La Battaglia di San Romano: ultime notizie

di Marica Guccini // pubblicato il 10 Settembre, 2012

Un’opera “che da sola vale una visita”. Con queste parole Cinzia vi aveva descritto la Battaglia di San Romano fresca di restauro ed esposta alla mostra  Bagliori dorati. Il Gotico Internazionale a Firenze 1375-1440, tuttora in corso presso gli Uffizi e di cui Eleonora, durante la pausa estiva, ha nuovamente parlato in un approfondimento dedicato alla opere scultoree presenti.
Non capita così di frequente, infatti, l’occasione di poter ammirare capi d’opera d’altissima levatura ad intervento appena compiuto, e ancor più rare sono le occasioni nelle quali un tale operazione possa vantare di avere messo in luce così tanti nuovi particolari circa l’opera che ne è protagonista.

Rubando le parole al direttore della Galleria, la Battaglia di San Romano ancora presente nelle collezioni fiorentine ed oggi posta a conclusione della mostra: “si offre al visitatore come sintesi mirabile della complessità intellettuale e spirituale d’una speciale stagione dell’arte fiorentina, quando rigore matematico e sperticate fantasie convissero; intersecandosi talora.

Della tre tempere su tavola datate tra il 1438 e il 1440 circa, pensate da Paolo Uccello per raccogliere in un trittico le vicende della battaglia svoltasi il 1 giugno 1432 nel Valdarno Inferiore tra fiorentini e veneziani contro milanesi e senesi, solamente una rimane oggi a Firenze. Scrive la Soprintendente Acidini: “All’apice e, almeno simbolicamente, a conclusione di questo periodo di sei decadi e  passa si e scelto di collocare la Battaglia di San Romano di Paolo Uccello, unica superstite in Italia di una terna che, se fosse riunita un giorno, eclisserebbe ogni altro capolavoro coevo con la sua potenza: dipinto in cui la studiatissima e impassibile visione prospettica accoglie e organizza il caos, il clamore, l’urto, lo sventolio araldico, le sonorità metalliche d’un estremo sogno cavalleresco.
Il disarcionamento di Bernardino Ubaldi della Carda, comandante delle truppe senesi, è forse l’episodio più travolgente della terna, dove il movimento non manca di certo, e dove lo spazio viene moltiplicato sotto i colpi di quelle lance inclinate in varie direzioni. Scorci arditi di cavalieri e destrieri caduti in battaglia popolano il primo piano del dipinto, creando una serie di punti di vista arditi e sapientemente orchestrati.

Come spesso accade per le opere più importanti che costellano la storia dell’arte italiana, talvolta le notizie storiche circa gli albori di tali pregevoli oggetti risultano alquanto oscure o frammentarie. A questa consuetudine non si esimono nemmeno le tavole di Paolo Uccello, probabilmente commissionate da Leonardo di Bartolomeo Bartolini Salimbeni, uno dei protagonisti della vita politica fiorentina nella prima metà del Quattrocento e soggetto direttamente coinvolto entro questa vittoriosa vicenda, tanto da volerne perpetuare il ricordo in una commissione artistica di tal levatura.
Tuttavia non sono queste le informazioni che ci preme sottolineare in questa sede, quanto le nuove luci accese sull’opera grazie all’intervento di restauro compiuto da Muriel Vervat, e alle ricerche documentarie ad esso accompagnate.
Scrive Angelo Tartuferi, uno dei curatori della mostra: “L’intervento ci riconsegna un dipinto di suprema originalità, che sfugge ai consueti incasellamenti di comodo. Non si tratta, infatti, della prova suprema di un artista che avrebbe voluto essere rinascimentale senza riuscirci, né, per converso, di una personalità invincibilmente attardata sui modelli formali tardogotici. L’episodio della Battaglia di San Romano, oggi restaurato, s’impone quale frutto originalissimo di un’espressione altissima […] appartenente a un umanesimo prospettico e affatto rinascimentale, che tuttavia non si pone come unico e irrinunciabile obiettivo il naturalismo del binomio Donatello – Masaccio. Si tratta […] di una declinazione particolare del primo Rinascimento fiorentino.”

Osservando la Battaglia, oggi che ha riacquistato una cromia maggiormente veritiera, sembra quasi di ammirare una nuova opera dove molti particolari sono adesso apprezzabili. Ad esempio, la rimozione delle ridipinture poste sopra alle armature metalliche dei soldati, ha portato alla luce persino le velature realizzate da Paolo Uccello con il nero di carbone per sottolineare le ombre, e ha rivelato, inoltre, la perizia miniaturistica con la quale egli ha definito borchie, lacci di cuoio e altri elementi minuti delle corazze.
Alla restauratrice non è mancata nemmeno l’occasione di un tête-a- tête con l’artista che sovente usava il pollice sul colore bagnato per sfumare il segno della pennellata sulla superficie metallica. Le sue impronte digitali, oltre alla firma vera e propria, rimangono a sigillare la paternità dell’opera.
La veridicità di rappresentazione delle armature e delle bardature dei cavalli che si affastellano accaparrandosi un posto all’interno di quel vortice compositivo, permette di ammirare pienamente la scrupolosa scansione di quegli eventi che all’artista preme realizzare. La descrizione di tali elementi è talmente puntuale che ha permesso allo studioso José – A. Godoy di svolgere uno studio mirabile -incluso nel catalogo dell’esposizione- dedicato proprio ad armi e armature ritratte nella tavola.

