Kertész ed il racconto di un esilio forzato
di // pubblicato il 30 Luglio, 2011
Partecipare ad una conferenza stampa del Martin Gropius Bau è sempre un rinnovato piacere sia per la disponibilità degli organizzatori e curatori delle
mostre sia per la qualità professionale che rende il nostro lavoro sempre molto piacevole e per alcuni versi facilitato. L’occasione per godere di questa atmosfera è stata la mostra su André Kertész: la più grande retrospettiva mai realizzata al mondo che, dopo essere stata apprezzata a Parigi, è ora in esposizione a Berlino (fino all’11 Settembre 2011), nell’ambito del ciclo di mostre dedicate ai più grandi fotografi ungheresi iniziato nel 2005 con Robert Capa.
I curatori parigini, Michel Frizot e Anne-Laure Wanaverbecq, ci hanno introdotti alla retrospettiva con una digressione che ha toccato sia aspetti storico-biografici dell’artista, che aspetti prettamente legati alla poetica e alle tecniche realizzative di Kertész che rimane uno dei più importanti fotografi del secolo scorso e che ha influenzato i più famosi fotografi della nostra contemporaneità come Henri Cartier Bresson o Robert Capa. Le sue foto sono un intreccio, consapevole a volte, molto inconscio e casuale altre, di avvenimenti biografici, ideali e contingenze spicciole che fanno di ogni scatto una storia che coinvolge passionalmente e spiritualmente. Kertész nasce a Budapest nel 1894 da una famiglia borghese. A diciotto anni compra la sua prima macchina fotografica per iniziare subito l’avventura che lo porterà al successo, anche se in tarda età, rimanendo sempre indipendente e al di fuori di ogni corrente “con le mie foto non documento mai, ma interpreto sempre. Questa è la grande differenza tra me e tanti altri […] Non cosa vedo piuttosto cosa sento”.
Durante il servizio militare documenta la vita del soldato con laconiche fotografie, poi inizia a scattare la serie di foto a suo fratello. Uno dei suoi più famosi scatti, Under water swimmer (1917), mostra il fratello che nuota in una piscina e può essere considerato come un’anticipazione della poetica che guiderà sia i suoi lavori futuri sulle Ombre, sia quelli più sperimentali delle Distorsioni. Nel 1925 si trasferisce a Parigi dove ha inizio il suo periodo più avanguardistico. Anche se Kertész difenderà sempre la sua indipendenza, questo non gli impedirà di allacciare contatti con le avanguardie che popolavano la Montparnasse degli anni venti.
Il periodo newyorchese potrebbe essere riassunto in una sola parola: malinconia. Un sentimento che investiva non solo le sue opere ma anche le sue modalità operative: macchine fotografiche posizionate sulla terrazza di casa ad immortalare situazioni casuali della quotidianità di Washington Square.
Morirà nel settembre del 1985 lasciandoci un archivio, quasi monumentale, con più di 100.000 negativi. Col passare degli anni Kertész diventa sempre più astratto, geometrico e sempre più affascinato dal “casuale”. Il nostro fotografo è citato da Roland Barthes nel suo libro “La camera chiara – Nota sulla fotografia” di cui consiglio la lettura per poter scoprire delle chiavi interpretative inedite e molto intimistiche dell’opera di Kertész. Le sue foto, piene di poesia, ci rimandano, attraverso prospettive ad uccello o ravvicinate e attraverso l’attenzione sempre alta per le strutture geometriche (ma anche, come già detto, attraverso ombre e riflessioni), i sentimenti che malinconicamente lo hanno accompagnato per quasi tutta la vita: lui che è stato, permanentemente e forzatamente, emigrante. La mostra è suddivisa in sei stanze. Nella prima troviamo le opere del periodo ungherese (1894 -1925): le fotografie col fratello oltre che gli scatti durante il servizio militare. La seconda stanza è dedicata al primo periodo parigino (1925-1936), in quella città Kertész ci lascerà un pezzo di cuore e desidererà sempre farci ritorno – riuscendoci solo nel 1963.

Opera principale che spicca in mezzo alle altre è la Satiric Dancer che ritrae la famosa ballerina Magda Förstner nell’atelier di Etienne Beöthy. Un periodo, questo dell’atelier, dove le foto di Kertész si fanno sempre più “anormali” e da dove traspare tutta l’atmosfera di tormento e disagio, ma contemporaneamente di fermento artistico, proprio di quegli anni (25-36). Questa sezione comprende anche le serie fotografiche incentrate sulle “ombre”: una poetica ed un tema, oltre che una cifra estetica fondante, che Kertész non abbandonerà mai.
C’è poi la stanza delle “Distorsioni” ; quella comprendente le opere scattate per libri e magazine fino ad arrivare al periodo newyorkese (1936-1963). Il nostro percorso si conclude nella stanza dove sono esposti gli ultimi lavori, tra il 1963 ed il 1985, quando Kertész si trasferisce, da uomo in pensione, di nuovo a Parigi: sono di questi anni, tra l’altro, le serie di polaroid scattate subito dopo la morte della moglie Elisabeth nel 1977. Una delle opere che più mi ha colpito in questa stanza è la Martinique del 1972 che rappresenta in qualche modo una summa della poetica e degli stati d’animo che hanno accompagnato il nostro artista per tutta la vita: il senso di solitudine e della mancanza della patria, l’amara consapevolezza di aver vissuto e dover continuare a vivere una vita che lo porterà sempre lontano dai luoghi che ama.
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Kertész è stato un personaggio molto riservato e per questo usava poco le parole, forse anche perché ha dovuto sempre vivere in luoghi dove la sua lingua era sempre una “lingua straniera”: si racconta che non abbia mai veramente saputo dominare ne il francese ne l’inglese: c’è chi si spinge a dire addirittura che anche il suo ungherese fosse piuttosto approssimativo, appena adatto ad articolare idee complesse.
Tutto questo proveniva dalla sua innata compostezza e riservatezza davanti ai fenomeni della vita, che riusciva sorprendentemente a rendere e trattare con la fotografia: è una questione di scelta di linguaggio e lui sapeva “articolare” magistralmente le sue fotografie. La sua personale e spiccata timidezza ci ha reso un’opera fotografica urlante e piena di carica emotiva con pochi precedenti nella storia della fotografia mondiale, ci ha consegnato una meravigliosa antologia di storie e personaggi che ancora oggi pretendono di avere la nostra attenzione: un buonissimo motivo per organizzare la retrospettiva.