Kill me please

di Andrea Mancaniello // pubblicato il 21 Gennaio, 2011

Credevo che lo humor nero disturbante e provocatorio di Kill me please mi avrebbe fatto morir dal ridere. Invece la visione del film mi ha dato disagio e pensavo che non l’avrei inserito in questa rubrica, ma il fastidio a volte è propedeutico per generare pensieri e riflessioni, così questa sgradevole emozione visiva si è guadagnata a pieno titolo lo spazio a seguire.

Attraverso situazioni paradossali fotografate con stile documentaristico in un ruvido bianco e nero, Olias Barco realizza con il suo Kill me please, fresco vincitore del Marc’Aurelio d’Oro come miglior film all’ultimo Festival Internazionale di Roma, un film spiazzante che affronta i temi dell’eutanasia e della rimozione della morte nella società moderna.

Il dottor Kruger si è rifugiato in un castello isolato in mezzo ai boschi dove dietro compenso fornisce un servizio d’assistenza al suicidio dotato di tutti i confort, con l’intento di conferire dignità all’evento finale indotto e abolire l’uso delle modalità cruente generalmente adottate.
Per ore il medico progressista visiona cassette in cui aspiranti suicidi esplicano i motivi per cui hanno deciso di smettere di vivere e chiedono di essere ammessi nell’istituto. Obiettivo dichiarato del dottor Kruger è però quello di prolungare i tempi d’attuazione di tali propositi, in modo che ogni ospite della clinica abbia la possibilità di rivedere la sua scelta e fare dietrofront se venisse meno la convinzione a dare un termine alla propria esistenza; quando però qualcuno arriva al suo giorno definitivo ha diritto a un ultimo desiderio e a scegliere le modalità del trapasso. C’è chi sceglie la dolcezza di un veleno durante un amplesso con una giovane prostituta e chi sogna di cadere in un’eroica azione di guerra simulata, o anche chi più semplicemente vorrebbe consumare di nuovo l’identico pasto di un importante momento passato.

Cinico, spesso oltre le soglie del sopportabile, il film del francese Olias Barco, che firma la sceneggiatura con gli attori Virgile Bramly e Stéphane Malandrin, si è potuto realizzare solo andando a cercare finanziamenti in Belgio, una terra che negli ultimi anni sembra diventata fertile patria per un certo tipo di cinema irrimediabilmente caustico e politicamente scorretto. Anche i film della coppia Benoit Delépine e Gustave Kervern, francesi come Barco ma spesso considerati di nazionalità belga come i loro film Louise & Michel o il recente Mammuth, nelle fiandre hanno trovato le risorse per essere prodotti.

La forza di un film come Kill me please è nell’ambiguità di non prendere posizione riguardo all’eutanasia, viene mostrata un’ipotesi futura in cui una clinica implementa un protocollo sanitario per controllare e in qualche modo “sterilizzare” la morte suicida in un evento pulito e asettico. La provocazione più forte è mostrare che anche il suicidio, se organizzato e messo in mano al mercato può diventare fonte di lucro; la clinica del film riceve sovvenzioni statali, è sottoposta a controlli della guardia di finanza e persino quando diventano palesi i veri motivi nascosti sotto gli intenti umanitari dichiarati, è evidente che non c’è spazio alcuno per gli alti ideali. Nonostante l’inutile tentativo dell’uomo moderno di gestire e organizzare la morte però l’oscura sorella arriverà sempre in modo truce e imprevisto a mietere le sue vittime.

Anche se gli ospiti della clinica presentano una serie di motivazioni per lo più ridicole e paradossali sui motivi che li spingono a volersi togliere dal mondo, acutizzando così l’intento provocatorio della pellicola, l’obiettivo finale è quello di portare il pubblico a riflettere.
In molti Stati nel mondo l’eutanasia è depenalizzata ed esistono appositi strumenti adottati per fornire assistenza all’individuo nel gestire casi dolorosi di fine vita, ma solo nei Paesi Bassi è di fatto una pratica completamente legale. La scelta definitiva di Mario Monicelli di restare fedele a se stesso ha evidenziato l’esigenza di dare, a chi lucidamente è in grado di compierla, la possibilità di una scelta consapevole davanti alla prospettiva di una terribile agonia.
Il grande regista toscano, uomo sempre poco incline ai compromessi, era ben consapevole che la Legge dello Stato continua a imporre ai cittadini una visione derivante dall’ex religione di Stato, pertanto in nessun caso gli sarebbe stato consentito di evitare la lunga sofferenza che vedeva sul suo cammino. Monicelli ha avuto l’estremo coraggio d’affrontare la paura della sofferenza fisica in quell’ultimo volo, la forza di un gesto consapevole che in altri luoghi e in altre epoche, si pensi a Socrate, non avrebbe indignato nessuno.

L’ipocrisia di certe figure in abito talare, pronte a dichiarare l’intermittenza del peccato se necessaria a giustificare i comportamenti di un potente, unita all’intransigenza di fanatici esponenti politici col cilicio indosso, che parlano di alti principi ma carenti della più elementare forma di comprensione umana, sono tristi segnali che evidenziano quanta strada deve ancora percorrere il popolo italiano perché la dignità di una morte indolore possa esser finalmente inserita tra i legittimi diritti costituzionali di ogni essere umano.

Io non so cosa vorrei per me stesso davanti alla prospettiva di un’agonia, in certi casi possiamo avere risposte solo sperimentando sulla nostra pelle, certamente so che davanti alla mia lucida capacità di raziocinio vorrei la libertà di una scelta consapevole che alla fine riguarda solo me e i miei affetti.

 

Dettagli

SCHEDA FILM

  • Titolo originale: Kill me please
  • Regia: Olias Barco
  • Con: Aurelien Recoing, Virgile Bramly, Daniel Cohen, Virginie Efira, Bouli Laners, Benoit Poelvoorde, Saul Rubinek, Zazie de Paris, Clara Cleymans, Philipe Nahon, Vincent Tavier, Olga Grumberg, Bruce Elison, Gerard Rambert, Stéphane Malandrin, Muriel Bersy, Ingrid Heiderscheit, Nicolas Buysse, Jerome Colin, Ewin Ryckaert, Philipe Grand’Henry, Stephanie Crayencour
  • Sceneggiatura: Olias Barco, Virgile Bramly, Stephane Malandrin
  • Fotografia: Frédéric Noirhomme
  • Montaggio: Ewin Ryckaert
  • Scenografia: Vincent Tavier
  • Arredamento: Manu De Meulemeester
  • Costumi: Elise Ancion
  • Produzione: Olias Barco, Philippe Kauffmann, Guillaume Malandrin, Stéphane Malandrin, Vincent Tavier per La Parti, OXB e Les Armateurs in coproduzione con RTBF
  • Genere: Commedia
  • Origine: Belgio, 2010
  • Durata: 96’ minuti

 


DIDASCALIE IMMAGINI

- Locandina italiana
- La clinica del dottor Kruger e il suo personale
- L’attore e co-sceneggiatore Virgile Bramly
  è Virgile
- La bellezza del bianco e nero
- Aurelien Recoing è il dottor Kruger /
  Il regista Olias Barco


IN COPERTINA
Anche l’aspirante suicida non vuole morire
se gli sparano addosso