Elementi di grande veridicità ricompaiono anche nei tratti somatici del condottiero Niccolò da Tolentino, protagonista della tavola londinese, e anche il dettaglio naturalistico è curato con una cura quasi scientifica. Come scrive Maria Adele Signorini, “le piante compaiono in tre piani distinti, caratterizzati da differenze nel modo di ritrarle, nel livello di riconoscibilità botanica, nella verosimiglianza ambientale e probabilmente anche nel loro ruolo nel dipinto: erbe generiche sul terreno, mal identificabili e con l’apparente funzione di conferire naturalezza e movimento alla scena; alberi e arbusti dietro le figure, con probabile significato simbolico, raffigurati con attenzione al dettaglio botanico e ben riconoscibili, ma accostati a formare un insieme privo di coerenza ecologica, dove crescono accanto piante di montagna, di litorale e di giardino; sullo sfondo un paesaggio di grande verosimiglianza, costruito con tasselli tratti dal vero.”
Anche la morfologia dei rilievi presenta un’aderenza al vero profonda. Colpisce il colore chiaro del terreno che richiama l’argilla, così come colpiscono le colture specifiche di quel periodo dell’anno (ad esempio l’appezzamento lasciato a maggese) e alcune specie vegetali peculiari della zona.

Infine una nuova chicca, reperita in alcuni documenti d’archivio da Valentina Conticelli, arricchisce ulteriormente il bagaglio di conoscenze che abbiamo riguardo alle vicende delle tre opere. Se infatti le provenienze delle tavole sono ben note fino al 1787 quando esse si trovavano ancora agli Uffizi, meno chiare sono le circostanze dell’allontanamento di due di esse dalla città. Sul finire del Settecento, in un periodo di risistemazione della Galleria, abbondano le notizie circa le tre opere già giunte da tempo in Galleria. Mentre l’opera ancora oggi agli Uffizi fu accolta nel “Gabinetto delle pitture antiche”, le altre due furono provvisoriamente depositate presso lo studio dell’allora restauratore, e riconsegnate al Guardaroba dopo la sua morte avvenuta nel 1787. In quel momento esse vennero inviate alla Villa del Poggio Imperiale, residenza preferita del Granduca Pietro Leopoldo. Nell’inventario del 1803 redatto durante la dominazione francese esse risultano ancora presso la Villa, e li rimangono sicuramente fino a quando furono registrate per l’ultima volta nell’inventario del 1818.
La situazione svoltò nel 1820 quando il Granduca ordinò di vendere “i mobili inservibili che si trovano nei Magazzini di detta Villa.” Il 20 ottobre di quell’anno a Palazzo Vecchio, cuore della città, si diede il via a una vendita che fece uscire due tra i maggiori capolavori che Firenze custodiva. All’epoca era d’uso per queste vendite compilare stime e valutazioni seguite dai giudizi di numerosi periti, ma non rimane nessuna stima riguardo agli oggetti che comparirono all’asta nel 1820. Come scrive Valentina Conticelli: “I quadri proveniente dal Poggio Imperiale erano circa trecento e tra questi si trovavano le due celeberrime battaglie, per cui oggi sorge spontaneo il sospetto di qualche oscuro raggiro a vantaggio dei funzionari. Potrebbe tuttavia trattarsi anche di un caso di incuria o di scarso apprezzamento della pittura su tavola quattrocentesca, forse ancora riscontrabile a quell’epoca. [...] In ogni caso questo episodio non portò all’esportazione immediata delle Battaglie dal territorio toscano: esse rimasero a Firenze ancora per diverso tempo, poiché nel 1848 si trovano entrambe nella collezione di Francesco Lombardi e Ugo Baldi in Piazza Pitti. Lombardi e Baldi le vendettero in occasioni diverse lasciano che le opere migrassero verso Londra e, tramite la collezione campana, verso Parigi.
Forse in futuro nuove ricerche d’archivio potranno dare risposta a queste domande oggi insolute.

 

Dettagli

Didascalie immagini

In copertina:
Battaglia di San Romano
particolare

Paolo Uccello (Paolo di Dono, detto)
(Firenze 1397 - 1475)
Il disarcionamento di Bernardino Ubaldini della Carda,
comandante delle truppe senesi (Battaglia di San Romano)

1438-1440 circa
Tempera su tavola
Firenze, Galleria degli Uffizi

Dove e quando