cast” intercambiabile di attori che si scambiano i ruoli. L'unico vero protagonista in fin dei conti è Pulcinella, metafora delle molteplici sfaccettature dell'uomo.

Ai ragazzi dedicò questa sua ultima serie, perché soltanto loro potevano entrare davvero in quello spirito, vivere quel sogno che prima di tutti era il suo. E oltre ai riferimenti ai grandi pittori veneziani e alle puntuali citazioni di Giambattista, ci sembra per un attimo di rivivere l'infanzia di Giandomenico, che guardava entusiasta gli spettacoli di burattini nelle piazze della Laguna e fantasticava davanti ai Pulcinella che suo padre disegnava quando era ancora un bambino, chissà, forse proprio per divertirlo. Il sipario era ormai calato sulla sua città. Quello era l'ultimo spettacolo che gli era concesso. L'arte aveva reso possibile il suo sogno.

 

Dettagli

In copertina:
un particolare da Giandomenico Tiepolo, La felice liberazione di Pulcinella
(dalla serie Divertimento per li regazzi)
1797 circa
penna, inchiostro e acquerello su carta bianca
346x463 mm
Washington, National Gallery of Art
 
  • Pier Leone Ghezzi, Caricatura de James Carnegie, Duca di Southesk
    1729
    penna e inchiostro bruno su carta
    Londra, British Museum
    Fonte: Wikipedia Commons
  • Anton Maria Zanetti, Caricatura del cantante barocco d'opera Francesco Bernardi, detto il Senesino
    penna e inchiostro su carta bianca
    Fonte: Wikipedia Commons
  • Giambattista Tiepolo, Caricatura di un uomo
    1754-62 circa
    penna, inchiostro e acquerello su carta
    Melbourne, National Gallery of Victoria
    Fonte: Wikipedia Commons
  • Giambattista Tiepolo, La partenza di Pulcinella
    1797 circa
    affresco
    Venezia, Museo del Settecento di Ca' Rezzonico (già a Villa Zianigo, Mirano)
    Fonte: Wikipedia Commons
  • Giambattista Tiepolo, L'altalena di Pulcinella
    1797 circa
    affresco
    Venezia, Museo del Settecento di Ca' Rezzonico (già a Villa Zianigo, Mirano)
    Fonte: Wikipedia Commons
  • Giambattista Tiepolo, Divertimento per li regazzi, Frontespizio
    1797 circa
    penna e inchiostro marrone-dorato, coloritura marrone-dorata, su carboncino nero,
    294x410 mm
    Kansas City, The Nelson Gallery-Atkins Museum of Art
    ©2012 Nelson Gallery Foundation
  • Giambattista Tiepolo, La vittoria di Pulcinella
    (dalla serie Divertimento per li regazzi)
    1797 circa
    penna, inchiostro e acquerello su carta bianca
    Museum of Art,  Rhode Island School of Design
    © Museum of Art,  Rhode Island School of Design